Liv Ferracchiati lavora sulle tre sorelle con una mano attenta al dettato originale, ma portando – al Teatro Elfo Puccini fino al 17 maggio – una riscrittura articolata e densa, che stimola lo spettatore a fermarsi per entrare, dentro il testo, nella filosofia, superando il tempo.
Cos’è il tempo, sopra un palcoscenico? Un’astrazione funzionale, uno strumento, una chiave, un frammento che può essere dilatato, congelato, piegato e allungato in funzione di ciò che deve contenere. del pensiero di cui deve – può – essere riempito. Cosi, in effetti, sembra leggerlo Liv Ferracchiati, che prosegue la sua riscrittura Cechoviana affrontando forse il monumento per antonomasia come Tre sorelle afferrandolo proprio dal lembo del tempo e della ricerca di senso, che ingombra – e forse ottunde – le menti proprio come le nevi di una Mosca destinata a restare soltanto sognata. Delle sue riletture dei testi Checoviani questo resta il più filologico e aderente al testo, limitando le incursioni esplicite di un personale da sempre appartenuto alla cifra dell’autore umbro che qui più che altrove si sfuma non per diluirsi ma per farsi collettivo, per rispecchiare non piu una incertezza, sia essa anagrafica o identitaria, ma il senso di resa di chi sente di aver esaurito – o forse, di doverlo fare – una delle fasi della sua vita.
Così sembra essere, per ciascuna a modo proprio, per le tre sorelle: per l’ordinata Olga, per la ribelle Masha e per la pura Irina, mentre la teoria di uomini che vortica loro intorno – in scena una abbondanza di interpreti ormai sempre più rara anche nelle grandi produzioni – rivendica una bruciante voglia di vivere che sembra più correre sotto la cenere delle intenzioni che nell’agito. Cosi, nel gelo della provincia russa, Ferracchiati sembra far virare il classico della drammaturgia ottocentesca verso il teatro dell’assurdo, non per svuotarlo – ne tantomeno per farne ironia – ma per lasciarlo abitare da una sospensione tesa in una ricerca dell’impossibile, di un Godot che si sa, però, già che non sarà risolutivo, anche mentre ci si ostina a sperarlo o a provare ad amarsi, anche mentre si riconosce – con una tenerezza senza crudeltà – il reciproco disamore. Cosi, in quella che Ferracchiati considera una partitura perfetta e intoccabile, che riscrivere sarebbe contro natura – non gli resta che cogliere – con la consueta, sottile e spiazzante intelligenza, le singole note e le dissonanze in cui trasformare le parole, riportandole alla loro qualità metrica e ritmica.
Le parole che credevamo di conoscere si frammentano, si trasformano in echi, si rincorrono e si sovrappongono: non per confondersi, ma per sperimentare le sfumature possibili e affidare a chi ascolta il compito attivo di ricomporle e si leggerne le urgenze, mentre il cielo lentamente cade e si trasforma in confine di un perimetro soltanto parziale del palcoscenico, e la storia, come i suoi protagonisti. si scivola lungo un piano inclinato – disegnato da Giuseppe Stellato – che fa risuonare, nella sua scomposizione – e messa alla prova? – del classico ha forse persino qualcosa di ronconiano. Una chiamata alla compartecipazione che da intellettuale si fa concreta, nella scelta di fare di tutta la sala Shekespeare del Teatro Elfo Puccini lo spazio dentro cui le domande e gli amori si rincorrono. Non – solo – un espediente drammaturgico, ma un suggestivo inglobare chi osserva dentro il racconto, emancipandoli senza forzature dall’inerzia del bosco di betulle che la finzione scenica attribuisce all’inizio alla platea. I personaggi salgono e scendono le scale – la conformazione della sala milanese finisce col diventare una sorta di doppio naturale della scenografia sul palco – si rincorrono e si fuggono con una regia minuziosamente studiata, dove le luci di Pasquale Mari contribuiscono sapientemente a costruire uno spazio che rifiuta confini.
Queste Tre sorelle, che si pregiano di una compagnia centrata e convincente – Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa – costituiscono una nuova – forse ancor più radicale tappa nella risposta che Ferracchiati cerca con tutta la sua produzione al suo vertiginoso “Chi sono”. Insieme alle rivendicazioni ideali, sembra qui essere arrivato a suggerire, siamo fatti anche delle nostre domande, delle attese che ne abitano gli interrogativi, delle scelte che prendono forma per prove ed errori e possibili ritorni, delle fragilità, delle debolezze e degli orgogli, di quello che non vogliamo, o fingiamo di non voler, comprendere. E allora. forse, anche il teatro contemporaneo trova la sua misura migliore quando, rifuitando di fornire una risposta o una chiave che dissipi il dubbio di aver lasciato scivolare qualcosa dalle dita, si pone – e come qui, raggiunge – l’obiettivo di lasciare semplicemente la consapevolezza di aver visto un lavoro di qualità e denso di pensiero. Che – come la filosofia che intesse il lavoro Cechoviano, chiede di sedimentare, prima di lasciar affiorare – ciascuno nella propria forma – una nuova luce ritornando a se stessi.