Misurare il salto delle rane e cosa ci muove nel silenzio

In Teatro

Con “Misurare il salto delle rane” Carrozzeria Orfeo porta all’Elfo uno dei suoi lavori più commuoventi, in cui abbandona alcune delle sue caratteristiche tipiche in una dark comedy solo di nome, intelligente e densa.

Potrebbe essere l’America profonda di Tre manifesti a Ebbing, Missouri o di Nomadland, oppure un qualunque angolo dei mondi o, come suggerisce il testo, un villaggio di pescatori affacciato su un lago che sembra un mare e segna un confine con un altrove. Di certo un luogo di amori ruvidi che non hanno parole per dirsi e si agiscono con grammatica tutta loro travestita da astio. Di sicuro è un tempo in un passato più sfumato di quello dichiarato, quello dei telefoni a rotelle e dei walkie talkie. Con Misurare il salto delle rane, Carrozzeria Orfeo abbandona il tradizionale cinismo e i volti più riconoscibili della compagnia per portare in scena, al teatro Elfo Puccini fino al 26 aprile, una storia che, pur mantenendo la caratteristica vena ironica, trova un quasi inedito lirismo e una violenta tenerezza, fatta di parole sputate come “l’unico silenzio che può essere espresso” dentro una famiglia d’elezione tenuta insieme da una devozione nutrita dal dolore e da segreti troppo dolorosi per essere illuminati, sul passato che lega Betty, la sua fame d’amore con “più cuore che testa” a cui è rimasta soltanto una rana da competizione come solo oggetto possibile, e la sua rabbia sempre in fiamme contro tutti i maschi predatori, e sua zia Lori e la sua muta impotenza per non aver saputo amare abbastanza da salvare Jo, sua figlia, la sorella che Betty aveva scelto per sé, di cui sono rimasti a strapiombo sul lago solo una scarpa e il silenzio e la certezza di un suicidio.

A far saltare — con la sua saggezza poetica e la sua misurata tenerezza — l’acuminato equilibrio raggiunto tra le due donne che provano, come possono, a proteggersi a vicenda, è la giovane Iris, venuta dall’altrove che tengono lontano a portare l’ultima voce di chi non c’è più. L’avvincente scioglimento della vicenda in sé è ben congegnato e si muove tra visioni oniriche e frammenti da ricomporre, mentre si illuminano improvvisi emergendo dal buio, con un’evocativa illuminotecnica, come i volti delle protagoniste, fulminei e abbaglianti. Quello che però colpisce di più, nella elegante drammaturgia di Gabriele Di Luca, è la capacità di illuminare le fragilità profonde di donne scolpite dalla vita, donne sempre “in guerra” a cui non resta — per reagire ai maschi o al mondo che le rende preda — altra via che la rassegnazione dolente di Lori o la violenza goffa di Betty. C’è una verità radicale — sulla delicatezza e la preziosità del legame tra le persone, sul reciproco prendersi cura dei legami davanti a un mondo buono solo a distruggere — sotto le loro parole tagliate a grana grossa, che Iris piano piano snida senza — forse — essere in grado, nella sua intelligenza cittadina, di saperne maneggiare le incandescenti conseguenze. Ciò che conta, nello spazio realistico di baite di legno a vista in cui le mette Massimiliano Setti, è quel che splende in pepite emerse in ammissioni masticate a fatica e rese vere da tre interpreti impeccabili.

La Lori di Elsa Bossi ha l’umanità vivida e urticante dei personaggi di Frances McDormand, la Iris di Noemi Apuzzo ha la dolcezza di chi ha capito e non impone, ma anche la confusione di chi si deve affacciare sull’abisso inatteso, e — nel ricomporre il puzzle di una vicenda che la riguarda — rimette insieme e si vede restituite più chiare e spietate anche parti di sé. Una menzione d’onore, però, merita Chiara Stoppa, che dà alla semplicità di Betty una rotondità che non la rende mai ridicola e che — pur assumendosi, in una trama intimamente dolente, il compito dell’ironia anche grezza e dell’evocare la risata — lo fa accadere in qualche modo suo malgrado, come si fa per proteggersi da qualcosa che ci tocca nel profondo. Il suo è, in qualche modo, il compito del fool della scena, il saper dire al mondo che il re — il maschio, il suo potere, il suo possesso, il suo consumo — è nudo. Ma insieme smaschera anche tutte le crudeltà quotidiane di ogni provincia prima umana che geografica, ma anche tutte le frasi fatte con cui spesso proteggiamo il nostro stare in mezzo agli altri, di cui smonta la vuotezza con la precisione chirurgica dei bambini anche senza esserlo più. Ne emerge uno dei lavori più emotivamente potenti e riusciti della compagnia, meno cinico ma probabilmente più profondo. La risposta — voluta o emersa da una sensibilità che la sa cogliere — è che forse in tempi così deliranti e crudeli non ha più bisogno di essere provocata col disagio, ma osservandosi nelle sue ferite più autentiche, su cui lasciar cadere un silenzio che non sia più negazione ma consapevolezza.

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