“Hair”: la rivoluzione dei padri passa ai figli e oltre 

In Musica

Lo spettacolo che ha cambiato la storia del musical è in tournée in tutta Italia. Simone Nardini, produttore e regista, presenta una versione piena di passione di un prodotto leggendario della controcultura americana che occupa un posto di rilievo nella storia del teatro e del cinema musicale e che si rinnova da quasi tre generazioni  

Appartengo a una generazione che è nata con Hair. Lo ricordo da che ero bambino, quando mio padre lo vide al teatro Manzoni di Milano: in sala c’erano le hostess che vendevano le sigarette con la borsa a tracolla. Meno di dieci anni dopo  tornò con me al Manzoni (cinema, questa volta, la sala era proprio sopra quella del teatro) per vedere la versione in pellicola di Milos Forman.  Mio padre notò le coreografie di Twyla Tharp e osservò che di lì a poco avremmo visto Hair alla Scala. 

Perché la sua previsione non si è avverata? Alcuni argomenti per rispondere ce li offre l’edizione diretta da Simone Nardini: Hair: The Tribal Love Rock Musical, che dopo un avvio al teatro Carcano è nuovamente in tournée in Italia (15 gennaio ad Assisi, 16 a Montecatini, 24, 25 a Bologna, 28 ad Argenta 31 a Nichelino in provincia di Torino).

La classicità di Hair – se per classico si può definire uno spettacolo che è sempre in repertorio – è molto diversa da quella per esempio di West Side Story. Bernstein detestava la natura rock del musical.

Hair è datato nei contenuti storici (il Vietnam, e la New York anni sessanta) non nella vitalità che rende le due ore e mezzo di spettacolo un’onda che travolge. Gli attori sono sempre in scena, i numeri di danza sono tanti, la scena dilaga nella sala con quella modalità invasiva che chi ha la mia età si ricorda negli spettacoli di Dario Fo. Il meta-musical di Hair è diverso anche da quello di Chorus Line che alla fine ritorna nel “genere” e genera sempre nuovi epigoni e capitoli.

Il rock musical di Hair è progredito in un solco queer (più esplicito, per esempio, in Rocky Horror) ed è riemerso con il filtro gelido, più dichiaratamente post moderno, di Rent, il quale, di tutti i musical in repertorio in Italia (e quindi molto pochi), è quello che più si avvicina a Hair per i contenuti sessuali, cioè per l’esibizione dell’intimità (in Rent, che ha fatto risorgere lo spettro della Bohème di Puccini, questo aspetto è tragicamente segnato dall’AIDS).

(Foto @ Cinzia Gamberi)

E Simone Nardini è stato molto bravo nel convogliare sguardo e orecchio del pubblico su questi contenuti. Da una parte ha affiancato all’azione una piccola band (composta di pochi strumenti) che è molto puntuale nel segnare la linea del canto e nel dare gli attacchi della danza. Dall’altra ha messo a frutto l’esperienza di una lunga ricerca teatrale sulla nudità in senso proprio, spogliando i corpi per metterne in scena l’imbarazzo e la fascinazione. Dando modo allo spettatore di seguire al meglio la vicenda – abilmente sciolta nella versione italiana (che tiene l’originale inglese solo per le canzoni più celebri, Acquarius, Hair, Let The Sunshine In, Hippie Life) – e di entrare nel percorso di una messa a nudo che non si conclude con quella integrale collettiva della fine del primo tempo, bensì con l’abbandono della parrucca da capellone da parte del protagonista, che si mostra  con i capelli a spazzola da marine alla fine dello spettacolo. 

Foto © 2025 Memory Slash Vision studios

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