Il celebratissimo “Notre Dame de Paris”, che dal 1998 miete successi di pubblico in tutto il mondo, torna nella versione italiana confezionata da Pasquale Panella. Un’occasione irrinunciabile per fare qualche riflessione aggiornata sull’opera pop e i suoi derivati
Non poteva essere più appropriata la riproposta di Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante, in scena al Lac di Lugano fino al 31 maggio e poi in tournée in Italia fino a gennaio 2027. Per diversi motivi.
Alla fine del ventesimo secolo (1998) la formula sembrava difficile da definire e da collocare. Prima della Rete, l’opera lirica viveva ancora in uno spazio di tradizione e le “aperture” dei teatri francesi al musical erano scarsamente conosciute in Italia (come lo è ancora oggi buona parte della storia della commedia musicale francese).

Ogni vicenda cantata che sapesse di mostruosità erotica (ancorché amabile) stava compressa tra due poli: il grande Phantom of the Opera di Lloyd Webber (1986) e il monopolio acquisito da due film della Disney (Beauty and the Beast del 1991 e Il gobbo di Notre Dame del 1996).
Che spazio poteva avere il musical in francese, che si rivelava – cosa inusuale – permeabile e adattabile alle varie lingue ( italiano e inglese in primis)? Di più, a che successo poteva aspirare uno spettacolo che intenzionalmente rinunciava all’esecuzione orchestrale dal vivo e si presentava con le basi registrate che, per una tradizione iniziata – almeno in italia – alla fine degli anni sessanta, erano considerate uno strumento di esecuzione buono per i balletti classici in trasferta e per i musical al risparmio?

Oggi, la coscienza post moderna ha completamente rovesciato le cose. C’è stato un ricambio generazionale che permette di avvicinare Les Miserables – solo per restare tra i musical francesi tratti da Hugo – nel rifacimento inglese e nel film americano che ne è derivato. La Disney, associatasi alla Pixar, ha fatto un salto nella contemporaneità che lascia poco spazio al fiabesco d’epoca e se lo fa – Frozen – persegue l’opera con il ribaltamento dei ruoli: i prìncipi biondi e muscolosi sono i veri cattivi.
L’universo sonoro del ventunesimo secolo è fatto di un intreccio di intermediazioni vocali, di amplificazioni, di suoni in cuffia (a cominciare dalle Tosche, dalle Traviate e dai Rigoletti girati dal “vivo”, presunto, nei luoghi voluti dal libretto, per la tv) in cui la moltiplicazione delle sorgenti musicali diventa un tertium che dialoga con l’attore e lo spettatore mettendo in crisi qualunque concetto di unicità della trasposizione scenica.

Così, l’inopinato Notre Dame di Paris di trent’anni fa, che era in odore di un grandioso da stadio sentito come “non teatrale”, riemerge in un contesto in cui popular music e popular opera (e Cirque du Soleil e Moulin Rouge e Morricone e Bocelli) si vengono incontro con tutta naturalezza.
Resta la difficoltà per la lingua italiana di affrontare in termini musicali i temi della modernità, non – però – quella di ripensare la canzone. Un libro come quello di Ilaria Porciani (Non solo canzonette. La popular music nella narrativa contemporanea) e più ancora l’idea del Comunale di Bologna di riproporre le canzoni di Francesco Guccini in chiave orchestrale – classica fanno pensare a un nuovo orecchio italiano, a una nuova considerazione della propria memoria e delle attrattive della propria fantasia.
Lunga vita dunque a Notre Dame e andiamo ad ascoltare Riccardo Cocciante!
Lac di Lugano: Riccardo Cocciante e Luc Plamondon Notre Dame de Paris, versione italiana curata da Pasquale Panella. 27, 28, 29, 30, 31 maggio. Poi fino a gennaio nei teatri itailani