Prima regola del gioco, violare le regole

In Cinema

Complotti politici e verità scottanti nel film di Michael Cuesta, dove Jeremy Renner fa un reporter coraggioso, alle prese con la Cia e i narcotrafficanti

Gary Webb (Jeremy Renner), incontrastato protagonista di La regola del gioco di Michael Cuesta, è un giornalista che negli anni 90 scrive per una piccola testata californiana, il San Jose Mercury. Ha una forte etica professionale e una tenace passione per le verità di quegli scoop rivelatori di come va il mondo. Seguendo una pista di narcotraffico, si imbatte in una notizia incredibile: la Cia avrebbe a lungo collaborato con un grosso cartello della droga, rinvestendone i colossali guadagni a scopi politici, finanziare in Nicaragua la guerriglia anti-sandinista. Il tema e il personaggio, realmente esistito, si prestano al lavoro minuzioso e ben documentato di Cuesta, che ricalca i passi più importanti della vita del reporter, trasportando  il suo coraggio nelle immagini del film. E di materiale, dopo anni di inchieste, ce n’è molto.

 

 

Viene fuori un’esistenza divisa tra la paura di esser cacciato dal giornale, e di subire ritorsioni da parte dei servizi segreti, e insieme la scelta ostinata di mettere in luce la verità dei fatti, che per necessità politiche viene nascosta sotto menzogne sistematiche. E pure la vita familiare con la moglie (Rosemarie De Witt), di cui si intuisce qualche burrasca non troppo antica, subisce i contraccolpi dovuti a scelte che un normale cittadino, fiutato il pericolo, forse avrebbe evitato.

La voglia di realizzare un film del genere è in linea con il coraggio di pellicole scomode, anche di produzione recente (come Citizenfour) che minano un certo modo, “politically quiet”, l’establishment, il sistema di potere in cui l’America è immersa, per aprirle gli occhi almeno per un attimo. Ma al di là dell’ottimo impianto fotografico e narrativo, varie domande sorgono con forza: che valore ha la stampa e qual è il suo potere sociale, ora che le notizie si apprendono, si consumano, si dimenticano in poche ore? È ancora attuale la figura del giornalista che crede nel proprio lavoro, portando fino in fondo le inchieste più scomode? E che prezzo paga? O è forse più utile una menzogna ben detta, se tutti sono d’accordo e così il vivere comune è preservato?

Nel mondo dell’assoluta pervasività mediatica, dell’informazione eccessiva, ridondante, confusa, sembra esserci poco spazio per le stoccate profonde di un giornalista, soprattutto se la risposta della società democratica ad uno strillo fastidioso, escluso il dittatoriale “chiuder la bocca”, è il più benpensante “confondere le idee”, far passare per falso ciò che non lo è, declassando la ricerca della chiarezza a percorso personale, isolato, quasi eremitico nel suo rischioso incedere.

La costanza di inquadrature ponderate, e di una musica mai eccessiva, ci accompagnano con tensione sapiente per tutto il film, raccontandoci la vita di Webb in modo molto scrupoloso e puntuale, senza osare troppo e senza eccedere, ma tenendo sempre bene il punto. E se è vero che la stampa può rendere visibile qualsiasi cosa, e ciò vale ancor di più per i temi che si cerca di nascondere, “il coraggio della verità”, parafrasando Foucault, è una condizione che abbraccia profondamente tutta la propria vita. Fino alla morte. Gary Webb insegna.

La regola del gioco di Michael Cuesta con Jeremy Renner, Rosemarie De Witt, Robert Patrick, Jena Sims, Ted Huckabee, Andy Garcia, Ray Liotta

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