Ancora una volta la compagnia Lacasadargilla esplora e si prende cura di un testo di Caryl
Churchill, non privo di sfide, che chiede di mettere in scena un’apocalisse sommessa. Ma
il silenzio e il vuoto non significano che l’apocalisse non avverrà… o che non stia già avvenendo. Sicuramente è avvenuta ogni sera, per un mese, sul palco del Piccolo Teatro
Grassi.
Escaped Alone, scappate sole, scappata da sola. Se pensiamo all’età dei personaggi (dai settant’anni in su) viene naturale pensare alla solitudine e all’isolamento che comporta la vecchiaia. Ma il calore e la confidenza delle quattro amiche-attrici ispira tutt’altro che solitudine, anzi coinvolge intimamente anche lo spettatore, che passa dal sentirsi osservatore indiscreto, ad invitato a bere un tè tra amiche. Sul palco un giardino inglese, una siepe, un tavolino con tazze e teiera, delle sedie da giardino, dei pomeriggi lenti e quattro donne che resistono, forse non se ne rendono conto ma resistono, e attendono, chiacchierando, giocando e facendo Tai Chi. Sopra di loro uno schermo le interrompe, sotto di loro delle talpe le disturbano, mentre raccontano le loro apocalissi personali e speculano su quella del mondo (quella che è in corso, che deve avvenire o che è già successa?). La lente dell’età dei personaggi mette tutto in prospettiva: molte cose diventano inutili e superflue con la vecchiaia, come l’omicidio e la fisica quantistica. Un pensiero del genere non può che creare instabilità, ma le quattro donne, con le loro presenze inamovibili, lente e aggraziate, sono querce secolari, radicate a ciò che conta veramente.

In questo testo la scrittura di Churchill è vaga e dispersiva, le frasi sono spesso appese nel vuoto, incomplete, ma sono talmente precise, come precise sono le attrici, che, nonostante la nebulosità, è chiaro fin dall’inizio il legame indissolubile tra donne che sanno di conoscersi molto, di conoscere tutto, di conoscere troppo, forse. E nelle loro teste piene di anni, di concetti, di eventi, di idee, piene di ricordi che sbiadiscono, cercano le parole per esprimersi e comunicare, e questa ricerca richiede così tanto impegno che spesso, quando le trovano, non riescono a controllarle, arrivando ad attaccarsi e a rivelare la loro rabbia tremenda.
Il ritmo stabile e i silenzi pieni dello spettacolo lasciano lo spazio per godersi i dettagli e la cura dietro ogni scelta registica fatta da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, che con la scenografia, il sonoro e i video, hanno creato un ecosistema bizzarro ed elegantemente british in cui c’è spazio sia per la delicatezza che per la violenza di questa storia.

Ogni interprete merita una lode: Caterina Carpio crea un personaggio estremamente versatile che pare a tratti il più fragile, coinvolgendo ed emozionando con un monologo (o sproloquio) sul suo controverso rapporto coi gatti, e a tratti pare invece la leader del gruppo che riempie il palco con un solo passo e una sola mossa di Tai Chi, che rimette le amiche in riga con una sola frase. Arianna Gudio ha il personaggio col dramma peggiore sulle spalle, quello di una donna che è stata prima vittima e poi carnefice e che ha vissuto in carcere, e lo interpreta senza spettacolarizzarlo, creando anzi la vecchina con l’attitudine più semplice e positiva alla vita. Tania Garribba è una perfetta signora Jarret, che, pur essendo l’ultima arrivata del gruppo, riesce a conquistare le altre donne (e con loro il pubblico), con la delicatezza di un’osservatrice e il carisma di una protagonista; infine, Alice Palazzi interpreta una donna delicata, troppo delicata persino per andare al supermercato, ma che non manca di fantasia e di sogni impossibili, risultando a volte delirante e sconnessa dalla realtà, ma lo fa in maniera così genuina che pure nei momenti più estremi è possibile empatizzare con lei.

Lo spettacolo viene interrotto da quelle che sembrano pause pubblicitarie, che accompagnano gli interventi della signora Jarret, che più che monologhi diventano veri e propri manifesti politici con tematiche spaventosamente attuali quali la speculazione edilizia, la crisi del mercato immobiliare, la privatizzazione dell’acqua, l’etica dell’AI, la crisi economica e sanitaria, l’aborto, la violenza domestica, la fame nel mondo, l’ossessione per il benessere e la longevità, il calo delle nascite, l’individualismo di una società che non sa “volare in stormo”. Ed è spaventosamente realistico come queste tematiche vengano riprodotte in un formato video/pubblicità/serie superficiale come la maggior parte della comunicazione (o distrazione) di massa odierna. E forse il punto non è cosa sta succedendo, ma di cosa ci si rende conto, in questi pomeriggi a sorseggiare il tè e in questi anni, e cosa è successo negli anni passati che le ha portate oggi in un giardino a guardare il mondo finire attraverso uno schermo. Il tema della memoria è infatti ovunque: c’è quella personale, attraversata analiticamente, e quella storica e collettiva, attraversata emotivamente, e in entrambi i casi si cerca faticosamente una trama. Perché di una cosa sono certe: c’è bisogno di una storia, anche inventata va bene, basta che spieghi o che interpreti gli eventi, collettivi e personali. C’è bisogno di una storia.
Ph. Masiar Pasquali