Riondino nella “Palazzina Laf” dell’Ilva, un po’ carcere e un po’ manicomio

In Cinema

Attore efficace e robusto regista esordiente, Michele Riondino racconta la vita surreale nel reparto punitivo dell’industria tarantina (la sua città) dove per anni vennero trasferiti i dipendenti ribelli. Tra loro si aggira Caterino, che spia i colleghi per un dirigente (l’ottimo Elio Germano) impegnato a ridurre personale e aumentare il lavoro. Tutto questo in realtà fini con un processo all’azienda e la condanna di alcuni capi per violenza privata. Cast compatto, ben scritte le musiche da Teardo e Diodato

Il cinema italiano a partire dagli anni 80 non è mai sembrato molto entusiasta all’idea di affrontare i temi del lavoro, quello nelle fabbriche in particolare, che certo è meno centrale rispetto a 20-30 anni fa ma ancora impegna una parte considerevole dei e delle nostre concittadine. In Francia invece Isabelle Huppert fa la scrittrice infiltrata tra le donne delle pulizie o la sindacalista d’alto bordo nell’industria nucleare, e Vincent Lindon in panni operai si aggira tra lavori precari da guardiano e lotte per evitare la chiusura delle aziende, tanto per citare alcuni film recenti con attori mainstream. Così appare altamente positivo il debutto nella regia di Michele Riondino con un film molto esplicito, Palazzina Laf, che parla dell’Ilva di Taranto, città in cui anche lui è nato: e benché i fatti narrati risalgano alla fine del secolo scorso (1997 per la precisione, all’inizio della gestione del gruppo Riva) è evidente che rievocare malvagità e scorrettezze dei dirigenti di allora, ai danni di dipendenti considerati rompiscatole e “da punire”, è anche, in qualche modo, il grimaldello per tornare a parlare di uno dei grandi “casi industriali” del nostro paese, a tutt’oggi non esattamente affrontato e risolto.

Dopo molti cambiamenti di governi e di proprietà dell’azienda ben poco la situazione è migliorata rispetto ai decennali dissesti di gestione e alle tragedie ambientali causate dall’inquinamento prodotto da molte lavorazioni, che da tempo portano morti e malattie invalidanti in numeri agghiaccianti, e non solo nel vicino quartiere Tamburi dove vive anche il protagonista del film. E del resto c’è davvero ben poco di fiction in questa vicenda. Alcuni personaggi di vertice dell’Ilva (tra cui il presidente Emilio Riva) vennero condannati in primo grado nel dicembre del 2001 per “tentativo di violenza privata”. Pochi anni prima dodici dipendenti (che diventarono poi 70) vennero forzatamente trasferiti in una palazzina inutilizzata dell’impianto e costretti a trascorrere la propria giornata senza lavorare. Erano in gran parte sindacalizzati e soprattutto che non avevano accettato la proposta aziendale di lavorare con mansioni e qualifiche inferiori a quelle precedenti, come previsto da uno degli innumerevoli piani di ristrutturazione.

Al centro del film c’è un personaggio “di fantasia”, Caterino Lamanna (lo stesso Riondino, efficacissimo nella sua incosciente guasconaggine), addetto alla manutenzione alle cokerie (uno dei reparti più tossici, e portatore di patologie cancerogene, per le esalazioni degli impianti obsoleti), che quando si apre il film, all’ennesima morte di un collega, un po’ fa il fatalista e un po’ da la colpa ai sindacati. Lui pensa soprattutto all’imminente matrimonio con la giovane albanese Anna (Eva Cella) e si fa i fatti suoi, finché il dirigente Giancarlo Basile (Elio Germano di luciferina normalità padronale) lo recluta per fare la spia soprattutto sui colleghi più accesi: tra i quali primeggia Renato Morra, che spinge spesso i dipendenti alla rivolta. Caterino è promosso e finisce quindi nella cadente Palazzina Laf (che sta per Laminatoio a freddo), ma è l’unico per il quale questa non è una punizione bensì un luogo di osservazione a beneficio dei capi. Lui si considera un privilegiato, ma l’atmosfera là dentro sta tra il manicomio e la prigione, anche per il futuro a dir poco incerto di tutti. Finirà con un processo (questo avvenuto realmente) che smaschera anche il ruolo vigliacco di questo poveracci: un arrabbiato, orgoglioso, ignorante individualista.

“ILVA is a killer” dice una scritta nel film, e non solo in senso fisico: le morti per malattie causate dalla vicinanza agli altiforni e dal mancato rispetto delle norme di sicurezza si abbina al mobbing e al sostanziale decadimento mentale causato dalla “degenza” nella Palazzina Laf. E tutto questo serve solo alla politica di continui tagli del personale, di aumento della fatica lavorativa, resa digeribile ai dipendenti dalla costante minaccia di licenziamento. Molto di tutto questo gli autori della sceneggiatura (lo stesso Riondino e lo scrittore Maurizio Braucci) l’hanno ricavato dal racconto di alcuni dei 79 lavoratori che arrivarono al processo e dagli atti del dibattimento, riuscendo poi ad abbinare il quadro veritiero degli eventi e insieme la credibilità di relazioni quasi lunari. “Abbiamo voluto fare un film politico, ideologico e anche di parte”, ha detto Michele Riondino, in qualche modo impegnato da anni in queste stesse lotte, lui che è figlio, fratello, nipote di operai, e protagonista nell’ormai storico Primo Maggio “libero e pensante”.

Il film funziona comunque anche grazie all’insieme del cast composito e ben affiatato (da Vanessa Scalera e Paolo Pierobon, da Domenico Fortunato a Gianni D’Addario), all’ottimo montaggio di Julien Panzarasa e alle musiche originali di Teho Teardo. La canzone finale, La mia terra, è di Antonio Diodato, che è pure lui di origini tarantine.

Palazzina Laf di e con Michele Riondino e con Elio Germano, Vanessa Scalera, Eva Cella, Paolo Pierobon, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario, Fulvio Pepe