Solo quando i giorni sono lunghi si può scommettere con tanta leggerezza sulla propria sorte. E quello che accade il 22 luglio 1975 in una trattoria milanese è esattamente questo: una classe fresca di diploma convoca la morte al proprio tavolo. Qualche tasto cosmico ( o ancestrale) deve essere però stato toccato sul serio: così il gioco diventa in breve ossessione grottesca, azzardo fatale, maledizione, farsa, tragedia.
Nella danza macabra scolastica, qualcuno si scoprirà capace di uccidere, qualcun altro desideroso di morire, altri ancora incontreranno l’amore, la disillusione, la follia, il sogno. Candidato da Vittorio Lingiardi nel primo gruppo di proposte al Premio Strega 2026, il nuovo libro di Michele Mari è un romanzo sul tempo, sui legami, sull’apprendimento del nostro essere umani.
La mensa imbandita e consumata – come in ogni rituale di sacrificio che si rispetti. Il Destino convocato alla libagione, e sfidato da pari a pari. L’immortalità presunta di quel momento perfetto, quando, attraversato il rito dell’esame di maturità, la vita pulsa tra le mani tutta ancora da scommettere, e da plasmare, e da costruire. E i corpi si proiettano con spavalderia sul futuro.
Da quell’alchimista che è, Michele Mari sceglie con precisione gli elementi per combinare l’innesco del suo nuovo romanzo, I convitati di pietra (Einaudi): fulminante dramma giocoso che porta i suoi trenta studenti della classe III A (diplomata nell’anno scolastico 1973/1974) a legarsi insieme con patto di sangue, di soldi, di sorte.
Libro di scuola e libro di vita, questo: subito una delle presenze illustri del parterre di candidature al Premio Strega 2026, che si va componendo in queste settimane.

Il dispositivo messo in atto già alla scena iniziale, raccontata da una voce fuori campo che tutto sa e tutto vede, ha la leggerezza feroce della farsa che promette di affacciarsi all’abisso.
E infatti ecco i nostri, a tavola in una tipica trattoria milanese, che, a un anno esatto dall’esame, si ritrovano come avviene, da sempre, in tutte le classi di tutti gli istituti di tutti anni della nostra scuola.
Naturalmente, qualcuno manca, si sfila da subito, ma nel complesso l’appello è soddisfacente: c’è ancora abbastanza consuetudine perché la convocazione non si sfilacci.
Nel chiaroscuro delle pietanze consumate (dentro le quali rimbomba l’eco di tanta letteratura universale, da Ade al Commendatore del don Giovanni mozartiano) si rinnovano i fasti del tempo condiviso insieme, si spiano i cambiamenti che i mesi trascorsi a distanza hanno portato nelle vite degli altri, si verificano i propri ricordi (e gli stigmi, le antipatie, e i pregiudizi) sovrapponendoli alle facce presenti. Finché, a un certo punto, non si sa neppure a partire da chi, e per come, la scommessa prende corpo, e ingrossa di voce in voce, alla maniera mostruosa di certe presenze antiche: la fama dell’Eneide, la folla dei Promessi Sposi, la vox populi dei Malavoglia.
Ognuno versi una quota annuale per tutto il tempo a venire – si dicono i sodali – e il capitale, man mano che passa il tempo, venga investito oculatamente, in modo da fruttare: ai tre che moriranno per ultimi, andrà spartito equamente quello che, si suppone, diverrà un tesoro.
Chi accetta con convinzione, chi con noia, chi con riluttanza; qualcuno senza porsi alcun dubbio, altri ridendo addirittura: nelle reazioni dei compagni di classe ci sono già tutte le possibili facce della questione della responsabilità collettiva. E degli assenti, che fare? Come avvisarli? Dare per buona la loro collusione?
Fatto è che, da questo momento in poi, la partita a scacchi con la morte (una versione del Settimo Sigillo riveduta attraverso la lente del grottesco, non essendo propriamente epico il ricordo della boutade sancita tra ossibuchi e risotto) comporta una conseguenza ineliminabile: il legame di una promessa che condiziona e cristallizza per sempre l’esistenza dei singoli in qualità di classe.
Ed ecco, quindi, che, per giustapposizione di relazioni, si compone il quadro dei tipi umani attraverso il ruolo (spesso spietato) che il sistema dell’aula disegna sulla pelle dei suoi abitanti.
L’arroganza tonda dei bulletti impuniti, il prete mancato, il buono inarrivabile che pare sempre camminare una spanna sopra gli altri, i fidanzati perenni (ai quali la perfezione viene infine a noia), la seduttrice che non era mai stata tale, l’inquietante e altera dominatrice, il depresso cronico (insegnante di lettere: una prece…), l’opaca solo in apparenza: tutto il repertorio delle casistiche umane che incrociano nelle aule di scuola, appaiate dal destino di condividere la lettera che li accomuna dentro a una medesima sezione, si dispone intorno alla riffa.
E tanto diversi sono tra loro, ciascuno e ciascuna, che finiscono per diventare un unico corpo multiforme, collegati dall’aver condiviso indelebilmente il tempo dell’apprendimento: quello che li ha trasformati da individui in sistema sociale.
Lo definisce perfettamente un altro romanzo-mondo che alle aule guarda con la medesima (e feroce) lucidità di Michele Mari. Dentro La scuola cattolica di Edoardo Albinati si rintraccia, infatti, il perimetro di una dimensione che finisce (sempre, anche per rigetto) per essere legante, e che cementa un tipo di rapporto che riguarda a fondo ognuno di noi.
Così scrive, a proposito di cosa sia una classe, Albinati:
“Dai banchi di scuola all’età pensionabile, le distanze restano immutate. E questo è ridicolo e tremendo. Per quanto tu faccia per differenziarti, l’allineamento anagrafico si conserva, gli orologi battono all’unisono. Puoi andare nei Mari del Sud, fare il mercante di schiavi, cambiare sesso, avere sei mogli o farti prete, ma i tuoi coetanei ti seguono ti affiancano ti aspettano dietro l’angolo con le loro facce coperte di rughe sincronizzate. Il divario in tutti gli aspetti della vita nel frattempo può essere diventato enorme: c’è chi ora è miliardario e chi non ha di che pagarsi la cena, chi è sulle pagine dei giornali per un omicidio, per corruzione, perché è ministro della Repubblica o perché ha vinto Cannes: comunque, accanto a lui, invisibili, ci sono i suoi compagni di classe come per la foto di fine anno. Certo che qualcuno può perdere il passo, cadere ai margini della pista o ammalarsi o addirittura morire ma questa non è che una conferma del fatto che gli altri continuano a marciare sulla stessa riga per cui, visti di profilo, sembrano un’unica persona”.
Una riflessione, questa dell’impossibilità di smarcarsi – come se la storia di ogni classe non fosse in nulla diversa da una tavoletta cuneiforme, nella quale ogni segno resta inciso e vale per la comprensione di sé e di tutto ciò che precede e segue – che trova un’eco precisa nel libro di Mari:
“Raniero Mercadalli pensava ai propri compagni della III A con un senso di perplessità. Di fatto, non sapeva se prevalesse l’affetto o il fastidio. L’affetto era una conseguenza naturale della consuetudine, ma a ben vedere, tolto il momento della cena una volta l’anno, la complicità era tutta concentrata negli anni di liceo, come qualcosa di radioattivo che continuava a rilasciare nel tempo (e sempre meno col passare degli anni) un po’ dell’energia originaria. Ma perché rimanere fedeli a quell’energia, se era ormai poco più che un ricordo, qualcosa da tematizzare, da commentare, da citare, ma non più da vivere? Di che affetto si trattava, dunque? Di nostalgia, prevalentemente, ma allora sarebbe stato più corretto parlare di auto-affetto, di pulsione regressiva, di un sogno in cui la presenza e il contributo dei suoi compagni erano del tutto casuali… Quanto al fastidio, vi concorrevano almeno due fattori: il primo era legato all’incapacità di accettare un invecchiamento che l‘aspetto stesso dei compagni gli ricordava spietatamente: nessuna illusione, quando ti rispecchiavi nella loro canizie, nelle loro rughe, nelle loro gobbe”
La riffa tiene tutte e tutti sulla corda, lettore compreso: a un certo punto, è molto facile scoprirsi caduti nella tentazione di compilare l’appello, posto all’inizio del romanzo, completandolo con il numero progressivo della morte e relativa motivazione (sì, è successo anche a me).
La tombola col destino ha il suo grande tessitore, l’ineffabile Rivadeneyra, sorretto dal contraltare ombroso dell’inarrivabile Elisabetta Bathory; ma è tutto un gran daffare intorno al desiderio, all’avidità, all’ambizione, alla frustrazione che l’idea del tesoro si tira dietro. Proprio come nell’opera mozartiana non mancano i Leporelli: ce n’è di più assennati e moralmente retti (la compagna di classe che si appella all’etica di tutta la faccenda), e di più reietti (la diade, deliziosa, costituita da due ossessivi patologici, uno con la mania di Gene Hackman e gli album a fumetti, e l’altro con la fissa del porno).
Dalla tombola col destino, è facile scivolare dentro una versione riveduta e corretta di Dieci piccoli indiani: proprio come nel giallo di Agatha Christie, le pagine de I convitati di pietra scorrono con l’accompagnamento di un perenne, terribile basso continuo in sottotitolo (e non rimase nessuno).
La morte bussa, con variazioni assurde e impensate di violenza, alle porte di una precisa geografia milanese, tant’è che – stradario alla mano – si può ripercorrere l’intera città fissandoci addosso gli occhi stralunati della narrazione (un giochino, questo, che da Scerbanenco a Buzzati a Pariani – solo per citarne tre, tra ombre e mistero umano – ha la sua angosciante efficacia).
C’è spazio per l’amore, in tutto questo gioco al massacro? Ovviamente sì. Come per tutte le più complesse, e adulte manifestazioni di una società che impara, nel tempo, a riconoscere i propri danneggiamenti. E, quasi, a perdonarli. Poiché
“Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro”.