Essere è tessere. Al Madre di Napoli l’eredità di Maria Lai, in dialogo con i giovani del Premio Meridiana

In Arte

Fino al 21 settembre 2026 la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre, Napoli presenta dal 25 giugno la mostra Maria Lai. Essere è tessere dedicata a una delle traiettorie artistiche più singolari dell’Italia del dopoguerra: articolata lungo oltre sei decenni, ripercorre le trasformazioni materiali, formali e concettuali attraverso cui l’artista ha ridefinito il rapporto tra arte, linguaggio, memoria ed esperienza collettiva. Assieme a Maria Lai, il Madre ospita la seconda mostra del Premio Meridiana, Living Collapse, che assume il presepe napoletano come dispositivo critico, evidenziando le affinità tra questa forma d’arte e alcune sensibilità della ricerca contemporanea.

L’estate culturale napoletana si arricchisce di un appuntamento imperdibile. Fino al 21 settembre 2026, il museo Madre ospita “Maria Lai. Essere è tessere”: una mostra curata da Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai. Duecento opere che mettono in primo piano la costante sperimentazione di un’artista che ha saputo fare del filo, della materia e della relazione umana i cardini della propria arte.

L’esperienza della mostra inizia ancora prima di varcare la soglia del percorso espositivo. Salendo le scale verso il terzo piano del museo, il visitatore viene avvolto da suoni: una musica medievale che gradualmente lascia spazio a un canto, alla voce di un soprano. Si arriva quindi nella stanza in cui l’audio si amplifica mostrando tutta la sua potenza, stanza che ha al centro l’opera di Maria Lai Senza titolo (Mare Muro, Per Ille): una grande tela, Geografia, e uno dei sui celebri spartiti, grandi libri su cui tesseva piccoli segni neri, disposti ritmicamente su fili paralleli per richiamare la scrittura musicale. In questa sorta di anticamera sensoriale della mostra, si scopre che la voce registrata è quella di Hillegond Brinkman, amica dell’artista che il 15 ottobre 1984, in occasione della serata inaugurale del Teatro Due di Roma, si era esibita nel concerto-spettacolo Chantar, traducendo in suoni e parole i ricami a filo argentato dello spartito creato dall’artista. L’opera esposta altro non è che l’allestimento scenografico originale di quella performance. Dopo dodici minuti di ascolto e contemplazione, in un’immersione tra arte visiva, memoria e musica, si è pronti per iniziare il percorso espositivo vero e proprio, strutturato in ordine cronologico. Le prime due sale sono dedicate, da un lato, alla formazione accademica e alle opere degli anni 50, caratterizzate da un modernismo radicato nel territorio regionale, e, dall’altro, nel decennio successivo, alla graduale trasformazione di questi lavori. Disegni di paesaggi e terreni rocciosi, caprette in terracotta, figure emblematiche della Sardegna e ritratti di amici e familiari si evolvono in forme più stilizzate e al contempo materiche. Attraverso una progressiva astrazione, Maria Lai giunge a una riformulazione del suo fare arte in cui l’interesse per la materialità e la forma scardina la lettura allora dominante dei critici dell’epoca, inclini a sottolineare quasi esclusivamente il legame dell’artista con la terra d’origine. 

Maria Lai, Senza titolo, 1992, stoffa, filo, tempera. Courtesy M77 Gallery. © Archivio Maria Lai by Siae 2026

Il vero punto di svolta arriva con il trasferimento definitivo a Roma nel 1956. Nella capitale, l’astrazione è il fulcro del dibattito culturale e il punto di riferimento per gli artisti dell’avanguardia: l’Informale e l’Arte Povera spingono Maria Lai a superare definitivamente l’arte tradizionale. Man mano i soggetti cambiano e l’attenzione dell’artista si sposta sull’esplorazione materica e tattile: nei Polimaterici degli anni 60 – alcuni dei quali presenti in mostra – la pittura tradizionale cede il passo all’inserimento diretto sulla superficie pittorica di frammenti di legno, sughero, spago e rafia. Questa spinta prosegue nelle opere monocrome, che incorporano materiali come la rete, fino ai lavori dei primi anni 70, in cui la superficie pittorica si proietta nello spazio dello spettatore. Nelle sale successive si incontrano alcuni dei suoi celebri Telai, già proposti nella storicizzata mostra alla Galleria Schneider di Roma nel 1971, in cui corde e chiodi smantellano il supporto pittorico per dare inizio a una ricerca dove la cucitura diventa il fulcro dell’opera. Un intero ambiente è poi dedicato ai collage, tecnica che ha consentito all’artista di lavorare sul rapporto tra astrazione e immagine, mantenendo nel contempo una modalità di sperimentazione vicina all’artigianato. Il viaggio continua in alcune sale dove l’esposizione si concentra sul tema del filo. Attraverso le Tele cucite del 1975 e i Libri cuciti, il filo si srotola e si annoda, oscillando tra scrittura e astrazione. In quest’area si rievoca l’esposizione “Tele e Collages di Maria Lai” (Galleria Arte Duchamp di Cagliari, 1975), in cui l’artista esplora pratiche di taglio, cucitura e ricombinazione, evitando deliberatamente composizioni armoniose e scegliendo il frammento come unità compositiva del suo pensiero materiale. Nei suoi libri i fili si srotolano, si annodano, formano anelli e vagano su pagine e tessuti dalla trama irregolare e dai colori forti, mettendo in primo piano il tatto e il pensiero materiale.

Exhibition view Maria Lai. Essere è tessere – Senza Titolo, 1992 (part.)(ph Manuela De Leonardis)

L’esposizione indaga anche la vocazione pedagogica e relazionale dell’artista, che si traduce in veri e propri dispositivi ludici, come Il volo del gioco dell’oca e i mazzi di carte, pensati per educare lo sguardo del pubblico e combattere l’analfabetismo visivo, mentre le Fiabe tessili, cucite tra il 1984 e il 2005, valorizzano l’oralità e il lavoro femminile al di fuori dalle logiche di mercato. Alcune postazioni video consentono di guardare queste opere nei dettagli ma soprattutto di ascoltare l’artista mentre sfoglia le sue Fiabe non scritte spiegandone il significato, ricreando quel rapporto tra chi narra e chi ascolta per lei così significativo. Il culmine di questa arte partecipativa si compie nel settembre del 1981 con Legarsi alla montagna, celebre performance collettiva in cui Lai coinvolge l’intero paese natale di Ulassai srotolando oltre venti chilometri di nastro azzurro per unire le case tra loro e legarle alla vetta del monte Gedili, celebrando i legami comunitari e trasformando il paese in un monumento vivo. Questo dialogo continua nel 2006 con la nascita della Stazione dell’Arte di Ulassai, un museo dinamico nato dalla donazione di oltre 150 opere dell’artista e concepito non come un archivio statico, ma come un luogo perenne di incontro, interpretazione e scambio. A questo progetto sono dedicate proprio le ultime sale della mostra, che ne ripercorrono la genesi attraverso video, documentari dell’epoca, pubblicazioni, fotografie, il tutto arricchito da pannelli esplicativi e didattici che in maniera impeccabile sono capaci di guidare il visitatore per tutto il percorso espositivo. 

Il presepe tradizionale del maestro Giuseppe Ercolano alla mostra Living Collapse

Ma la mostra non finisce qui; ad arricchire e attualizzare il percorso, la mostra dialoga idealmente con le opere dei giovani artisti del Premio Meridiana, creando un ponte generazionale che dimostra quanto la lezione di Maria Lai sia ancora viva, fertile e contemporanea. Un filo conduttore invisibile, ma potente, unisce la poetica dell’artista sarda alla filosofia della mostra del Premio Meridiana Living Collapse, trasformando il museo in uno spazio di risonanze. Se il dialogo di Lai con la comunità avviene nella Stazione dell’Arte di Ulassai attraverso una narrazione corale e polimaterica, la mostra, a cura di Samuele Piazza, ne raccoglie idealmente l’eredità, guardando al presepe napoletano non come a un oggetto del folklore, ma come a un dispositivo critico e antimonumentale, capace di scardinare le gerarchie del vivente proprio a partire da quel principio di frammentazione, accumulo e uso di materiali di scarto già caro all’artista sarda. Quello stesso legame tra rituale, memoria e vita comunitaria che Lai ha ricucito tra le trame dei suoi libri e sui fianchi delle montagne, si riflette qui nell’anarchia ottica del presepe, in cui il povero contadino con le sue pecore condividono la scena con la più alta manifestazione del sacro, e nel cosmopolitismo e nell’apertura alle differenze della Napoli barocca. Partendo da una rilettura dell’opera Presepio di Jimmie Durham nella collezione del Madre, e dal dialogo con un brano di presepe tradizionale realizzato dal maestro Giuseppe Ercolano, le opere di Andrea Bolognino, Effe Minelli e Raffaela Naldi Rossano – tra disegno, scultura e installazione – ridisegnano le relazioni di coabitazione in un mondo in crisi. 

Due visioni che rifiutano la purezza del mezzo e la rigidità del significato, trovando una perfetta sintesi nel tema della prima edizione del Premio Meridiana, Ogni cosa è tutte le cose, un manifesto che sembra richiamare tanto il brulichio cosmopolita del presepe quanto quel nastro azzurro, quel filo con cui Maria Lai ha dimostrato che nessun frammento di mondo esiste mai da solo.