Anne Applebaum: nella guerra delle idee capire ciò che accade è politico

In Interviste, Letteratura, Saggistica

Chi sono i dittatori che vogliono dominare il mondo? Quali sono gli strumenti del conflitto contemporaneo? Cosa significa la disillusione delle masse? Davanti a cinquecento spettatori Anne Applebaum, premio Pulitzer e premio Strega per la saggistica internazionale, ha raccontato di autocrazie e di diritti, di social media e di nuova propaganda, del ruolo dell’Europa e dell’assedio alla democrazia. E, se l’orizzonte è pesante, vitale diventa, ancora una volta, non rinunciare a cercare di capire.

Capire i perché è probabilmente la prima, e più importante condizione per scardinare la sensazione di impotenza che abita il nostro presente.
Anne Applebaum, giornalista, saggista, premio Pulitzer nel 2004, non ha dubbi: «Non è che stia dicendo che c’è una nuova guerra fredda: quella di oggi è una guerra delle idee».

Sulla catena di cause ed effetti che governa i nodi della storia e della politica contemporanea si dipana, così, anche Autocrazie, il suo più recente lavoro, pubblicato in Italia da Mondadori, che nel 2025 si è aggiudicato il premio Strega saggistica internazionale.
Perché l’Europa è sotto attacco (e in quale modo), perché la democrazia è scomoda, perché – pur non essendo mai stati tanto dotati di tanti strumenti per comprendere come oggi – l’ignoranza esercita un fascino inedito: sono questi i temi sui quali il libro, in una serrata intervista condotta da Francesco Chiamulera, è stato presentato al festival Una collina di libri, dove Applebaum è stata ospite insieme a Radosław Sikorski, giornalista, Vicepremier e Ministro degli Affari Esteri della Polonia. 

“Abbiamo tutti in mente l’immagine un po’ caricaturale di uno stato autocratico. C’è un cattivo al vertice, che controlla l’esercito e la polizia. L’esercito e la polizia minacciano il popolo con la violenza. Ci sono collaboratori malvagi, e magari qualche coraggioso dissidente.
Tuttavia, nel XXI secolo una simile rappresentazione ha scarsa attinenza con la realtà. Al giorno d’oggi, le autocrazie non sono governate da un solo cattivo, ma da raffinate reti che poggiano su strutture finanziarie cleptocratiche, su un complesso di servizi di sicurezza – militari, paramilitari e polizia – e su esperti di tecnologia che forniscono sorveglianza, propaganda e disinformazione”.

Scritto nel 2024, quando alcune soglie inibitorie della politica internazionale non erano ancora state frantumate, il saggio, nel suo titolo originale è Autocracy Inc.

«La sigla Inc. sta per Incorporated: è un po’ come spa, si usa per le società costituite. Le autocrazie non sono tutte uguali: una cosa è la Cina, un’altra la Russia; ma per capire che la faccenda è più complicata, ci basta guardare al Venezuela, dove fino ad oggi non è per niente chiara la situazione. Quello che accomuna tutte le autocrazie, però, è che sono gestite da un leader, o da un gruppo (una oligarchia), che vuole avere in mano tutto il potere, con tribunali politicizzati e controllo pervasivo.
Per questi paesi il linguaggio delle democrazie liberali contiene idee molto pericolose. La prima cosa che queste autocrazie hanno fatto – sempre – è stata quindi cominciare a limitare il linguaggio della democrazia».

Mantenere lucido il timone della comprensione, non cadere nella generalizzazione, capire il senso delle differenze è, nel discorso di Anne Applebaum, una condizione essenziale per stare nella complessità:

«Ci sono piccole sfumature, ma sono sfumature importanti. Un po’ diversa è la situazione con società illiberali che non vedono il mondo democratico come nemico numero uno (per esempio il Pakistan) con cui è possibile pensare a un rapporto differente. Non è che il mondo sia tutto in bianco e nero, bisogna sempre tenerlo presente: ci sono movimenti democratici in stati autocratici (le donne in Iran, o ciò che accade a Hong Kong), ma anche forme autocratiche dentro paesi democratici (partiti che usano un linguaggio illiberale per andare al potere).
Viviamo in un presente dove è tutto una scala di grigio»

Ancora una volta, insomma, è il linguaggio, e la sua manipolazione a determinare il tempo in cui viviamo, la percezione che ne abbiamo. Se la parola fonda il (nostro) mondo, è evidente che la questione della propaganda diventa essenziale. La direzione che prende, però, è qualcosa di differente rispetto a quello che è accaduto nel secolo scorso: la Russia – come afferma Radosław Sikorski – non tenta di esportare al mondo intero il suo nazionalismo come una merce che si possa applicare, ma per convincere che altrove non si sta meglio che in Russia ha tutto l’interesse che i paesi litighino tra loro. E, per questo, i russi sostengono l’estrema destra e l’estrema sinistra attraverso i social media. Ovvero, quello che vent’anni fa pensavamo come uno strumento di libertà viene al contrario usato per radicalizzare, e per creare dissenso.

Sulle nuove forme di propaganda conta, afferma Applebaum, anche la consapevolezza che oggi siamo in una prospettiva diversa rispetto al passato: la promessa di un futuro migliore non regge, ma la disillusione è un autentico campo minato.

«I russi sono stati pioneristici, perché la loro propaganda è stata copiata: andare a minacciare le fondamenta, dire agli europei che stanno finendo, che l’Europa è sull’orlo del crollo – è questo il sistema.
Ma Putin ha compreso un’altra cosa importante: nel mondo moderno diventa sempre più difficile capire cosa è vero e cosa no, e la propaganda cerca di attaccare istituzioni di cui la gente si fida, talvolta portando notizie contraddittorie. Pensiamo, per esempio, a quello che è successo nel caso dell’abbattimento dell’aereo malese, nel 2014: sono state diffuse talmente tante spiegazioni, molte in contraddizione l’una con l’altra, al punto da non permettere di capire. Se convinci la gente di non essere in grado di comprendere, o che comprendere sia impossibile, la conseguenza è una sensazione di nichilismo, di apatia. Cosa stai facendo, in sostanza? Lavori perché la gente stia a casa e non faccia niente, non pretenda di capire, non critichi il regime, ma, soprattutto, non si occupi per niente di politica.
I cinesi lo fanno in maniera diversa: attraverso il controllo di tutto internet.
La nuova propaganda ha obiettivi diversi, insomma: minacciare le università, i media, soprattutto se sono istituzioni che creano unità.
Alle autocrazie interessa che non ci sia idealismo, che non ci sia nessuna voglia di diventare nuovi eroi. Significa cercare di andare al di là della politica, per cercare di dominare tutta la nostra vita».

Oggi, insomma, sostiene Anne Applebaum, la guerra è molto diversa: si fa con propaganda, con i bot, i troll, i finanziamenti ai partiti politici, con gli attacchi cibernetici alle istituzioni politiche, con gli hacker. La minaccia non ha l’aspetto di un fucile, o di una bomba. È più sottile.

«Quale è lo scopo ultimo di tutto questo? Attaccare nelle fondamenta l’Unione Europea. Perché l’Europa è un bel problema per le autocrazie, e va dissolta in modo da metterci i sodali, gli amichetti giusti. Il rischio che corriamo è che per la prima volta anche l’America veda l’Europa nella stessa maniera, per altri motivi: c’è una ossessione che arriva da entrambe le parti».

Prendere una posizione chiara in tema di social media, gestione dei dati, etica della cyber sfera è quindi vitale.
Radosław Sikorski, al fianco di Anne Applebaum, lo ribadisce: quello che è illegale nel mondo analogico dovrebbe esserlo anche nel mondo digitale, poiché le conseguenze hanno un impatto ancora maggiore. Non c’è bisogno di un cambiamento giuridico nel cyber spazio, afferma Sikorski, basterebbe applicare, con rigore, ciò che abbiamo già stabilito. E Applebaum traccia il perimetro di una possibile svolta:

«Sovranità è una parola che viene abusata: se ne parla come se il pericolo fosse contro l’Ue, il territorio, mentre invece ciò che minaccia i nostri paesi viene dall’interno, da qualcosa di molto diverso: come finanziare una elezione, o una campagna politica.
Se non possiamo decidere quali sono le regole della nostra democrazia, se non gestiamo i nostri dati e lasciamo che vengano gestiti senza controllo, ci esponiamo a un rischio evidente.
Il modo per essere protagonisti della nostra politica è avere le nostre piattaforme, le nostre regole: serve che un numero sufficiente di politici, e di finanziatori, lo capiscano e lo sostengano.
La sovranità si può raggiungere con la collaborazione: ovvero, assumendosi le proprie responsabilità per la nostra politica interna. Non sarà possibile se nei nostri paesi ognuno si occupa del proprio orticello.
L’Unione Europea, però, ha approvato una risoluzione perché le big tech rispettino degli standard, e si trova nella posizione di poter fare delle domande a questa big tech, di pretendere una regolamentazione. È ovvio che questo non piaccia all’amministrazione Trump: ma di qui passa la strada».

Applebaum, “mente brillante che ha deciso di prendere posizione contro una serie di dittatori”, come la definisce Francesco Chiamulera, ragiona anche sulla guerra portata dalla Russia in Ucraina.
Della lettera che Zelensky ha inviato a Putin dice che ha un significato molto importante:

«Credo che gli ucraini sono disposti a cessate il fuoco, ma i russi hanno detto molto chiaramente che non lo sono. L’idea di Putin è quella di occupare l’Ucraina per farne una provincia russa: finché non ce la farà, o qualcuno si schiererà perché non ce la faccia, il lavoro della propaganda dovrà essere intensificato. Ma siamo a un momento di svolta»

Le fa da chiosa Radosław Sikorski:
«Per Putin la guerra finirebbe se l’Ucraina rinunciasse alle parti non occupate del Donbass; ma in realtà sono 13 anni che combatte: perché l’Ucraina dovrebbe rinunciare a quello che la Russia da sola non riesce a conquistare?».