Triceratopi e una generazione che balla la techno sulle macerie

In Teatro

Ammesso che si possa fare una sola generazione di tutti i nati tra i venti e i trent’anni, e forse teatralmente si può, difficile non…

Ammesso che si possa fare una sola generazione di tutti i nati tra i venti e i trent’anni, e forse teatralmente si può, difficile non pensare ad un filosofo che, in quella età, mi disse “voi siete la prima generazione che cammina sulle macerie essendo consapevole di avere intorno a macerie”. È la è una delle consapevolezze che si ricava anche dal’ultimo appuntamento della rassegna Testa Inedite, che popola l’estate del teatro Elfo Puccini. Posta in una cornice astratta ed onirica disegnato dalla regia di Sara Mino, dentro una scena, firmata Caterina Iezzi e Sofia Munaretto, fatta di cassettoni che diventano trampolini e custodi dei segreti, circondata dalle pitture rupestre alle pareti con cui ogni uomo dai tempi antichi ha provato a consegnare a memoria di sé. Con Nato sotto il segno del triceratopo Santiago Medioli Malverde affida allo spettatore le segrete battaglie di Joshua, un bambino che a dieci anni faceva miracoli e che, diciottenne, scopre l’amore come solo a quell’età, in un istante, con una donna impossible cui non rivolgerà mai la parola, mentre nutre il suo desiderio di immolarsi, senza sapere a quale idea, certo però di volerlo fare attraverso una eroica sofferenza. Come e più dei suoi coetanei Joshua conosce le macerie: sua madre è morta da poco, togliendogli un altro frammento di possibilità del desiderio più profondo e più vero di chi gli somiglia: “volevo nascere compiuto, a posto“ gli fa dire Malverde In uno slancio di verità esatto. 

Un’aspirazione a cui resta però soltanto lo spazio del sogno per essere realizzata, così  il protagonista, il giovane convincente Pietro Bertoni,  si ritrova o forse sceglie,l’epica dei triceratopi, e per sé la parte del condottiero che li salverà dall’estinzione, coraggioso, ossessionato, miope e infantile come sono tutti gli autoproclamati condottieri e generali. Sono dinosauri che, per citare un altro giovane di talento, somigliano alle faine di Bernardo Zannoni e allo stesso modo ne incarnano gli stupidi intenti di scoprire se stessi e diventare qualcuno. Animali umanissimi, capaci di filosofia che altro non sono se non lo specchio dell’uomo in formazione, delle sue domande e della sua paura di non essere abbastanza per salvare il mondo dalla fine che sanno essere incombente. 

Non resta loro che affidarsi a un’idea di trascendenza, di destino da compiere, di qualcosa di più grande attraverso cui nascondersi dai propri abissi personali. Per lavorare un lutto – che uno spettacolo ben rende a un tempo personale collettivo – devono alimentare il proprio bisogno di essere un eroe, immaginarsi più grande di un mondo in sfacelo, ipocrita e che ha mancato le sue promesse di futuro. Un’urgenza che non è solo della sua generazione ma che questa riconosce, come dimostra questo lavoro ambizioso e ben scritto, tratteggiandolo con efficacia negli esiti che finiscono per diventare grotteschi, come un sogno di dinosauri, quando non pericolosi come le forme di possesso di invasione soprattutto degli uomini di fronte alle donne. Infatti questi piccolieroi non sono disposti a riconoscere come violente le loro pose di apparente devozione, e anche l’amore più ingenuo si trasforma in ossessione morbosa, nella ricerca di un senso quale che sia. 

Una fotografia lucida della realtà che utilizza una metafora suggestiva è divertente, spingendolo fino a dare corpo all’incubo con triceratopi resi colorati dalle maschere di Giorgia Cannella (sono i performer Nani Babunashvili, Lorenzo Bafico, Emma Brambati, Gabriele Costantini, Antonella Dimonte, Micol Germal, Giulio Mano, Aldo Minucci, Rosanna Puzziferri, Steven Zarco Granillo) che – quando tutto è perduto – ballano la techno a tutto volume. Nel frattempo un giovane uomo resta immobili, nella realtà, a cercare un senso, quando il punto di congiunzione fra reale e sogno, dopo averci dialogato come in un teatrino d’ombre, ha fatto collassare tutti gli immaginari. 

A poco gli sono serviti il timore rivestito di ragionevolezza dello zio – Guglielmo Potecchi, con una pacatezza che vuol essere d’altri tempi, e il travolgente devoto sarcasmo della coinquilina Lyo, l’elettrica Paulette Rufin.

Nel loro dibattersi, l’unico approdo – e disponibilità ad ammorbidire la nettezza del giudizio – è provarci, credendo di riuscire anche sapendo di fallire, perché “non c’è compassione per chi non fa neanche un tentativo”. E se la fine comincia a una festa, e per dire le cose più dolorose si può soltanto ubriacarsi di simboli, in un lavoro che, venendo dall’accademia, nello specifico la Paolo Grassi, ha legittimamente molta voglia di dimostrare di saper lavorare sui codici espressivi, quello che alla fine resta, limpida, è la paura. La fame di una generazione di provare a controllare la morte, sapendo che – anche conservando la speranza – non è detto che si possa guarire.