La follia burocratica di Nikolaj Gogol’: “Memorie di un pazzo”

In Letteratura

Frustrazioni e sogni di gloria, ambizioni sfrenate e invidia abnorme: così l’ossequioso funzionario di Stato Popriščin firma in bianco il suo destino, arrivando a perdere il senno e le coordinate della realtà.
Un piccolo, allucinato, disperante capolavoro di bizzarria firmato da Nikolaj Gogol’, oggi ripubblicato da Adelphi.

Uscito per la prima volta nel 1835, Memorie di un pazzo di Nikolaj Gogol’ disorienta ancora per la naturalezza con cui infila uno dopo l’altro fatti quotidiani, ordinari e fatti inammissibili, assurdi e li porta avanti fino alle loro estreme conseguenze.
Protagonista e io narrante del testo, oggi ripubblicato da Adelphi per la curatela di Serena Vitale, è il consigliere titolare Popriščin, un meschino impiegato del dipartimento, pieno di livore nei confronti del mondo, convinto di suscitare l’invidia dei colleghi ‘perché lavoro anche nello studio del direttore e faccio la punta alle penne d’oca di Sua Eccellenza’.


Il suo diario comincia una brutta mattina, Popriščin s’è svegliato tardi e corre al lavoro sotto una pioggia battente. Mentre nella sua testa maledice e disprezza i passanti che incontra per strada, vede fermarsi la carrozza del direttore. Dentro deve esserci la figlia, Sophie.


‘Mi sono appiattito contro il muro. Il lacchè ha aperto lo sportello e lei è scesa dalla carrozza, leggera come un uccellino. Lanciava sguardi a destra e a sinistra: tutto un balenio di occhi, di sopracciglia…Mio Dio! Sono perduto, spacciato’.


Lui si nasconde, non vuole farsi vedere col suo cappotto logoro. Lei entra leggera nel negozio e lascia fuori la sua cagnolina, Maggie.
Fin qui tutto è normale, ma poi arriva un altro cane che si mette a chiacchierare con Maggie: Popriščin è molto stupito di sentirla parlare come un essere umano.

‘Diavolo di una cagnetta!…In seguito, però, dopo averci riflettuto attentamente, non mi sono più meravigliato. In effetti, nel mondo si sono già verificati casi simili. Ho sentito dire che in Inghilterra…’


La follia comincia a insinuarsi in punta di piedi nella sua mente, ma dopo qualche settimana quando sente che le due cagnette hanno una fitta corrispondenza, non si contiene più.


‘Che io possa non ricevere più lo stipendio se in tutta la mia vita ho sentito dire che un cane sa scrivere! Soltanto i nobili sanno scrivere correttamente. C’è anche, è vero, gente che scribacchia: qualche mercante, qualche contabile. E perfino, a volte, qualche servo della gleba, ma lo fanno per lo più meccanicamente, senza virgole né punti, senza stile.
La cosa mi ha stupito. Confesso che da qualche tempo ho cominciato a vedere e sentire cose che nessuno ha mai visto o sentito’


La vita scorre, meschina, noiosa, finché Popriščin non intercetta una lettera della cagnolina in cui scopre che la sua amata ‘Eccellenzina’ si sposerà con un giovane Kamer-junker.
I poveretto è fulminato, si scrolla di dosso il manto di timoroso silenzio che si era imposto ( “ Vabbè, vabbè, silenzio!”), quasi un’autocensura, e indossa il mantello del re di Spagna. Ormai la follia lo trascina, il mondo non lo riconosce, non gli tributa gli onori dovuti a un sovrano. Il diario si chiude con il suo pianto disperato, rinchiuso in manicomio dove è picchiato e deriso. Delira, vede cavalli veloci che lo portano lontano, il mare, boschi tenebrosi e in fondo un’ombra azzurrina.

‘E’ mia madre, la donna che siede davanti alla finestra? Mamma, salva il tuo povero figlio! Versa una lacrima sulla sua testolina malata! Guarda come lo torturano! Stringi al tuo petto il povero orfano! Lo tormentano! Mamma abbi pietà del tuo bambino malato!…Ma lo sapete che il dei di Algeri ha un bitorzolo proprio sotto il naso?’


La pazzia serpeggia dappertutto. Gogol può aver trovato uno spunto dai testi contenuti nella raccolta Casa dei pazzi di Vladimir Odoevskij, uscita nel 1832, che aveva molto amato. Si tratta di una serie di saggi dedicati a spiriti eletti – da Piranesi a Beethoven e Bach – che la gente comune ( i ‘non iniziati’, avrebbe detto Puškin) considera folli.
Ma in questo caso il protagonista non è un genio, è solo un mediocre činovnik ( funzionario, impiegato ), un personaggio che conosciamo bene dalla letteratura russa dell’Ottocento: pensiamo all’Evgenij del Cavaliere di Bronzo di Puškin, a Marmeladov di Delitto e Castigo, a Cerviakòv della La Morte di un impiegato di Cechov.
Il più famoso ‘piccolo uomo’ della letteratura russa è in un altro racconto di Gogol: Akakij Akakievič, il mite scrivano che muore di crepacuore quando gli rubano il cappotto nuovo che gli era costato mille sacrifici.
Il più antipatico, campione di malevolenza, è però Popriščin. Vero antieroe.

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