Milano umana o elegante. Qual è il miracolo?

In Teatro

La versione portata in scena dal Piccolo Teatro del grande film di Zavattini e De Sica ha indubbia pregnanza estetica. Ma lascia aperta la domanda: quale immagine la città vuole osservare di se stessa?

La Milano che forse era e di certo non è più, fatta di scighera, di una possibilità in costruzione e di quando anche il margine custodiva una sua poesia. È un immaginario intriso di raffinata nostalgia, e non potrebbe essere altrimenti, quello evocato da Miracolo a Milano, che arriva trasfigurato sul palco del Piccolo Teatro, fino al 2 aprile, pressoché sold out da cosi tante settimane da aver visto la necessità di aggiungere ulteriori repliche. 

Scegliendo di conservare del capolavoro di De Sica un realismo che qui più che mai, pacellizzando la vicenda in scene, ne evidenzia la vena di favola, trasformando il racconto della Milano in costruzione tra la fine della guerra e tutti gli anni Cinquanta in un repertorio di simboli suggestivi, che pure aprono una domanda in primo luogo formale. Nella messa in scena firmata da Claudio Longhi c’è un ricorso a codici che evocano a loro volta un teatro come non si fa più, a cominciare dalla notevole quantità di interpreti — gli allievi della scuola del Piccolo Teatro — utilizzati come una massa di corpi scenici sincroni che ricordano un’elaborazione meneghina del teatro greco. Per finire, dopo tre intense ore di quadri in cui l’immagine incorniciata dalla scena dialoga con quella filmica, con chi di treni, persino lui, arriva con la potenza di un’interprete ancora senza eguali come Giulia Lazzarini: presenza tanto minuta nel corpo — oggetto del tempo e della memoria — quanto dirompente nell’interpretazione con cui fa genteggiare la sua signora Lolotta, creatura di confine fra i mondi terreno ed ultraterreno, tanto quanto la sua interprete lo sa essere tra la storia del teatro e la scena di oggi.

 Su questo confine ha deciso di giocare questa messa in scena, dalle grandi scene madri ai suoni figli dei tempi, così come lo è quello unico del dialetto portato a un pubblico che non sempre a Milano è ancora in grado di decodificarlo, ma per bocca del simbolo che il Piccolo ha scelto per raccogliere questa eredità ormai da qualche anno. 

Un Lino Guanciale che interpreta Totò con tenera precisione e aggraziata devozione, la stessa con cui porge la mano a sua madre sulla scena e con cui a fine spettacolo, usciti dai personaggi, accompagna in proscenio a raccogliere il tributo di un pubblico che festeggia commosso il compleanno di Lazzarini. Non può che essere il tenersi di queste mani l’istantanea che questo lavoro vuole raccontare, e all’irripetibile talento della fu giovane protagonista de La tempesta, resa grande proprio in questo teatro, affida il segno della città capace dell’impossibile a cui forse vorrebbe tornare. E tutto un immaginario rigorosamente connotato che arriva fino alle insegne luminose in Piazza Duomo, ma parte con abiti di feltro scuro, cappotti abbottonati e cappelli a cilindro che bastano da soli a tracciare un immaginario cronologicamente esatto e a richiamare la struttura cromatica del film. 

Ma si diceva: a tenerle la mano c’è un giovane — di quella giovinezza teatrale  portata spesso oltre misura — che nella sua fedeltà al dettato del personaggio zavattiniano porta però il punto di contatto tra passato e presente: il potere affamato e grottesco di tutti i Mobbi, lo snocciolare asettico dei numeri che misurano il mutare e l’inaridirsi di una metropoli.

 Il significante riesce a farsi strada soprattutto grazie a interpretazioni di qualità — vale anche per gli altri interpreti: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero — ammesso di non far torto a nessuno distaccando e riportando i nomi oggi presenti in locandine in cui si è persa l’abitudine di allora (Melato agli inizi insegna) di dare onore di menzione anche all’ultimo dei figuranti. Eppure l’intenzione della messa in scena, con le sue grandi macchine semoventi e le grandi scene di massa accuratamente coreografate, pare essere quella del kolossal trasportato sulla scena, come del resto il Piccolo ha sovente sperimentato. Indiscutibilmente suggestivo ma forse fin troppo roboante, sconta il rischio di far sparire il messaggio che ancora questa storia può portare, come dietro la coltre della nebbia milanese che ormai sta solo in certe canzoni e pellicole. Finisce forse a rispondere soprattutto alle esigenze di chi sente il bisogno di ritrovare la memoria di un capolavoro del cinema nella sua versione di spettacolo vivente.

Al repertorio della Milano più umana non manca niente, dai martinitt a Stramilano con la voce di Milly, senza farsi mancare neppure la Callas, ma anche la seduta dal parrucchiere delle sciure a cui ogni decade ha lasciato una pettinatura diversa senza mai spostarle di un millimetro. Quello che ne rimane è impreziosito di qualche diamante e di una visionarietà che ancora — soprattutto alla distanza dalla situazione e dagli immaginari venuti dopo — rivendica la sua straordinarietà. E tuttavia lascia il retrogusto di un’operazione meno umana dei suoi protagonisti, il vivido esercito di baraccati così poco lontano dalle periferie di oggi. Questa versione è ben vestita proprio come certi milanesi, ma sono questi i ritratti che desideriamo vedere guardandoci allo specchio?

ph. Masiar Pasquali

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