Quattro cadaveri, una incomprensibile macchia argentata, un mondo privo di memoria, il timore di una nuova Grande Accelerazione. Cosa significano queste morti, nell’economia dell’Equilibrio della Città? A condurre l’indagine è l’Agente Kajus, che l’Intelligenza Serpente nomina in quanto fedelissimo: da tempo l’ordine del Bene e del Male si confonde in una assenza di riferimenti storici. In un gioco di scatole cinesi, il sovvertimento delle apparenze fa emergere inaspettate possibilità. Il nuovo, ambizioso e distopico romanzo di Lorenzo Monfregola. L’Eterno Ritorno non è mai stato così vicino.
In un passo di 2666, Roberto Bolaño parla delle «grandi opere [letterarie], imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto» e di chi le ha scritte, autrici e autori che «lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore.» (Roberto Bolaño, 2666, Adelphi, 2007, traduzione di Ilide Carmignani).
La città dei Serpenti di Lorenzo Monfregola, da poco uscito per Polidoro nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate, è esattamente questo: un romanzo nel quale l’autore si confronta con la dimensione della grandezza, e lotta «contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore.»

L’azione inizia con il ritrovamento di quattro cadaveri con una misteriosa macchia argentata sul petto. Il caso viene affidato al ruvido Kajus, agente al servizio dell’Intelligenza Serpente. L’intelligenza Serpente mantiene la città in un equilibrio instabile, che è continuamente minacciato dalle tensioni tra i gruppi sociali che la abitano. Durante la Grande Accelerazione i serpenti hanno salvato dall’estinzione l’umanità, che ha perso la memoria del passato, e tengono la città sotto controllo per evitare che la catastrofe si ripeta. Il mistero delle macchie argentate però rompe l’equilibrio instabile tra i gruppi sociali e mina alle fondamenta il sistema dell’Intelligenza Serpente: per Kajus inizia una catabasi céliniana nel cuore di tenebra della città.
Ne La città dei Serpenti Monfregola ci porta in un futuro cyberpunk dal cromatismo massimalista, in cui si replicano all’infinito i riflessi metallici delle squame dei serpenti. Si riconoscono gli immaginari de La Trilogia di Valis di Philip K. Dick, de La notte che bruciammo Chrome di William Gibson, de La città condannata di Arkadij e Boris Strugackij e della trilogia de La memoria del passato della Terra di Liu Cixin. Monfregola, però, rielabora questo materiale, lo supera e si rivela un visionario e coerente world builder. Lo si vede già nella lingua che mette in bocca a Kajus, l’io narrante, una lingua aspra, graffiante, piena di numeri dispari, di frecce, che fa pensare allo stesso tempo a un serpente e a un linguaggio di programmazione.
Il tema principale del romanzo è il conflitto tra il Male, che gli esseri umani compiono perseguendo quello che credono il Bene, e il Bene, che gli esseri umani non sanno di cercare e ignorano finché non viene loro rivelato. È qui che Monfregola lotta «contro quello che ci spaventa […] e ci sono sangue e ferite mortali», perché in soccorso al protagonista non ci sono già bell’e pronte dottrine e ideologie che dicono questo è il Bene e questo è il Male, qui ci sono i Buoni e lì i Cattivi. Nell’ignoranza del Bene e del Male, a Kajus non rimane che affidarsi all’istinto, per capire di chi fidarsi tra le persone che incontra nel corso dell’indagine. La sfida che Kajus deve affrontare, e da cui passa anche la sua salvezza, è di non contare solo su se stesso e i sui propri pregiudizi.
Come il primo romanzo di Monfregola, Gli annegati (già recensito su questa testata, qui), La città dei serpenti è da una parte un’opera complessa, stratificata, piena di rimandi al mondo attuale, ai conflitti sociali, all’accelerazione tecnologica, dall’altra è piena di colpi di scena, ha ritmo e si lascia leggere come un page turner. In più, in questo suo secondo lavoro, Monfregola intraprende una sua personale ricerca della verità e si interroga sulla fede, vista sia come lotta interiore, sia nelle sue implicazioni politiche e sociali. In questo senso La città dei Serpenti manifesta la potenza di un libro dell’Antico Testamento, lo potremmo definire un Esodo cyberpunk.
Un’analisi dei numerosi riferimenti culturali del romanzo ci porterebbe troppo oltre i limiti di una recensione, ma quel che è certo è che Monfregola, nella raffigurazione del serpente, rinnova la visione ambivalente della cultura occidentale, in cui convivono il Bene, il Male e l’idea dell’Eterno Ritorno. Pensiamo a Friedrich Nietzsche, a Gilles Deleuze, a René Girard. Pensiamo alla tradizione cristiana, in cui il serpente tenta Eva e le offre il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma è anche innalzato da Mosè nella prefigurazione di Cristo innalzato sulla croce. Pensiamo alla mitologia greca, in cui il serpente è legato alle forze ctonie e primordiali e anche alla guarigione e alla conoscenza; del resto, in greco phármakon significa sia veleno, sia medicina.
La città dei Serpenti è una grande opera in senso alchemico, un opus magnum, perché attraverso la manipolazione della materia bruta dell’umanità sfigurata dal Male e dal dolore Monfregola ci indica la via verso l’illuminazione spirituale.
(Un articolo su La città condannata di Arkadij e Boris Strugackij si può leggere qui)