Una impeccabile Ambra Angiolini riporta in scena “Lo stupro” al Teatro Carcano in occasione del 25 novembre. Un atto politico, e artistico, per continuare a stare scomodi nelle nostre responsabilità.
“Davanti a uno stupro non si sta seduti” il monito di Franca Rame percorre cinquant’anni di storie di donne (e riverbera sui millenni che li hanno preceduti) e si incarna nella voce di Ambra Angiolini in quella che – è ancora Rame a parlare per bocca dell’attrice romana – non è una performance, ma quello che accade a milioni di donne, ieri come oggi. E per questo – anche al Teatro Carcano, nel corso di “Oreste è salvo?”, la settimana che il teatro dedica alla lotta contro la violenza sulle donne – lo si recita a luci accese, che nessuno si senta protetto dal buio che crea distanza e offre il conforto della narrazione. Quello che Ambra Angiolini porta in scena, con una devozione fatta di garbo e misura, non è soltanto il monologo che Franca Rame porterá al pubblico, senza avvisare nessuno, prima di una replica di “Tutta casa, letto e chiesa”, e nello studio televisivo di Fantastico – esiste la ripresa, ed é forse l’unico caso in cui l’immagine puó supplire all’agito teatrale – e puó farlo perchè, appunto, non si tratta di rappresentazione. Ma di una testimonianza di verità, una denuncia a viso aperto.
Non soltanto della violenza subita dalla stessa Franca Rame il 9 marzo 1973, per mano di militi neofascisti che la prescrizione – e la connivenza accertata della compagnia Pastrengo – intervenne a salvare da una doverosa condanna più di un quarto di secolo dopo. É la storia di tante, forse di tutte, almeno una volta. Per questo, nella precisissima resa di Angiolini c’è l’emozione e la voce rotta di chi, confessa poi, ha dovuto forzarsi per impararlo a memoria, vinta dallo schifo che le rendeva impossibile replicarlo nella mente per restituirlo. ma non c’è nessun eccesso enfatico, nessun vezzo teatrale, proprio come la lezione della stessa Rame suggerisce. C’è il gesto di chi sceglie di assumersi con coraggio l’onere di uno dei testi più intimamente sfidanti che il teatro italiano consegna una donna, e lo fa dimostrando, qualora le recenti prove su altri palcoscenici non fossero state sufficienti, delle grandi qualità di interprete drammatica, profondamente compresa e credibile nei propri ruoli. Ma c’è, soprattutto, la responsabilità etica di una donna che non si limita a onorare un incarico, ma sceglie di stare in mezzo alle altre a portare un messaggio. Davanti al quale stare scomodi, necessariamente. E fa impressione il colpo d’occhio del teatro in piedi, o appoggiato in platea nella posizione, come invitati, più scomoda possibile. E necessaria.
Anche a sentire l’eco del presente, dentro al lungo silenzio che Angolini lascia tra quel che si dovrebbe fare e quello a cui, ancora, troppi vuoti portano le donne. Tra “li denuncerò” e “domani”. In quelle parole ci sono le donne e c’è Franca Rame, violentata per vendetta politica, per non aver mai taciuto, per aver fondato “Soccorso rosso”, per aver sempre usato il teatro come uno strumento. Per essere stata parte essenziale di quello che – ancora – molto spesso è ancora e soltanto il teatro di Dario Fo. “Non era così per lui, per loro. Non era così nelle loro mani”, chiosa la stessa Angiolini dopo un lungo abbraccio con Mattea Fo, nipote ed erede di un materiale ricchissimo che – ad eccezione di questo monologo, firmato dalla sola Rame – riunisce tutti i testi del premio Nobel.
Proprio quel momento – il viaggio in macchina a favor di telecamera in cui un operatore dovette comunicargli la vittoria del premio con un cartello appoggiato a un finestrino lungo l’autostrada tra Roma e Milano – é il momento di cui Ambra Angiolini (appena maggiorenne, fresca di patente) conserva una visuale e una memoria unica e irripetibile. Quella degli sguardi dello stesso Fo, che ricevuta la notizia del premio (“non credo sia per me”, ricorda di aver scherzato l’attrice) la guarda e dice solo “Franca!”. Non soltanto una dichiarazione d’amore, ma il senso di un percorso di vita che come quel viaggio, che fini proprio dentro il Teatro Carcano, fa di lei il perno su cui un lavoro condiviso si reggeva, e a cui il premio svedese avrebbe dovuto probabilmente essere assegnato in condivisione, proprio come lo stesso Fo fece nel suo discorso all’accademia di Svezia. Una donna che ha parlato per sè e per tutte, a tutte offrendo parola. Come una di coloro – come Michela Murgia, sulla cui acuta disamina di Don Giovanni, registrata nei mesi dei teatri chiusi per il covid, si chiude la serata – hanno offerto e condiviso parti di sê, perché il mondo potesse cambiare davvero.