In conversazione con il classico: Frankenstein, Del Toro e Shelley

In Cinema, Letteratura

Sono passati più di centocinquant’anni da quando, in una piovosa estate sulle rive del lago di Ginevra, Mary Shelley diede voce alla Creatura e al suo artefice, malato di tracotanza. Oggi, in un mondo affacciato su nuove angosce di postumana raffinatezza tecnologica, non è un caso che il romanzo presti il fianco a una reinterpretazione cinematografica (come non è un caso che questa arrivi fino alla notte degli Oscar). Il quesito che Mary Shelley seppe con estremo coraggio sviscerare è ancora del tutto attuale: in un futuro dominato dalle nostre stesse creazioni tecnologiche, saremo in grado di non diventare noi stessi il mostro?

L’attesa notte delle statuette ha portato con sé il consueto carico di scalpore e dibattito. Tra i film in lizza per l’Oscar al miglior film — vinto quest’anno da One Battle After Another — troneggiava un’opera madre del genere gotico: Frankenstein. Non è un caso che, in un’epoca segnata dalla rapida e potenzialmente rovinosa ascesa dell’intelligenza artificiale, la cultura popolare senta il bisogno di tornare al Sublime e, in particolare, al capolavoro seminale di Mary Shelley.

Il romanzo originale non nacque nel vuoto, ma in un clima di catastrofe climatica e personale: scritto durante il cosiddetto “anno senza estate” (1816), in cui le polveri emesse dall’eruzione del vulcano Tambora oscurarono il cielo d’Europa, Frankenstein riflette nelle sue atmosfere funeree l’angoscia di una donna segnata dal lutto. Mary Shelley era indubbiamente turbata dalla morte di parto della madre (la filosofa Mary Wollstonecraft) e dalle tragiche morti premature dei suoi stessi figli, che portarono naturalmente a una riflessione sull’atto generativo.

Tuttavia, all’estate tenebrosa e al trauma privato si fondeva la consapevolezza di un’epoca di mutamenti radicali: la Rivoluzione Industriale era in pieno fermento e il razionale Neoclassicismo settecentesco si scontrava violentemente con il tumultuoso Romanticismo. Il sottotitolo dell’opera, Il moderno Prometeo, è tutt’altro che casuale, e il quesito posto da Shelley risuona oggi con una forza profetica: “Cosa succede quando la scienza si spinge oltre il limite del naturale?”.

Il potere inquisitorio dell’opera e le sue atmosfere grottesche hanno generato un susseguirsi infinito di rifacimenti, rendendo la creatura un vero e proprio topos letterario e cinematografico (basti pensare all’infinito franchising di Jurassic Park). L’ultimo nato della famiglia è il “mostro” di Guillermo del Toro, distribuito tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Maestro del mostruoso, del Toro riesce incredibilmente nella rappresentazione visiva del Sublime: il suo film è un susseguirsi di estetiche che spaziano dal gotico del XVIII secolo al vittoriano, fino a uno sci-fi incredibilmente moderno.

La regia contiene i temi e lo spirito del romanzo, ovvero la creazione nello spettatore di quella sensazione ambivalente tra stupore e terrore che è firma del Sublime. L’estetica, imbevuta di un simbolismo cattolico che rispecchia la biografia del regista, dona alla pellicola un senso di timore reverenziale. La scelta di abiti sontuosi, opulenti e carichi di significato permette un linguaggio visivo dettagliato: spicca tra tutti il rosso del sangue, che si intreccia ai temi della maternità negata e del trauma intergenerazionale, in particolare quello del rapporto col padre.

Se dal punto di vista visivo il film è un trionfo, la sceneggiatura sceglie di abbandonare l’irrisolutezza del libro. Dove Shelley esplora l’ambiguità morale, Del Toro racconta una fabula da cui trarre una morale definita: l’inconclusività del Moderno Prometeo originale, l’assenza di risposte e il rifiuto di una condanna netta sono ciò che rendono il libro un pilastro del genere. Nel romanzo, Victor è un creatore irresponsabile che gioca a fare Dio, mentre il mostro è un essere complesso, capace di emozioni umane, di gentilezza ma anche di una vendetta atroce.

Nel film di Del Toro, invece, i confini sono più netti. Il Victor interpretato in questa versione è esuberante, ma spesso infantile e crudele; un uomo che cerca disperatamente l’approvazione che il padre non gli ha mai dato. Questa caratterizzazione lo definisce quasi totalmente come un villain, nel senso più hollywoodiano del termine. Dall’altra parte, la creatura appare polarizzata verso una bontà quasi angelica: il problema principale della creatura di Del Toro è che risulta fin troppo dolce e infantile – pur uccidendo personaggi secondari, nel contesto della trama principale non compie nulla di veramente malevolo. È, per citare il film, ‘più puro dell’uomo comune’, e resta tale anche dopo essere stato abusato e perseguitato, annullando la dualità della sua natura anche a livello concettuale, a metà tra il miracolo e il peccato.

Affinché Frankenstein funzioni come gotico, la creatura deve essere autenticamente spaventosa, solo questo può far emergere la complessità dell’opera. L’ironia tragica di Mary Shelley risiede nel fatto che la creatura nasce pura, ma diventa orribilmente vendicativa a causa della negligenza del suo creatore, e in questo si rivela l’arroganza dell’uomo. Quando la creatura di Del Toro perdona Victor nel finale, lascia una sensazione di pathos anticlimatico e una risoluzione fin troppo ordinata, lontana dall’essenza del genere a cui appartiene.

In definitiva, il Frankenstein di Del Toro è un’incursione teatrale e estetica nel genere del gotico; il film offre un’introduzione ai concetti filosofici del Romanticismo, come il conflitto tra immaginazione e ragione o la hybris scientifica, che sicuramente incuriosirà l’audience ad avvicinarsi al classico originale.
Forse, questa moralità ben definita e rassicurante è ciò di cui abbiamo bisogno oggi: il dubbio lacerante dell’opera originale viene sciolto perché noi contemporanei desideriamo chiarezza in un mondo diviso e spaventoso; accettiamo il perdono cinematografico perché temiamo l’oscurità del libro.

Il quesito dell’autrice resta: in un futuro dominato dalle nostre stesse creazioni tecnologiche, saremo in grado di non diventare noi stessi il mostro?

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