“Qui il sentiero si perde”: storia dello zar che non morì davvero. Forse.

In Letteratura

All’apice della sua potenza, dopo avere sconfitto Napoleone, e avere ridisegnato i confini dell’Europa, lo zar Alessandro I muore. Ma subito si fanno strada voci incontrollate: no, l’imperatore non è morto – è in fuga dal suo paese incendiato dalle rivolte, cerca la pace e l’espiazione dentro un monastero, si fa monaco e poi diventa schiavo, ripercorre al contrario tutti i gradini della società alla ricerca di un dio che ha abbandonato. Adelphi ripubblica oggi il romanzo di Peské Marty: un’epopea mistica e avventurosa nelle terre selvagge e sterminate dell’Est.

Qui il sentiero si perde di Peské Marty, uscito a Parigi per Gallimard nel 1955, fu quasi completamente ignorato da critica e pubblico. Eppure si trattava di una grandiosa epopea dell’Est, cioè dalla Russia all’Asia profonda (Siberia, Mongolia, Uzbekistan, Tagikistan, Tibet), attraversati nei primi decenni dell’Ottocento da bande di banditi, da rivolte militari e di contadini, folklore, misticismo, contaminazioni e integralismi religiosi, tra sette ortodosse, islam, buddismo.



Il libro si apre con una sontuosa festa da ballo alla reggia dello zar Alessandro I, figura enigmatica divisa tra la filosofia degli Illuministi e il misticismo più oscurantista e sanguinario. Alessandro è adorato dall’esercito e dal popolo, è il vincitore di Napoleone, il simbolo della Restaurazione dell’Ancien Régime. Ossessionato dal timore, per altro giustificato, di congiure di palazzo, di rivoluzioni anarchiche, si scatena in sanguinose repressioni.
La mente di Alessandro, già esaltata, viene completamente sconvolta dalla morte dell’amatissima figlia, che lui e tutti quelli che l’hanno conosciuta definiscono un Angelo; la visione della fanciulla accompagnerà come mistica presenza il drammatico percorso del libro.

La festa dello zar raccoglie il fior fiore della bella gioventù e l’aristocrazia più conservatrice. Champagne a fiumi, caviale, fuochi d’artificio, pettegolezzi e corteggiamenti, quando, improvvisa, si sparge la notizia che Alessandro è morto. Non si sa bene né come, né perché. I funerali si fanno di nascosto. Troppe rivolte per il paese.
A poco a poco, sotterranea ma potente, si diffonde la voce, la leggenda che in realtà lo zar non sia morto nel 1825, ma abbia abdicato segretamente, e abbia lasciato tutto per fare una vita da vagabondo per quarant’anni, percorrendo deserti, montagne inaccessibili, boschi selvaggi e raggiungendo i più isolati paesi e conventi per espiare i suoi peccati nella vita precedente.

Qui il sentiero si perde (che ora Adelphi ripubblica con la traduzione di Daniele Petruccioli) comincia con la misteriosa figura di Alessandro, per poi seguire i tormenti spirituali di un oscuro cavaliere solitario che, nel gennaio del 1826, si inerpica sulle pendici scoscese del Caucaso orientale, per chiedere asilo al monastero della Resurrezione. La mortificazione della carne, il duro lavoro dei campi, riescono appena a placare la sua disperazione, ma durante le ore di preghiera non riesce a rivolgersi a Dio: i ricordi del piacere del sesso, il desiderio di potere, lo travolgono.
Lo strazio sta nel continuare a mortificarsi e non riuscire a credere. Dio è crudele, orribile. Dio non esiste.

Ma è nel terzo avatar dell’anima slava, nello Schiavo, raccontato in prima persona, come una specie di diario, che le pagine del libro si infiammano di danze zingare, sevizie e torture, sesso nelle situazioni più estreme, improvvise mortificazioni, visioni angeliche con qualche estasi, per poi riprecipitare nelle orge più sfrenate.
La passione erotica certe volte diventa amore, desiderio di protezione, ma per colpa di lei, di lui, dell’Angelo, se ne va. Lascia sempre ricordi, che naturalmente diventano tormenti, serpenti mostruosi che dilaniano lo schiavo fuggiasco.

L’ultima parte del libro è, come si conviene a un grande romanzo di formazione, ma anche epico, la più mistica ed è ‘Il mendicante di Dio’ a percorrerla.
Assistiamo a rituali tantrici, all’estasi mistica dei lama tibetani, alle preghiere degli eremiti

Dicevamo all’inizio che Qui il sentiero si perde di Peské Marty non ha nessun successo alla sua prima uscita.
Quando, dopo trent’anni, nel 1985, viene ripubblicato sempre da Gallimard, nella Nota introduttiva ci si chiede come sia possibile che un libro così fantasmagorico, pieno di saltimbanchi, principi, sesso, avventure non sia piaciuto al vasto pubblico, ma non siano piaciute neanche l’esegesi spirituale, lo studio delle varie etnie, le analisi politiche alla critica più esigente.
Insomma il mix non aveva funzionato. Tutti peggio che scontenti, indifferenti:

‘Probabile scotto di un doppio gioco troppo abilmente condotto, destinato forse a disorientare tutte le categorie dei lettori… e che oggi, a distanza di tempo, sembra invece la vera fonte del brivido di piacere, procurato da questo romanzo irriducibile a ogni classificazione

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