La ripresa del capolavoro di Fo e Rame al Carcano fino a domenica 22 non è soltanto un valido lavoro teatrale, che non sfigura al confronto con i mostri sacri, è un quanto mai importante l’esercizio di memoria storica ma anche, proprio come in origine, un gesto radicalmente politico
“Esalando l’ultimo respiro, dico al mondo che siete stati voi”. Suona dirompente anche cinquanta anni dopo, ma portare in scena Morte accidentale di anarchico nel 1970, nel momento in cui Dario Fo e Franca Rame lo hanno portato in giro per l’Italia, significava rischiare davvero. Significava la DIGOS tutte le sere in platea e le pistole tolte di tasca sulla porta, significava modificare il testo di sera in sera puntando l’occhio di bue sulle contraddizioni che emergevano dagli atti mentre questi venivano scritti, significava un coraggio a cui siamo ancora debitori, come a una verità che ancora possiamo solo ricostruire nella finzione della rappresentazione. Oggi si può però quantomeno chiamare le persone con il loro nome e svelare fin da subito, dietro il velo leggero dell’anarchico Salsedo, il volto di Giuseppe Pinelli. Una spinta, quella che secondo le ricostruzioni ha gettato Giuseppe Pinelli dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969.
Una spinta, quella che butta il matto sul palcoscenico del Teatro Carcano, in questa nuova versione col volto di Lodo Guenzi, che raccoglie un testimone ingombrante nel centenario della nascita di Dario Fo senza pretendere di replicarlo, ma con dedizione e cura ne riporta sul palcoscenico a suo modo l’urgenza politica, sovrapponendo una storia, lontana nel tempo quanto lo è dal chiudersi, alle ferite del presente. Qualcosa di più di un espediente narrativo per far sorridere chi non c’era, piuttosto la dimostrazione di un filo nero che da quella notte calda di dicembre porta ai morti sul lavoro, dalla repressione del diritto al dissenso ai neofascisti al governo, fino all’uso della violenza come strumento di chi dovrebbe proteggere, inchiodato da sorelle senza nessuna intenzione di stare zitte. Se oggi come allora solo la maschera consente di dire la verità, quante più e più grottesche sono le maschere, tanto più vera e rivendicata è la realtà che oggi è accertata. Una verità storica però della quale siamo costretti a riempire i vuoti immaginando, infiltrando una scheggia impazzita, un atomo di verità incontrollabile, nello spazio delle menzogne e del silenzio.
Dario Fo inserisce un matto, un irregolare, lì dove tutto si è compiuto, e poi sono le voci stesse dei protagonisti a ricostruire minuto per minuto i contorni di quel che ancora oggi in pubblico tacciono. A loro volta commissario, questore, agente, vestono delle maschere la cui mostruosità grottesca è però questa volta rivelatoria: valga per tutti per il questore già direttore del confino di Ventotene avvolto da una divisa nera da nazista, baffetti alla Hitler e un inevitabile tic che gli impedisce di non mostrare il braccio teso di fronte all’autorità.
Mentre il guitto, con la sfrontatezza che gli è propria, se ne prende apertamente gioco snidando con spietata sagacia contraddizioni, menzogne e brutalità, intorno a lui una danza tremenda di burattini ridicoli che mettono in fila depistaggi e violenze: decine di versioni contraddittorie, orari cambiati molte volte, ambulanze chiamate prima della caduta, verbali scomparsi, sentenze oscene che parlano di malori attivi e commissari che dicono a una giovane vedova di aver avuto “troppo da fare” per informarla della morte di suo marito.
Nonostante nel Paese delle ombre ci serva ancora il teatro per dire quel che dovrebbe essere patrimonio comune, così come accade nel testo originale la risata è uno squarcio nelle coscienze, non un alleggerimento ma un pungolo, non solo a esercitare la memoria, e a onorare quella di Giuseppe Pinelli, uomo per bene, e degli anarchici da sempre accusati di essere terroristi, mentre di 170 attentati in un solo anno due terzi, già nel 1970, avevano una chiara matrice fascista. Portare in scena oggi la morte tutt’altro che occidentale di quel ferroviere anarchico significa – e lo fa sagacemente con naturalezza la regia di Giorgio Gallione – dipanare la matassa che ha guidato la strategia della tensione, gli ultimi 50 anni di storia d’Italia che dentro a quel dicembre milanese e questo racconto si trovano tutti preconizzati e connessi, come suggeriscono i protagonisti, in rimandi ed evocazioni al futuro che occhieggiano con naturalezza dal copione originale. Tutte le vicende per cui le vere responsabilità sono quasi sempre state nascoste. Meglio affibbiarle a una “combriccola di utopisti scombinati”.
E del resto sono sempre ben serviti a questo scopo i personaggi da commedia di certi questori, funzionari e poliziotti, sempre pronti a inventare e a scaricare colpe altrove, di fronte alla devozione e alla sete di verità anche di giornaliste qui giustamente omaggiate in una figura che che rivela Camilla Cederna, la cui lotta per non accontentarsi delle grottesche menzogne ufficiali le valse, la parte di Indro Montanelli, l’accusa di essere una pigra signorina borghese che subiva “il fascino dell’afrore di ferroviere”. Questi erano e forse sono ancora i tempi, e ci sta un intero Paese dentro quel cubo stretto della stanza della Questura diventata prigione di vetro, da cui tutto si vede, in cui un uomo è stato trattenuto per giorni, molto oltre la legalità, senza cibo né acqua. Uno spazio su cui, in scena, si aprono feritoie di luci violente e una finestra al di là della quale sta il buio della storia, “su cui è meglio chiudere un occhio” o meglio non averlo proprio.
Accanto a un Guenzi che non fa rimpiangere troppo l’originale, trovando una cifra personale, senz’altro meno giullaresca ma affilata, attorialmente molto matura, per incarnare il matto, si muovono attori dediti e precisi: Alessandro Federico, Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Marco Ripoldi e Roberto Rustioni. Ne emerge una versione convincente quanto preziosa, rigorosa ma libera quanto basta ma non tradirne l’intenzione, attenta quindi anche a non trasformare l’omicidio di Giuseppe Pinelli e il suo racconto in un’occasione soltanto per alimentare lo scandalo “su cui si reggono tutti i poteri”, o peggio farne un alibi per chiamarsi fuori dalla responsabilità del proprio tempo, da tutto ciò che da quel giorno ha preso le mosse. È anche grazie a lavori come questo, al coraggio con cui sono nati e alla cura con cui continuano a vivere, se oggi conosciamo quantomeno i confini della storia. E quel che c’è all’interno di quelle mura possiamo riempirlo col ghigno amaro del più saggio e più libero di tutti, forse proprio perché ha scelto l’anarchia – che è, scrisse Giuseppe Pinelli nella sua ultima lettera, proprio la mattina di quel 15 dicembre “ragionamento e responsabilità”. E chiamato invece matto proprio per non essere disposto a piegarle a nessun potere.
ph. © Laila Pozzo