Una mappa di memoria queer liberata dal silenzio

In Teatro

In un Visual Diary intenso e poetico, Fabio Cherstich torna al Teatro Franco Parenti per recuperare — in un dialogo ammaliante tra performance e arte visiva — la memoria di Angus, Stanton e Ellis, tre artisti simbolo di una generazione e di un mondo: la New York artistica e queer degli anni Ottanta

Quali semi di me resteranno dopo di me? Liberi di fruttificare secondo la propria traiettoria? La domanda che — per bocca di Andrée Ruth Shammah — trova risposta nel ritorno al Teatro Franco Parenti di Fabio Cherstich, potrebbe essere la stessa che percorre il Visual Diary dello stesso regista, per dar voce ai suoi tre protagonisti, Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis.

Quella che, sulla scena, si apre come una carrellata di istantanee del Village di New York, che compongono una mappa sia sentimentale sia artistica della scena dell’arte contemporanea della Grande Mela, in cui l’impronta queer è già consustanziale allo sguardo. Da quelle strade, dalle scale antincendio e i mattoni rossi, lo sguardo di Cherstich si avvicina e sceglie tre figure che scontano, però, gli esiti più radicali della propria identità personale e artistica.

Il silenzio e la rimozione che ha avvolto la gran parte degli artisti che non rientravano tra i pochi nomi noti e notissimi, il bisogno di trovare di che mantenersi (due su tre faranno i guardiani notturni al MoMA, sognando di esservi ospitati) e l’occasione di giovare di una rete di amici e mecenati che ne conserveranno l’eredità artistica e proteggeranno la vita. Daranno, nei fatti, valore all’appartenenza a una comunità che fra il ’69, l’anno dei moti di Stonewall, e gli anni Ottanta, stava dando forma a se stessa attraverso le lotte, l’arte e la libertà dei corpi.

Che, tuttavia, ha portato con sé anche il più nefasto dei punti in comune, non soltanto tra i tre protagonisti del diario visivo di Cherstich: l’AIDS, che li ucciderà tutti e tre prima dei quarant’anni, facendone tre perfetti epitomi di quella generazione perduta — nel mondo dell’arte, e non solo — falcidiata non solo dal virus ma dal pregiudizio e dall’abbandono che quasi sempre coincideva con la scoperta, da parte delle famiglie, tanto della malattia quanto della loro omosessualità.

Anche per questo, l’opera di restituzione alla memoria collettiva del regista e curatore di Udine è, oltre che meritoria e puntuale, piena di calore. La testimonianza di un viaggio — fisico e dell’anima — compiuto in ragione di un innamoramento, un colpo di fulmine imprevisto innanzitutto per Patrick Angus, i suoi corpi di ragazzi e il vivido realismo — quasi hopperiano — con cui raffigura i luoghi di ritrovo della comunità gay degli anni Ottanta, dalle saune alle discoteche, non con voyeurismo carnale ma come un processo di riconoscimento e di dichiarazione di esistenza.

Per questo ne inseguirà la memoria fin nell’America profonda e i grandi spazi dell’Arkansas, dove ad accoglierlo troverà quel che resta di una famiglia — la madre Betty e una zia, la Mary Jane — libere finalmente di dare spazio a quel figlio tanto amato su muri che la vergogna di un padre aveva voluto vuoti, ma anche di vedere, nell’italiano, il secondo uomo gay della loro vita. Il primo felice, e forse l’incarnazione del destino che a Patrick e agli altri non era stato dato di vivere.

Così Cherstich ricostruisce — attraverso le immagini, i frammenti video, che pur nell’evoluzione tecnologica hanno il calore dei vecchi filmini di famiglia fin dai super 8 — un viaggio che compone legami e affetti, memorie personali di persone singole e di epoche. L’epoca in cui la sorella di Arthur Lambert, compagno e mecenate di Larry, ha aiutato a morire decine di ragazzi lasciati soli e consumati dall’AIDS, e la commozione con cui la sorella di Darrel ha compreso il senso del recupero della loro identità nera che si intrecciava a quella queer del fratello nella rielaborazione di foto già esistenti, lasciti della memoria del padre, a sua volta fotografo, ucciso dalla polizia.

Ad accompagnare i passi di questo viaggio visuale, la voce di un altro linguaggio, la musica, che si allarga e spazia dai Queen che pulsano nelle ballroom, fino alle Variazioni Reinach. È lo stesso regista e interprete a farle scorrere, spostando come allora i vinili sul piatto di un giradischi, concedendosi il tempo e lo spazio per osservarsi come da fuori, come parte di quel gruppo umano che nella loro — più o meno accademica, ma sempre precisa — qualità formale delle loro opere, Angus, Stanton e Ellis hanno voluto ritrarre.

Quello che ne emerge, oltre a un’opera percorsa da un intimo senso di giustizia e di memoria rivivificata, è un viaggio suggestivo, che fa dialogare con naturalezza il corpo vivo sulla scena con i linguaggi visuali, siano essi video proiettati su grandi fondali, o le immagini stesse delle loro opere, restituite finalmente a una dimensione di visione collettiva che si auguravano per sé.

Il lavoro di drammaturgia curato da Anna Siccardi e le immagini in movimento di Francesco Sileo, anche compagni di tutto il viaggio, diventano così una nuova espressiva forma di dialogo, forse un po’ limitata dal bisogno di rassicurazione formale in se stesso, vien da pensare, che induce Cherstich a mettere in scena una memoria così sentita e personale con l’ausilio del testo e di un tavolo, facendone una sorta di lectio performativa. Un dispositivo così ben congegnato avrebbe forse avuto ancor più forza senza un diaframma a proteggerlo dal contatto — ancorché simbolico — tra il pubblico vivo e una memoria altrettanto viva, perché ricostruita nel corpo e nel sentire di chi l’ha inseguita e ne fa percepire tutta l’urgenza e l’intimo legame con questi artisti.

Ma se Larry Stanton, al compagno che gli chiedeva come trattenerne la memoria, al tramonto della sua vita rispose: «Pensa a me ogni volta che sentirai un tuono», questo lavoro conserva comunque — con un’indubbia fascinazione artistica — la forza della deflagrazione, e al contempo un esercizio di riconnessione di chi — oggi — della comunità queer fa parte, con l’eredità di artisti che hanno seminato sguardi ironici e dolenti, liberazione e scoperta, perché ogni persona a suo modo potesse, oggi, fare frutto.

ph. © Clara Vannucci

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