È un lungo viaggio, quello che ha portato Emma Bozzi, autrice di questo articolo, a visitare e a immaginare un fil Rouge tra mostre diverse in posti diversi, ma che rivelano lo spazio latente che nasce durante un cambio di paradigma e si popola di vite ancora senza conformazioni definitive. Euforia di Tomaso Binga al MADRE di Napoli, le artiste di Radical Software: Women, Art and Computing 1960-1991 alla Kunsthalle di Vienna e Il punto di tangenza di Valie Export al Lentos Museum di Linz. Un diario di viaggio, un pieno di esperienza per una giovane artista, una riflessione sulle strutture profonde dell’arte contemporanea.
Euforia, Tomaso Binga, a cura di Eva Fabbris con Daria Khan, exhibition design Rio Grande, MADRE, Napoli, 18.04 — 15.09.2025

La sala del MADRE è gremita. L’atmosfera vibra. Tomaso Binga — classe 1931, spirito lucido, lingua affilata — apre con la voce: una poesia, poi un’altra. Un ingresso performativo, come tutto in lei. Non c’è scena senza corpo, né parola senza presenza.
Persone di ogni età e sfumatura affollano lo spazio con una febbrile gioia.
La sua voce, ruvida e limpida, accende il pubblico. Una forza vulcanica, una presenza che travalica la scena. È l’inaugurazione della più grande retrospettiva museale a lei dedicata: oltre centoventi opere, quarant’anni di pratica artistica, linguistica e politica.
“L’abbraccio
è un laccio
che tutto fa rifiorir”
Nell’epoca del codice, Binga gioca. Gioca con la lingua e con il corpo, con la grammatica del potere e l’alfabeto del genere. Un gioco serio, sottile, l’ironia affilata ed il disincanto acuto di chi sa che la parola ha un peso specifico: è materia viva, resistente, eversiva.
La verità urlante dei bambini, nella schietta onestà di una parola semplice, pungente e diritta, “pugnace” come l’hanno definita le curatrici della monografia Eva Fabbris, Lilou Vidal e Stefania Zuliani.
Tomaso legge con acume singolare le sfumature di un passaggio storico realizzando, con la lucidità rara che deriva dalla consapevolezza delle profonde strutture sociali, mediatiche e culturali che la attraversano, interpretandole nei tempi e nei luoghi che ne sono stati teatro.
Paradigmatico il frammento tratto dal Maurizio Costanzo Show proiettato in mostra: un intervento televisivo che diventa opera, gesto, documento vivente. Una performance senza filtro, in cui Binga porta se stessa.
Il corpo della parola si palesa forte e chiaro, senza vezzi, nudo e crudo. Umano, accogliente.
Come un bambino che grida “verità” senza saperla ancora dire.
La parola si fa carne, la carne diventa segno.
Il suo “alfabeto vivente” , in cui il corpo femminile prende la forma delle
lettere , è riscrittura del linguaggio a partire dalla carne. Un alfabeto in rivolta, che parla con la voce del corpo e la grammatica dell’identità.
Binga gioca con i modelli per sovvertirli, li torce, li mastica, li risputa, plasmandone di nuovi.
Lo sguardo sghembo e lungimirante dell’artista che gioca a dadi con l’evoluzione del linguaggio e l’entropia che intravede.
Disarmante, infantile e feroce.
Un alfabeto in rivolta.
Un codice non autorizzato.
Dove finisce il corpo, inizia la forma.
Dove finisce il linguaggio, comincia il gesto.
Può una propagazione essere definita?
La retrospettiva espone lavori su molteplici supporti: carta, tela, video, performance, installazioni.
Attraverso la varietà di media si intravede la possibilità di un’alternativa netta rispetto alla logica ominante del mercato dell’arte: non il predominio della forma, ma la forza di un contenuto pregnante.
Senza rinunciare all’estetica, riconoscibile, unica, capace di moltiplicarsi nella molteplicità di supporti e media senza perdere né aver bisogno di definire la propria identità.
Una soglia: tra interno ed esterno, tra femminile e neutro, tra norma e dissenso. Lettera incarnata, corpo che scrive sé stesso nella materia del mondo.

Vienna, qualche tempo prima: Radical software, Donne, arte e computing.
Tra bandiere del Pride onnipresenti, segnaletica d’identità che marcano il bisogno impellente di un manifesto, una didascalia alla libertà personale, la Kunsthalle Wien suggerisce un’alterità silenziosa e radicale: l’efficacia di un altro linguaggio, un’altra genealogia.
In un’epoca in cui la tecnologia si presenta come terreno saturo e già codificato, Radical Software riapre una crepa, un’intercapedine temporale e simbolica: quella in cui l’informatica è promessa e le sue derive artistiche campo di possibilità.
Il titolo richiama implicitamente Radical Software, rivista underground nata negli anni ’70 a new York, focus sull’informazione nel suo contenuto e nelle modalità della sua diffusione. L’alba delle nuove tecnologie si interrogava sulle possibilità e le implicazioni delle stesse in arte, nella critica, nel
linguaggio.
La mostra si articola negli spazi avveniristici della Kunsthalle Wien, dentro un’architettura di cemento nudo, vetro e ampi vuoti. Un ambiente che impone distanza, che amplifica ogni suono e raffredda ogni gesto, ma proprio per questo esalta, quasi per contrasto, la delicatezza del contenuto.
Le opere, disposte con respiro in questo bianco spaziale, innescano un gioco di sospensioni attese e rimandi. Un poco algida alla stregua della città che la ospita, perfettamente curata ed allestita, rende tangibile l’influenza del medium. L’assenza di retorica allestitiva lascia spazio alla forma secca del dato, al rigore del segno, al peso del linguaggio.
Oltre cento opere di una cinquantina di artiste che, tra il 1960 e il 1991, hanno esplorato il potenziale computazionale nei linguaggi visivi. Pittura, scultura, video, installazione, performance e trame algoritmiche. Il computer è soggetto, oggetto, strumento e limite. Alcune operano nei primi centri di
ricerca accademici e industriali, altre lavorano in studio con i primi personalcomputer, prima dell’avvento del web pubblico. In comune, un’attitudine sperimentale, analitica, profondamente politica. Non ideologica ma critica. Non decorativa ma profondamente concettuale. Una mostra necessaria, nitida. Scolastica, forse. Precisa, quasi chirurgica nella sua pulizia, lucida esposizione di un excursus estremamente interessante. Radical Software è un dispositivo critico. Il titolo stesso rivendica un posizionamento: l’arte digitale non nasce neutra ma radicale, spesso al femminile. Non come etichetta identitaria, ma come sguardo obliquo, refrattario alle narrazioni egemoni dell’innovazione.
I codici informatici usati dalle artiste sono ormai archeologia del linguaggio digitale, eppure anche alla fredda luce di un simile display catalogico conservano la vitalità profonda di semi ancora fertili. In un’epoca dominata dall’IA e dalla spettacolarizzazione dei dati, queste opere sono monito: l’innovazione abita l’interstizio, non l’eccesso.
E in quell’interstizio tra corpo e macchina, tra segno e sistema, tra calcolo e gesto, si agita ancora la possibilità che l’arte non sia solo un output, ma una domanda aperta, scritta a margine del codice.

Intuisco la verità di una vicinanza tra Napoli e Vienna, così distanti. Sacro e sangue pulsano qui in modi diametralmente opposti, e forse per questo così simili, in un epica a tratti disturbante. Il fil rouge si fa chiaro nelle vesti di Hermann Nitsch, che delle due città ha fatto il suo Teatro. É Nitsch a condurre al vero punto di tangenza tra Euforia e Radical Softwares: Valie Export, artista e performer austriaca, anche lei come Nitsch visceralmente legata ad una dimensione di provocazione disturbante e critica feroce alla convenzione, in cui il corpo ha ruolo chiave: l’azionismo viennese. La sua pratica però assume caratura autonoma, tesa ad un approccio femminista di cui è fautrice ed un’ analisi più approfondita sulle dinamiche sociali, di genere e di potere.
Un’altro modo della parola di farsi corpo, più truce forse, nella sua performance “the voice as performance, act and body”, un pugno nello stomaco tra le opere della mostra “The collection” con opere dalla collezione del Lentos Museum di Linz, che chi ha visto dal vivo stenterà a dimenticare. Nel 2007, in occasione della Biennale di Venezia, VALIE EXPORT presenta una performance radicale in cui utilizza un laringoscopio per filmare in diretta la propria glottide durante l’atto del parlare. L’artista rende visibile l’origine fisica e anatomica della voce, mostrando il momento primario in cui il respiro, attraversa la glottide che si apre e si chiude: un’azione ancora precedente alla formazione articolata dei suoni nel cavo orale. Un segnale che precede il segno.
L’immagine prodotta dal laringoscopio non è semplicemente un dettaglio medico, ma un dispositivo artistico di esposizione del corpo interno, una forma estrema di autorappresentazione. Espone ciò che normalmente resta invisibile, intimo, protetto. Rende tangibile la soglia in cui la voce prende forma, mettendo in discussione le convenzioni percettive ed estetiche del linguaggio e di un corpo indipendente dal genere.
La performance, definita dalla stessa artista come “faticosa” e “al limite”, si inserisce nella sua ricerca più ampia sul corpo come strumento linguistico e politico, interrogando i confini tra interno ed esterno, voce e carne, immagine e identità.

La retrospettiva su Binga al madre, Radical softwares a Vienna e Valie Export rivelano un’attenzione e la possibilità di un interstizio, lo spazio latente che nasce durante un cambio di paradigma e si popola di vite ancora senza conformazioni definitive come girini in uno stagno appena dopo il disgelo.
Risulta quasi paradossa sottolineare il genere nella mostra viennese eppure non è questione di etichetta. È questione di linguaggio. L’intuizione di una generazione che ha abitato e destrutturato il codice, introducendo sfumature, interruzioni, glitch semantici, dichiarando come una necessità di ridefinizione, od indefinizione, si sia infilata nelle sfumature linguistiche che una nuova possibilità di codifica ha portato con sé.
Hanno intuito che una nuova codifica comporta una ridefinizione di sé. O, meglio, un’indefinizione. La possibilità di restare, ancora una volta, girini.
Salto dimensionale: da Binga, potenza empatica del rapporto analogico, alla fredda mediazione di un tramite od interlocutore digitale: la relazione si fa interfaccia, il corpo è evocato ma mai presente. Un eros distante, citato, spiegato, documentato, così diverso dall’Euforia in carne, ossa e parola.
E poi di nuovo il corpo, quasi dissezionato, disturbante, viscerale.
Dove l’intimità è sangue e carne, un parto glottidico.
Interpretazioni oltremodo pregnanti, rappresentazioni paradigmatiche di un mondo in cambiamento.
Poli speculari in cui riconoscere le dinamiche preziose di un’evoluzione linguistica e di conseguenza antropologica: da una parte l’intensità del corpo che segna la superficie, dall’altra la freddezza dell’interfaccia.
Il linguaggio non è mai neutro. L’interstizio, ancora una volta, è lo spazio fertile in cui si rivelano nuove forme dell’umano.
Contemporaneità parallele, entrambe scenario degli anni dai 60 ai 90, dove ancora il limite tecnologico risultava persistente ma lasciava immaginare infinite possibilità. Prima di internet. Dove finisce la libertà d’invenzione quando si raggiunge il massimo grado di libertà tecnologica, tra internet e AI?
Tecnologie avanzate, allestimenti impeccabili, fondi pubblici (in Italia non abbiamo di questi problemi): l’arte si fa laboratorio, l’umano diventa cavia, e il dispositivo espositivo luogo di contemplazione passiva.
Mostre formalmente sperimentali, ma spesso ad alto budget, rischiano però di trasformarsi in esercizi autoreferenziali. Il pericolo? Adagiarsi. Sedersi su una poltrona confortevole che non smuove né stimola, non chiede all’artista di avvicinarsi davvero al pubblico né viceversa.
Al contrario, c’è chi sceglie di esporsi, di rischiare. Tomaso, ad esempio, che attraversa persino i territori mediatici più saturi fin da Costanzo per sfruttarne l’amplificazione in chiave critica, restituendo informazione densa, viva. Valie, che porta parola al limite, sul campo di battaglia del proprio corpo. Non semplici spettacoli estetici, ma gesti eversivi e consapevoli.
In quell’approccio che non teme la contaminazione esiste dubbio, rischio, possibilità. Significato.
In copertina: Tomaso Binga, Mani-Occhi, 1973, collage e inchiostro su polistirolo, plexiglass. Courtesy Archivio Tomaso Binga, Roma.