Creato da Bob Fosse negli anni 70 per la scena newyorkese, il musical “Pippin” è ora ripreso a Milano da Simone Nardini in versione circense. Una Immersive Experience interattiva e multisensoriale che mette lo spettatore in connessione profonda con la storia e i personaggi della rappresentazione
La scuola di musical di Simone Nardini si distingue nel panorama milanese per diversi motivi. Nasce molti anni fa, in un clima in cui l’unico riferimento italiano del musical era la Compagnia della Rancia. Simone – che è stato scenografo ed è attore e regista e creatore nel senso più largo – ha riversato nella scuola MTS (Musical! The School) un insieme di competenze che oggi permettono di avvicinare il suo lavoro a quello della Bernstein di Bologna o a quello svolto da Iacomelli agli Arcimboldi.

Possiamo aggiungere che Nardini ha una ispirazione speciale (che abbiamo già commentato in questa sede parlando del suo Hair) e che consiste nella capacità di sviscerare – cioè di centrare – i titoli che sceglie (resta indimenticabile un Crazy for you allestito a Vigevano più di vent’anni fa, con una abilità rara nel far dialogare orchestra, canto e danza in una commedia complessa come quella di Gershwin).
Non ci stupisce, dunque, anzi ci allieta, che Simone Nardini abbia scelto un titolo come Pippin per chiudere (5, 6, 7 giugno) la “Stagione Diversa” dell’Imbonati 11 art hub.
Pippin non è un titolo noto in Italia, sebbene risalga ai primi anni 70, durante i quali si frequentava molto il rock musical. Il regista ci promette una versione immersiva di questo spettacolo, dedicato a un principe alla ricerca della sua identità (Pipino, figlio immaginario di Carlo Magno), perché si vuole ricongiungere alla dimensione meta teatrale prediletta da Bob Fosse nelle sue regie (era sua la prima messa in scena di quest’opera).
L’autore di musiche e testi delle canzoni del resto è Stephen Schwartz, che in italia conosciamo come autore di Wicked. Rimando significativo per capire che pur di fronte a un classico della contemporaneità, come Wicked appunto ma anche Pippin, facciamo fatica a definire un background, un sistema di segni che indichino che “quel modo di fare musica” appartiene a “quell’artista” anziché a un altro. È come brancolare in un mondo alla cieca in cui il richiamo – una volta che ci lasciamo andare all’ascolto o alla visione – diventa irresistibile.
E possiamo capire perché Schwartz ha scritto le canzoni per tanti lungometraggi a cartoni animati, della Disney e non solo, degli ultimi trent’anni. Perché ci fa tornare alle radici del nostro piacere, di ciò che ci fa stare bene.

Il bello della condizione in cui ci troviamo davanti a un classico di Broadway di cui non esiste una versione cinematografica è che non abbiamo nulla con cui fare confronti. E possiamo permetterci il lusso irripetibile di guardare non sapendo. Così che l’emozione possa essere la più vicina possibile a quella del pubblico dello spettacolo andato in scena nel 1972.
Imbonati 11 art hub: Bob Fosse – Stephen Schwartz Pippin. Regia di Simone Nardini. 5,6,7 giugno
Foto: @ Francesco Maria Conti e Giacomo Marcheschi