Pensare le mani in Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda a Venezia

In Arte

ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna, in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, presenta fino al 25 aprile 2026 la mostra “Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000)”, ospitata negli spazi di Palazzetto Tito a Venezia, che propone un ampio percorso nella storia della ceramica sarda del Novecento, mettendo in luce le profonde radici culturali e sociali di questa pratica sempre più in dialogo con la modernità e con le ricerche contemporanee.

In un video in bianco e nero di molti anni fa, le maestranze di una fornace sarda scavano l’argilla quasi a mani nude, con grande sforzo fisico e un’incredibile fluidità di movimenti. Quell’argilla, terra umida ed elastica che diventerà ceramica, passa per mani callose e abiti sporchi, muscoli guizzanti e fatica, fino a venir manipolata con precisione e maestria. Un percorso dal fango allo spirito che somiglia a una illuminazione, a una gnosi della materia mescolata all’intelligenza più antica e profonda. Terra e acqua che, passando da mani a mani, diventano pensiero. Ma anche pensiero che emana e compenetra la materia, con il manufatto come punto d’incontro tra corpo e spirito.

Installation views, Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000)
Palazzetto Tito – Fondazione Bevilacqua La Masa, 2026
ph. ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna

Ed è proprio su questo ribaltamento dell’idea delle mani che pensano, legata all’artigianato, all’abilità manuale, che si basa la struttura curatoriale di “Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000)”, a cura di Efisio Carbone, promossa dall’ISRE, l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna, e ospitata nelle sale di Palazzetto Tito dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia fino al 25 aprile prossimo. Perché non è possibile capire la ceramica artistica in Sardegna nel Novecento, scrive il curatore, se non si passa dalle “mani che pensano” al “pensare le mani”. Per sottolineare come la ceramica artistica sarda nasca spesso da una progettualità colta, da artisti aggiornati sulle correnti internazionali e capaci di concepire l’oggetto ceramico come esito di un pensiero formale e culturale prima ancora che come prodotto della manualità. È su questo pensiero consapevole che precede e orienta il gesto tecnico, che si fonda la selezione in mostra. Dagli oggetti più tradizionali alle più alte espressioni artistiche, presentate con l’efficacissimo allestimento dell’architetto Giovanni Filindeu che costruisce isole espositive autonome e specchianti, riflettendo il dialogo d’acque tra la Sardegna e Venezia.

Salvatore Fancello, Ariete (1934-1937)
terra refrattaria graffita e colorata con ingobbio di varie tonalità, lunghezza cm 20,5

In questo percorso, che evita ogni gerarchia tra arte e artigianato, la mostra costruisce una narrazione continua. Gli oggetti non sono mai semplici testimonianze ma forme vive, attraversate da una tensione che le spinge oltre la funzione. Dai manufatti d’uso quotidiano si passa progressivamente a opere in cui la materia si emancipa, spingendosi verso linguaggi sperimentali dai felicissimi esiti estetici e poetici. Come, andando a braccio e a gusto – ma il percorso è filologico e documentatissimo, come si conviene a un Istituto Etnografico – la ceramica di Dorgali con le opere di Salvatore Fancello, dove il segno solca la superficie come una scrittura arcaica, inquieta, già pienamente moderna; Maria Lai, che anche nella ceramica, come nei suoi libri cuciti o nelle installazioni tessili, lavora per sottrazione, e di cui spicca un presepe smaltato di bianco con pecora nera annessa, dove la materia si fa racconto con l’apparente facilità con cui volteggia un’acrobata. Costantino Nivola, la cui ricerca formale, pur mantenendo un legame profondo con la terra d’origine, porta con sé un’apertura radicale verso il contesto internazionale; Aligi Sassu, pittore che nella ceramica scopre la sua anima plastica e scultorea più libera; i piatti cromatici di Rosanna Rossi, potenti come tessere di un mosaico liquefatto; le Barrose rosse di Cristina e Stefania Ariu, che riportano con grande eleganza la ceramica a una dimensione primaria, quasi originaria. E molti altri nomi, di persone e di luoghi, tutti parte di quel “pensare alle mani”, di quella capacità di fare attraverso il pensare che trasforma la resistenza della materia in forma.

AriuCeramiche, Barrosa, 2026
Terraglia bianca ingobbiata e invetriata craquelè, h 21 cm

Ne emerge il paesaggio stratificato di un secolo in cui la ceramica sarda si muove al di là e al di sopra degli stereotipi da revival antropologico, senza però perdere il contatto con l’origine, con i piedi nel fango che il video iniziale – un documentario di Fiorenzo Serra proveniente dai materiali dell’archivio filmico etnografico dell’Istituto – restituisce con forza quasi archetipica. È proprio questa continuità tra il gesto antico della fornace e le forme più consapevoli dell’arte a rendere preziosa questa mostra. Non una semplice ricognizione storica, ma un attraversamento sensibile della materia, dove ogni oggetto conserva, sotto la superficie, la memoria di un processo intellettuale e di un corpo che lavora, pensa e trasforma.

Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000), Palazzetto Tito – Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, fino al 25 aprile 2026

In copertina: Federico Melis, Su Puntorzu (1928-31), portamatita in terraglia da stampo dipinta e invetriata, h cm 11

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