I Moderat e il senso della musica. Elettronica

In Musica

Potenti, scuri, da maneggiare con cura, i suoni creati dalla band berlinese inquietano e affascinano insieme, perché rimandano al senso della vita. Riflessioni borderline sul loro ultimo album

Ci sono i Moderat (dei quali esce il nuovo CD, Moderat III, e che potremo ascoltare all’Alcatraz il 28 aprile).

E c’è la musica elettronica, quella bella che ti fa bene e ti fa male.

Non è né automatico né semplice per chi ama la melodia, ascoltare suoni sintetici e “farsi portare via” da questi. Probabilmente per le generazioni più recenti ci sono meno filtri, meno barriere di fronte alla finzione del suono. Cioè, istintivamente sei più sensibile ai suoni acustici, naturali, che ti sembra ti assomiglino.

Poi, però, i ricordi ti portano a pensare che alla fine sei nato negli anni 60, e sei cresciuto fidandoti del progresso e della tecnologia, quella roba buona che doveva aiutarti a vivere meglio perché doveva farti lavorare meno. Ma non è andata proprio così.

Ecco, l’elettronica nella musica mi parla di questo disagio: quando i suoni che escono dalle macchine  sono così vicini alla malinconia, all’incubo, alla fatica di vivere che porta a questo gigantesco hangar di rumori complessi, così lontani e così vicini a noi… alla fine mi catturano. O meglio, mi prendono perché in qualche modo mi riguardano.

Se poi arriva un incontro casuale che ti fa mettere insieme sentimento e musica elettronica, ossessiva nella sua somiglianza alla nostra vita, capace di darti segni di vita vera attraverso suoni creati da macchine potenti e capaci….beh, ci finisci dentro. Magari ci metti tanto, come è successo a me, ma ci finisci dentro.

L’incontro fra me e i Moderat è in un film, a mio modesto parere il più bello di Xavier Dolan, geniale regista canadese. Si intitola Laurence Anyways, uscito nel 2012 ed è la più potente e viscerale storia d’amore, di morte e di rinascita che abbia visto negli ultimi anni. The Danish girl ambientato negli anni 90 ma molto, molto più forte.

Beh, a un certo punto i due protagonisti del film vanno nell’isola dei loro sogni, e Dolan compone un videoclip dentro il suo film semplicemente perfetto, dove i desideri, le follie e i blocchi della loro storia prendono vita e immagine, come e meglio di un bel sogno post moderno.

È lì che si inseriscono i Moderat, con un brano – A new error – che tiene tutto. Elettronica pura, fatta di anime chiuse che escono dal loro angolo per raccontarti un mondo. E tutto funziona, molto più di quello che potevi credere. In realtà New error era uscito nel 2009, tre anni prima del film, e aveva aperto tante strade al gruppo.

Ora esce Moderat III, il nuovo album dei tre musicisti tedeschi, che con storie diverse si trovano a scrivere e suonare insieme e che ti emozionano davvero, se ti lasci andare. Echi dei Massive Attack, inseguimenti dentro gli incubi più nascosti in stile Radiohead, qualche ossessione alla Philip Glass…

Andando più nello specifico, i Moderat sono Sascha Ring, meglio conosciuto come Apparat, e i Modeselektor (Gernot Bronsert e Sebastian Szarzy). Insieme fra contrasti e reunion fanno musica dal 2002, ma solo recentemente il progetto è diventato qualcosa di più strutturato, con tre album all’attivo e una tournée che come abbiamo detto passa anche a Milano.

Moderat III è un album visionario, da ascoltare in solitudine in cuffia viaggiando con il corpo e con l’anima per qualche luogo che non conoscete, ma che potreste amare. Il singolo Reminder mi ha ricordato i migliori Ultravox, suoni fatti di neon e melodie cantate su infiniti panorami sonori.

L’inizio dell’album però è ancora meglio: Eating Hooks vi fa entrare diretti in una installazione dedicata alla vostra vita, molto più potente di quelle che avete potuto vedere al Fuori Salone: un suono costante, continuo, dolce e crudele vi porta via, dentro qualcosa che vi riguarda, ma che non sapete distinguere. È il tempo che passa, e che dentro questi suoni grigi e profondi ci assomiglia maledettamente tanto.

Poi ci sono le cose piu’ trancedance (Running) oppure brani più “sonici” come Ghostmother, ma è tutto l’album che nel suo genere è materia viva, cupa e ribelle alle classificazioni. Potente, scura, da maneggiare con cura perché non stiamo parlando di musica facile. Ma terribilmente affascinante, come i fiumi sotterranei che ci attraversano.

Moderat, Moderat III (Monkeytown) 

Moderat Live. All’Alcatraz il 28 aprile