Un poetico Luca Toracca riporta all’Elfo fino al 19 giugno la figura – commuovente e libera di Quentin Crisp, illuminando l’uomo dietro l’icona e la sua chiamata al presente.
“Tutto ciò che è degno di un uomo, io oso farlo. Solo con un sacco di mascara” una dichiarazione di intenti, di poetica, di identità, che tiene dentro il ritorno di un classico del teatro dell’Elfo, e soprattutto riporta sulla scena, nei panni di Quentin Crisp, Luca Toracca – colonna del teatro di Corso Buenos Aires da molto prima che si trovasse lì – e le sue primavere portate con una grazia piena di saggia levità, che fa con naturalezza sovrapporre interprete e personaggio. Una figura che anche la comunità lgbtqia ha spesso lasciato da parte, ma che, in un tempo formalmente radicalmente mutato ma in cui ben si ritrovano, sempre di più, i punti di contatto, ritrova tutta la sua forza nel raccontarsi. Riportarlo in scena proprio nel mese del Pride, e sentirlo ribadire che “il mio modo di essere è una protesta” avrebbe ancora bisogno di essere una lezione da ricordare. Anche considerando che la sua intenzione non si ferma al gesto militante.
In una casa che è palcoscenico, quinta, nido e prigione, dal sipario rosso alle spalle fino agli abiti di scena, ma anche ai frammenti di un abbandono e di una solitudine vissuta come un destino. Quentin Crisp si muove, e fa brillare le sue pagliuzze d’oro, in uno spazio – firmato con cura da Roberta Monopoli, ingombro dei segni e delle tracce di una vita di cui Quentin non ha nessuna intenzione di liberarsi, si svela innanzitutto un uomo, arrivato al punto della propria esistenza in cui la memoria di sé e della società che si è attraversata è il vero capitale da lasciare in eredità. Quella di Quentin Crisp è fatta di dolore, umiliazione, rifiuto, ma soprattutto di un “eccesso” estetico e artistico mostrato non tanto come arma, ma come sola misura possibile della sua esistenza.
Nel testo di Mark Farrelly, Quentin Crisp è, con danzante coerenza, l’icona che sussiste di per sé stessa, reso famoso dal suo stesso autonarrarsi, ma è anche la lucida e tenera sincerità dell’uomo anziano che fa i conti con il proprio senso di sé, con il bisogno di esibirsi urgente come una overdose in cui trovare il vero sé, con l’amore sognato e il sesso sofferto “ultimo rifugio dell’infelice”, con l’ammirazione in pubblico e la solitudine in privato, la luce della rappresentazione e il buio che rimane in un monolocale di Manhattan, quando cercando un nuovo posto lascia Londra per New York, dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita.
La sua biografia, a ben guardare, si snoda – anche davanti a chi è troppo giovane per cogliere tutto – con una rigorosa precisione, garantita dalla curatela di Francesco Frongia, che adatta solo qualche riferimento di costume per non far perdere di forza ai moniti di Crisp e alla loro gustosa ironia: “non inseguite la casalinga di Voghera, fatela venire da voi, è più comodo!” – ma per il resto replica, oltre all’immagine, anche le formule di Crisp, come confidenze e le richieste di consigli di signore e giovani come tante, che Toracca ritrova fra il pubblico fin dal primo momento in cui si accendono le luci della ribalta.
In effetti, è piuttosto unica l’atmosfera che Luca Toracca riesce a creare, sospesa tra la verve da caffè chantant e la confidenza, venate di un garbo d’altri tempi senza per questo averne segnato il passo. Lo è anche la temperatura emotiva di un lavoro che, senza retorica, suggerisce l’abisso con una risata, rileggendo la sofferenza come dimostrazione di vitalità, e, con la sua leggerezza, offre ai rifiutati e ai discriminati gli strumenti per sopravvivere al mondo: custodirsi, forse, ma certo non rinunciare a un solo lampo dei propri colori, coltivando l’unico talento che Crisp si riconosce. Sotto il luccichio che lui impone loro, tanto la vita quanto la morte diventano messaggi di speranza. Ma anche grida che chiamano a riconoscere i Quentin del presente quando, a luci accese, dentro Crisp è Toracca a prendere parola, con la rabbia di chi sa che raccontare storie serve anche a proteggere chi le attraversa nella realtà. Un esercizio di verità e indomesticabile orgoglio che, non può finire col buio sulla scena. Anche perché, senza cadere nel patetico,
sa toccare vette di grande densità emotiva, figlie dei rovelli di un uomo che ha attraversato tutto il Novecento ma lo usa per farci eco. Ma è soprattutto un lavoro che può – e vuole – restare un messaggio di speranza, di fedeltà alla identità più autentica di ognuno.