È ripartito “Milano Musica” che in in un mese e mezzo di concerti (fino al 6 giugno) dispiegherà la sua preziosa programmazione dedicata alla Contemporanea, sempre più proiettata sul domani. Tanti i compositori ed esecutori illustri, iniziando da Kurtag e Feldman, numi tutelari dell’edizione 2026. Tra gli omaggi ai grandi del passato (oltre ai già citati, Berio, Eötvös, Scelsi) e le esibizioni dei molti artisti giovani e meno giovani del presente, il panorama è ricchissimo. Consigliato prendere appunti
Sembra ieri, ma da trentacinque anni il Festival Milano Musica, iniziato il 26 aprile e in corso fino al 6 giugno, è un polso affidabile su cui misurare le frequenze del multilinguismo. Non è sempre stato così: all’inizio i sentieri battuti erano istituzionali e rigidamente centro-europei (Stravinskij, nuova scuola di Vienna, Darmstadt, serialismo etc.). Ma oggi la rassegna creata da Luciana Pestalozza è diventata un test del pensiero “globale”.
Obiezione: un festival di musica colta può essere anche spia di quel che avviene nelle altre musiche? Nessun compositore è impermeabile al suo tempo (chi più chi meno), quel che attraversa la vita della “gente” lo fa suo anche se scrive “difficile”. Nei primi concerti del 2026 (saranno 27 in tutto) c’era già materia per dimostrarlo.

Filippo Gorini
Domenica 26 aprile, Foyer della Scala, ore 11.30. Il Quartetto Noûs – quattro giovani di valore: Lorenzo Gentili-Tedeschi, Alberto Franchin, Sara Dambruoso e Ainhoa Maria Castelló Amorós – ha giocato un poker di pezzi molto espliciti. Il più “antico”, il Quartetto per archi n.1 di Janàček, titolato “Sonata a Kreutzer”, è del 1923, e dimostra che anche cent’anni fa, citare o copiare il passato era una pratica della quale il pensiero moderno si sarebbe appropriato senza sentirsi sminuito. Una pratica che ha avuto un maestro in Luciano Berio, presente in concerto con le sue Glosse del 1997, album di appunti che eleva a coerenza anche una manciata di schegge. In grande sintonia con il nostro tempo è anche il Quartetto per archi n. 2 di Adriano Guarnieri (2020), di scrittura forte e “indignata”, con dedica alle tragedie dei migranti (Dies Irae. Agli innocenti del mare). Ma ancora una volta si è dimostrato inarrivabile per “modernità” György Kurtág: il suo Hommage à András Mihály (1977-78) è fatto di “12 microludi per quartetto d’archi”, frammenti, piume, fogli volanti che condensano in pochi secondi il nostro bisogno di sintesi, di velocità, di brevità. Kurtág ha cento anni, e la sapiente limpidezza di un bambino.
Stessa domenica 26 aprile, sempre Foyer della Scala, ore 19.30. Il Trio di Parma trascina il pubblico in uno degli ascolti più sfidanti di ieri, oggi e domani: l’ora e venti (dichiarata e non mantenuta) del Trio composto da Morton Feldman nel 1980 lasciando, suo solito, libertà di evidenze e di durate agli esecutori. Alberto Miodini (pianoforte), Ivan Rabaglia (violino) e Enrico Bronzi (violoncello) hanno approfittato di quella libertà: la loro esecuzione era la più lunga che io ricordi. Non ottanta, ma novantacinque minuti. Forse più. Una sofferta tentazione di infinito.

Morton Feldman
Lunedì 27 aprile, nella Chiesa di Sant’Angelo, l’organista Thomas Ospital, insieme alla grande Messe de la Pentecôte di Messiaen ha lanciato altri segnali: la tentazione di sciogliere i confini della materia in Volumina di Ligeti e l’ascolto di mondi lontani in Säya di Jean Guillou, che sarebbe un “Poème” su una canzone popolare coreana. Ospital ha aggiunto un’improvvisazione che l’organo come strumento senza confini trasforma sempre in un viaggio nel tempo e nello spazio.
Martedì 28 aprile, Teatro alla Scala. Milano Musica crede molto in Filippo Gorini, con buoni motivi: ha tecnica, intelligenza, sensibilità, coraggio, creatività. Della sua generazione, i trentenni (ma non solo loro) rappresenta due pulsioni: il bisogno di suonare musica mai ascoltata prima e di rileggere quella del passato con nuova emozionalità. La prima era riflessa in due pezzi recentissimi scritti a misura di Gorini: un Klavierstück di Beat Furrer di ostinatezza percussiva e ripetitiva quasi furente, e una Sonata di Stefano Gervasoni che sfida il peso di una forma stracarica di storia con libertà e varietà di scrittura che l’allontanano dagli stereotipi.
La seconda pulsione investiva due paradigmi del pianoforte dell’Ottocento: le Davidsbündlertänze di Schumann e la Sonata op. 110 di Beethoven. Qualcuno ha avuto la tentazione di avvicinare Filippo Gorini a Maurizio Pollini per l’apertura nel combinare ricerca e repertorio nello stesso concerto. Ma la somiglianza finisce lì: Gorini, soprattutto nell’ultimo Beethoven che senza incertezze vediamo rivolto al futuro, cerca sfumature, ripiegamenti, intimismi molto lontani dalla lettura “architettonica” di generazioni influenzate da una visione analitica della musica che aveva nell’Avanguardia un paradigma. Sbagliato? Aggettivo rischioso in un avveduto “krinein”. Al pubblico la 110 morbida e sdrammatizzata di Gorini è piaciuta, e anche questo deve far riflettere su ciò che il nostro tempo ha deciso di far suo perché vicino alla propria estetica o anche solo alle necessità emotive del momento.

Les Percussions de Strasbourg
Quali altri sguardi attuali in Milano Musica? Giovedì 7 maggio al Teatro Arsenale un doppio programma con un pezzo coraggioso per contrabbasso solo di Giorgio Netti (ore 19, solista Dario Calderone) e tre pezzi eccentrici di Djordjević, Posadas e Aperghis per sax, pianoforte e percussioni (Trio Abstrakt, ore 21). Lunedì 11 al Teatro Elfo Puccini una monografica di Giovanni Verrando (classe 1965) per strumenti, elettronica e video, nelle mani sicure di mdi ensemble. Giovedì 14 maggio al Teatro Arsenale un altro doppio set dedicato, il primo (ore 19) a quattro compositori italiani di oggi (Mauro Lanza, Giovanni Bertelli, Marco Momi, Silvia Borzelli), il secondo (ore 21) a un italiano del secolo scorso, Giacinto Scelsi, che ha però indagato, della musica, parametri universali: il silenzio, il suono, il tempo sospeso (pianista specializzatissimo Fabrizio Ottaviucci). Lunedì 18 maggio alla Scala, prima al Ridotto (18.30), poi in sala Piermarini (solite 20), tre prime esecuzioni in Italia di Peter Eötvös e Georg Friedrich Haas e una prima assoluta di When the moon of mourning is set di Carmine Emanuele Cella, un “Concerto per vibrafono aumentato e grande orchestra” commissionato da Ircam e Milano Musica, che l’Orchestra Sinfonica della Rai esegue diretta da Michele Gamba, con l’intervento delle ardite percussioni di Minh-Tâm Nguyen.
Un po’ l’aperitivo di un festival di tutti i tamburi possibili che il 19, 21, 22 maggio alla Fabbrica del Vapore e il 23 al Teatro PuntozeroBeccaria fa incontrare Les Percussions de Strasbourg con colleghi di Europa e Mozambico. Tanto per non lasciare polvere negli angoli.
In copertina: mdi ensemble al Festival Milano Musica del 2014 (foto @ Vico Chamla)