Fino al 6 giugno 2026 è in corso alla A+B Gallery di Brescia la mostra “It’s not so much fun to pick up the pieces” di Andrea Mirabelli, con il testo critico di Giorgio Verzotti. Un progetto inedito che prende forma a partire da una riflessione sulla funzione del monumento nelle società contemporanee, tema che Mirabelli affronta con un linguaggio pittorico che coniuga “tensione epica e controcanto ironico”.
L’indagine di Andrea Mirabelli insiste sull’istante di lacerazione in cui il monumento inteso come simbolo del potere diventa oggetto di una violenza collettiva. Questo improvviso rovesciamento di senso si rivela quando l’effige, prima efficace dispositivo di controllo, viene assalita e trascinata nella polvere dai sudditi inferociti.
In un contesto storico in cui la retorica dell’esportazione della democrazia maschera interessi senza scrupoli, il sacrificio rituale messo in scena nelle tele di Mirabelli contiene un primo crudele paradosso: mentre le statue dei despoti cadono per essere sostituite da altri simulacri, le masse restano perpetuamente sopraffatte dall’avvicendarsi di tirannie nuove e sempre uguali.

Con la mostra “It’s not so much fun to pick up the pieces” alla A+B Gallery di Brescia, l’artista mette a punto un linguaggio inedito e riconoscibile, una “pittura d’opposizione” capace di coagulare elementi inconciliabili.
Le fonti iconografiche derivano da una selezione di foto e fermo immagine intercettati nell’infosfera e tradotti in una rappresentazione autonoma e non descrittiva che non si presta ad interpretazioni meramente narrative.
Il gesto pittorico si muove come un demone che scuote la pelle del quadro. La tensione dei soggetti si ripete in un conflitto interno al fare artistico, in cui stesure temporalesche e contorte rendono corporeo, ma non per questo mimetico o svincolato dalla piattezza del supporto, l’intero dipinto.

Il cielo, un’ombra, un edificio, un groviglio di vegetazione, la carrozzeria di un’auto, tutto è parte di un organismo instabile. Ogni elemento è incongruo, disfunzionale, mutante.
Le forme, sempre sul punto di dissolversi o sorgere sotto ai nostri occhi, testimoniano l’impossibilità stessa del rappresentare, in un epoca in cui la fusione tra potere e tecnica mette volutamente in crisi l’esperienza del reale.
La gamma cromatica è plumbea, violacea, antinaturalistica, fatta di colori visti in un ricordo, di macchie che persistono sulla retina.
Talvolta intere porzioni di tela nuda, intoccate dalla pittura, vengono lasciate esposte, solcate solo dal convulso disegno a carboncino che traccia la composizione. Queste aree, caratterizzate da una luminosità astratta, contrastano con le parti contigue più opache e tangibili, ma il segno coerente e implacabile di Mirabelli garantisce un’assoluta continuità dell’insieme e scongiura qualunque effetto di non-finito.

La mostra è connotata dalla presenza ingombrante e surreale di una statua di Lenin riprodotta in materiale plastico. La copia riprende la sola porzione superiore del corpo del rivoluzionario ed è affissa al soffitto a testa in giù, restituendo didascalicamente l’idea di rovina e vilipendio. L’illusione di compenetrazione tra scultura e soffitto innesca la bizzarra sensazione di assistere ad un fenomeno di teletrasporto: allusione alla ricorsività della storia e all’interconnessione globale.

Un cortocircuito di piccoli disegni a fusaggine descrive, con figure incarbonite e accartocciate, le fasi del crollo di una versione oltremodo kitsch della Statua della Libertà, installata in una città del Sud America.
Stavolta, il simbolo neo-coloniale si sradica a causa di un vento travolgente. Che sia il vento del cambiamento?