Lettera sentimental popolare ad una radio

In Città, Eventi, Fotografia, Weekend

Compie 50 anni Radio Popolare e li celebra con una mostra da non perdere, una maratona radiofonica e un corteo domenicale. Ma soprattutto con la ricchezza di una storia in divenire e che è di tutti noi che di questa comunità siamo parte

Scrivo queste righe il 12 dicembre. Per un sacco di gente a Milano basta questo per capirsi. Come nominare Fausto e Iaio, oppure, all’estremo opposto e tanta acqua passata sotto i ponti, i due arcobaleni di una notte di maggio in piazza Duomo a festeggiare – per una volta – un sindaco sulle cui spalle avevamo caricato molte nostre speranze. Mentre scrivo la radio è accesa: ne abbiamo diverse in casa, da sempre sulla stessa frequenza. Il mio “sempre” con Radio Popolare data 1980, quando sono arrivata a Milano e ho risintonizzato sul 107,6 la mia radiosveglia rossa di tempi analogici. Erano passati cinque anni dalla sua fondazione, ne passeranno ben 45 prima del compleanno tondo che si festeggia in questi giorni con una maratona radiofonica che ha richiamato in servizio le voci ‘storiche’ e coinvolto ascoltatori e ascoltatrici in giro per il globo e con un corteo che, domenica mattina, da via Ollearo, raggiungerà la Fabbrica del vapore dove è allestita una mostra che racconta, per immagini e testi, una storia lunga 50 anni insieme unica e di tutti. È una mostra da non perdere (curatela di Giovanna Calvenzi, autori e autrici da Basilico, Berengo Gardin, Dondero, Bensi, Schirer a Laila Pozzo, a comporre un racconto corale e sfaccettato e i video meravigliosamente montati da Studio Azzurro), sia se vi sentite parte della gente di cui sopra, sia se volete capire la ragione di questo legame forte e strano che fa tesoro del passato per proiettarsi nei prossimi 50, come da slogan di quest’anno di celebrazioni.

La ragione sta in una sola parola e in diversi motivi di cui diremo, e sbaglia chi dovesse pensare si tratti solo di nostalgia degli anni giovani e del ‘buon tempo andato’. Se c’è qualcosa da addebitare all’età di chi scrive è forse il dare valore alle cose che durano, alle domande che le hanno motivate – la voce del fondatore Piero Scaramucci ricordava che in quel 1975 ci voleva una radio che parlasse a tutti e che, aprendo i microfoni, facesse parlare tutti – e a ciò che, dopo, ne è scaturito. E che va avanti, con tutti i conflitti – molti problemi, testarde opinioni e pochi soldi – ben noti a chi ha attraversato e ben conosce i vizi delle ‘famiglie’ della sinistra. E se questo qualcosa – Radio Popolare – continua ad essere la colonna sonora quotidiana di molte e molti che non riescono semplicemente a immaginare la propria Milano senza “La” radio, beh, la parola chiave è comunità. È quello che Radiopop ha continuato a rappresentare – pochissimi altri casi così longevi, nessuno così fortemente impastato con il luogo di nascita -, è quello che a me sembra prezioso e raro, nonostante tutti i nonostante che costellano la mia relazione di lunga durata con la radio e, anche attraverso di lei, con la città che ho scelto e abito. (Forse non per caso d’estate al sud si ascolta altro, più ‘nazionale’, meno popolare). È una comunità dell’ascolto e dello scambio, una comunità fisica che si ritrova in molte occasioni e non bisogna neanche ricordare, per contrasto, quale tessuto sociale sfilacciato viviamo, quante delusioni e frustrazioni politiche abbiamo accumulato, quanto poco comprensibile e angosciante appaia spesso la trama degli avvenimenti, tanto da farci dubitare delle categorie interpretative della realtà a lungo usate.

Non è poco, in tempi così smarriti, sentirsi parte di questa comunità, anche se con molti e molte tra gli ascoltatori oggi forse non prenderei neanche un caffè, anche se talvolta ascolto e mi arrabbio, ascolto e dissento, o da buona boomer rimpiango. Non è poco, e mentre in questi giorni si discute della cessione del gruppo Gedi a un armatore greco di dubbie amicizie, e io certo non mi iscrivo tra coloro che pensano che tanto tutto è eguale – no, non lo è e può anche molto peggiorare – non è poco anche avere ben chiaro che la radio bisogna farla ma farla bene. Il giornalismo professionale, anche per sue colpe, vive un’enorme crisi di credibilità e fiducia: mi ha colpito sentire Lorenzo Valera, un ex, raccontare che lui, giovane e appena sbarcato in radio, veniva chiamato a sera tarda da Piero Scaramucci che commentava la chiusura, per valutare cosa c’era da fare di più e meglio. Esserci, raccontare, analizzare, intuire, mettere a confronto fatti, opinioni, punti di vista. Prendere posizione. Essere indipendenti, grazie al sostegno di noi tutti. E cucire e cucinare il prodotto, il lavoro paziente dietro le quinte che molto spesso chi legge o ascolta non conosce e sottovaluta: sapendo da che parte stare, la radio ha camminato in questi 50 anni, usando freschezza, innovando linguaggi e format in uno sforzo collettivo di cui gli ascoltatori sono stati parte attiva e che ha avuto le sue cadute ma anche picchi di buon giornalismo. Come dimenticare i giorni di Genova, la diretta dalla macelleria messicana della scuola Diaz, giusto per fare un esempio.

Milano, 24 settembre 2000, Via Ollearo: Piero Scaramucci con gli ascoltatori in occasione della chiusura della campagna abbonamenti. Foto di Matteo Bergamini

2022, foto di gruppo, Salvatore Laforgia

Ci sono per me altre ragioni, una fondamentale ha a che fare con l’uso della creatività e dell’ironia che sono robustissimi fili della storia di Radiopop, della trama quotidiana dell’onda e di questi giorni di celebrazioni per la regia di Gianmarco Bachi e il lavoro di tutte e tutti. E buttatela via una radio che sa mescolare i registri, parlare lievemente di serissimi affari, andare in alleggerimento e farti ridere alle sette del mattino di una piovosa giornata d’inverno a Milano. Ci sono le persone che fanno la radio oggi – e finalmente una donna, Lorenza Ghidini, a dirigerla – e quelle che l’hanno fatta ieri, alcune assenze che pesano e che sono state parte della mia vita professionale e personale, con le quali c’è stato scambio, talvolta scazzo, amicizia e stima. Ci sono anche montagne di ricordi, perché questi 50 anni sono anche i miei e il privato si mischia al pubblico: un figlio piccino che si rotola sul pratone di un’Extrafesta, quella volta al parco Nord a comporre una scritta – cos’era, il simbolo della pace? – le domeniche mattina in pigiama nel lettone con Crapapelata… E le piazze, i 25 aprile, ‘quel’ 25 aprile e il mio taccuino che si scioglie sotto la pioggia e pure la sveglia alle sei e mezzo per andare in radio a fare la rassegna stampa.

Marco Formigoni alla manifestazione del 25 aprile 1994 (foto di Maurizio Maletti)

Ognuno di noi, componenti di questa comunità, potrebbe aggiungere al tavolone lungo 52 metri che in Fabbrica del vapore ospita i materiali degli ascoltatori un proprio tassello, un pezzetto di memoria, un frammento di storia.

Per quanto mi riguarda so che la radio c’era in quella che ritengo l’esperienza di femminismo più importante della mia vita: era il 14 gennaio del 2006, eravamo scese in piazza con Usciamo dal silenzio per difendere la legge 194 minacciata allora, minacciata oggi e per la libertà delle donne. C’era quel giorno a Roma una manifestazione dell’arcipelago lgbtq+ che chiedeva le unioni di fatto: poteva essere, anzi avevamo rischiato che la sovrapposizione degli appuntamenti fosse un problema politico un po’ spinoso. Radio Popolare – qui accanto la cronologia in mostra lo ricorda – creò il ponte radiofonico per far dialogare le due piazze e i due palchi, a Milano Ottavia Piccolo e noi tutte, a Roma Lella Costa. Fu importante e bellissimo e non lo dico soltanto io.

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La mostra 50e50 apre domenica 14 dicembre 2025 alle ore 10.30 alla Sala Cisterne della Fabbrica del vapore, via Procaccini 4, Milano. Resterà aperta dal 15 dicembre al 25 gennaio. Orari di apertura dalle 12 alle 19. Chiuso il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio. Il progetto espositivo è stato curato da Giovanna Calvenzi, con la collaborazione di Cristina Selva, Pietro Fanti e Tiziana Ricci. ll progetto della mostra è frutto di un lavoro collettivo di professionisti, che hanno regalato a Radio Popolare tempo ed esperienza: Giovanna Calvenzi, Pietro Fanti, Mario Piazza, Lorenzo Mazzali, Francesco Librizzi, Studio Azzurro, Diletta Ciuffi, Gianni Nigro, Roberto Spaiardi, Laila Pozzo, Toni D’Ambrosio, Massimo Mangione, Luca Gattuso.

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