Il dirottamento dell’Achille Lauro e la barbara uccisione del turista ebreo americano, messi in musica dal compositore John Adams nel 1991, approdano al Maggio Fiorentino con l’intelligente ed emozionante regia di Luca Guadagnino e le intense coreografie di Ella Rotschild. L’opera del musicista, anch’esso americano, in due ore di spettacolo, ci fa scorrere, davanti e dentro, il passato, il presente, il temibile futuro con la potenza che nessun telegiornale, nessun giro di tik-tok sanno più trasmetterci
Sette ottobre 1985. La festa viaggiante dell’Achille Lauro in crociera nel Mediterraneo viene spenta da un commando palestinese che dirotta la nave in acque egiziane e uccide Leon Klinghoffer, ebreo americano in viaggio verso la Terra Promessa, anziano disabile su una sedia a rotelle, turista benestante che il destino innalza a simbolo della pace impossibile, della normalità violata. Un civile crocefisso sulla via di Israele.
Nel 1989, quando gli Stati Uniti ancora sostengono Saddam Hussein come cuneo politico nel cuore “petrolifico” dell’Islam, due anni dopo aver messo in scena lo storico incontro fra un presidente a stelle e strisce e il Grande Timoniere (Nixon in China), l’americano John Adams comincia a comporre un’opera ispirata a quella “crocefissione”, e la finisce nel 1991, quando su Bagdad piovono bombe intelligenti.

L’11 settembre 2001, due navi volanti inceneriscono la doppia torre di Babele simbolo della potenza civile americana e costringono a ripensare, fra mille cose, anche al significato di un’opera (quella su Klinghoffer) che sembrava solo l’abile instant book di un fatto di cronaca, già attirandosi a suo tempo le critiche, i sospetti e il ringhio dell’America più patriottica, quella che oggi spara shut-up al Papa e cita la preghiera del killer di Tarantino come scritta da Dio.
Aprile 2026, sul palcoscenico del Maggio Fiorentino riappare, dopo aver fatto il giro del mondo, The Death of Klinghoffer, l’opera di Adams ispirata a quel gesto divenuto trentacinque anni fa il simbolo di una lacerazione che anche un uomo di pensiero libero come Daniel Barenboim teme insanabile, forse per sempre. E mille persone in sala rimangono attanagliate dalla musica, dalle parole, dal canto, dalle immagini, dal gesto, dalla danza astratta di uno spettacolo nuovo che racconta tragedie antiche, ma che, così, in due ore di spettacolo, ci fa scorrere, davanti e dentro, il passato, il presente, il temibile futuro con la forza devastante che nessuna notizia inquinata o in sospetto di “fake”, nessun video autentico o presunto tale, nessun telegiornale, nessun giro di tik-tok, nessun politico malato di mente sa più trasmetterci. It’s the same old story.

Coro degli Esuli Palestinesi: “La casa di mio padre fu rasa al suolo / Nel millenovecentoquarantotto / Quando sulla nostra strada / Passarono gli israeliani”.
Coro degli Esuli Israeliani: “Una volta pagato il taxi, rimasi senza denaro. E, naturalmente, senza bagaglio. Le mie mani vuote saranno il segno di questa passione che ricorda sé stessa”.
The Death of Klinghoffer inizia così: due cori che sono invocazioni di un Requiem e antefatti necessari per capire lo stato di disgrazia di due popoli senza terra che si strappano la terra l’uno con l’altro, e la religione, la vita, l’anima. Due cori che John Adams scrive con la sapienza del compositore e l’intensità dell’uomo che vive le parole scritte con civile obiettività e profonda con-passione da una librettista del nuovo pensiero, Alice Goodman. (Nata ebrea americana, oggi “reverenda” anglicana, due volte sposata, quattro figli, Alice Goodman ha anche scritto una versione ritmica inglese del Flauto Magico capace di tradurre in dramma contemporaneo tutta la tolleranza delle diversità che Mozart simboleggiava in una fiaba del 1790).

The Death of Klinghoffer è un’opera corale, nel senso che, musicalmente, sono i cori (molti) che segnano i momenti chiave e ci trasportano in un mondo “alto” della riflessione, grazie alla lingua universale, perfino piacevole, che un tempo si chiamava minimalismo (meglio, tecnica ripetitiva: Terry Riley, Philp Glass, Steve Reich) e che con lui, Adams, ha conquistato un corpo sinfonico potente, senza perdere nulla della sua “direzionalità” nel comunicare al pubblico senza offenderne l’intelligenza e il bisogno di bellezza.
Questa potenza corale, in una scrittura larga, sontuosa ma antiretorica, non deve far pensare alla staticità di un oratorio: The Death of Klinghoffer è un’opera che racconta, accende suspence, trasmette violenza – l’assalto del commando, le minacce di morte, le armi puntate, la violenza psicologica – comunica aggressività, gridata da alcuni attentatori (Levent Bakirci e Joshua Bloom), sublimata da altri nel soppesato racconto di dolori personali anche raccapriccianti (la testa tagliata del fratello), che l’ottimo Roy Cornelius Smith (Molqui) canta in cammino tra il pubblico puntandogli il dito.

C’è un Capitano della nave (Daniel Okulitch) che si vergogna di non aver mai visto e capito; ma c’è anche la giovane inglese (Janetka Hosco), che invece canta e balla felice di poterla scampare, la discoteca aspetta. È rabbia e rassegnazione Leon Klinghoffer, ribelle orgoglioso prima di arrendersi (Laurent Naouri, voce piena, espressiva). C’è dolore e aggressività anche in Marilyn, la moglie, che chiude l’opera sull’amore (senile) spezzato nel giorno della festa, in crociera (Susan Bullock, toccante). Lawrence Renes dirige l’orchestra del Maggio con la sicurezza di chi conosce bene la lingua di Adams. Il coro ben impostato da Lorenzo Fratini è di per sé personaggio dall’inizio alla fine.
Luca Guadagnino rispetta le attese di uno spettacolo importante. Le scene essenziali, su pochi ponti mobili, inquadrano la nave da crociera per quel che è: una scatola di latta nella quale è compresso un microcosmo sociale del benessere costretto a guardare in faccia la morte. La forza cinetica della musica di Adams e della drammaturgia di Alice Goodman si riflettono nell’azione di figuranti, di danzatrici e danzatori che Ella Rotschild muove su coreografie nette e angolose che hanno svariati modelli nobili della lingua moderna e contemporanea, da Martha Graham a Pina Bausch.

Uomo di cultura, non solo cineasta sensibile e intelligente, Luca Guadagnino sa mescolare i linguaggi senza confonderli. Il suo The Death of Klinghoffer è uno spettacolo che immerge i personaggi e il teatro-danza in uno spazio aereo che affida i momenti di poesia al buio di un cielo stellato. Semplice? Il teatro è fatto di cose semplici, come insegnavano Appia, Strehler, Chéreau.
Poco prima della prima, il Maggio Fiorentino ha ricevuto il Premio Abbiati dai critici musicali per Der junge Lord di Henze, allestito l’anno scorso. Peccato: con The Death of Klinghoffer potrebbe meritare un Abbiati anche per la stagione 2026. Difficile che qualche altro teatro d’Italia s’inventi qualcosa di così efficace nel ricordarci, con la verità del teatro, che la storia è sempre una grande maestra. Peccato che non abbia allievi.
Foto di Michele Monasta