Il capitolo n. 2 di “The Mandalorian”, nuova costola della saga “Guerre stellari” creata da Jon Favreau e Dave Filoni, registi e autori anche della versione tv, ha una trama semplice ed effetti speciali artigianali. In linea con il progetto trionfalmente avviato nel 1977 da George Lucas, più della “trilogia sequel ” di J.J.Abrams. E un piacevole jedi ancora bambino che fa coppia con l’eroe interpretato da Pedro Pascal. Insomma non tanto Forza e spade laser, ma giungla, sparatorie e anche un accenno di fantapolitica
Era il 2019 quando, quasi in contemporanea all’uscita nelle sale del controverso Star Wars – L’ascesa di Skywalker, faceva la sua comparsa su Disney + la strana coppia formata da Din Djarin, cacciatore di taglie in armatura e di pochissime parole, e dal tenerissimo alieno Grogu, suo giovane discepolo da subito ribattezzato “Baby Yoda”. Geniale operazione di recupero dopo le fortune alterne della cosiddetta “trilogia sequel” di J. J. Abrams o spregiudicata trovata di merchandising? Poco importa: sette anni e svariate miniserie più tardi, la saga di The Mandalorian resta ancora (insieme a Andor, decisamente per un pubblico più maturo) uno dei prodotti meglio realizzati e più efficaci dell’intero panorama Star Wars contemporaneo.
Inevitabile, dunque, che il colosso Disney cercasse di capitalizzarne ulteriormente il successo, portando le avventure del pistolero spaziale e del figlio adottivo/mascotte anche sul grande schermo. Il risultato? The Mandalorian and Grogu è esattamente quel che ci si aspetterebbe: più che un nuovo kolossal ambientato nella solita galassia lontana lontana, il lungometraggio di Jon Favreau è un maxi-episodio aggiuntivo della serie regolare, più spettacolare forse, ma sempre low profile rispetto ai toni epici dell’epopea principale. Ha una trama semplice quanto basta per non correre il rischio di spezzare troppo il ritmo dell’azione, e diversi momenti da vibes anni ’80, a cominciare da quegli effetti speciali artigianali, prima che in CGI, che sono da sempre un marchio di fabbrica del franchise.
In questo e in tanto altro, Favreau e Dave Filoni, registi e autori anche della versione televisiva, si mostrano ancora una volta tra i più degni studenti del maestro George Lucas. O, se non altro, almeno abbastanza furbi da archiviare il citazionismo pretenzioso della nuova trilogia di Abrams, ripiegando piuttosto su un sincero e rispettoso omaggio alle atmosfere già viste ne Il Ritorno dello Jedi o nell’ottimo Rogue One, solo più leggere e scanzonate. Non Forza e spade laser, dunque, ma giungla, sparatorie e giusto un accenno di fantapolitica, buono più che altro per giustificare le due ore abbondanti di laser e cazzotti quasi in stile spaghetti western.
Il guerriero originario del pianeta Mandalore (una sorta di antica Sparta nell’universo delle Guerre Stellari), infatti, fin dai suoi esordi sul piccolo schermo è da subito sembrato ispirarsi alla più classica figura del “bounty hunter” da vecchia frontiera, complici anche frasi a effetto alla Clint Eastwood come “ti posso catturare vivo, o ti posso catturare morto”, o il suggestivo elmo a celare il viso e donare un’espressività tutta particolare a chi lo indossa. Merito anche e soprattutto del suo interprete, l’ormai onnipresente Pedro Pascal, e degli stuntman Brendan Wayne e Lateef Crowder, che con lui si alternano nelle scene a volto coperto, bravissimi nel difficile compito di mantenere il personaggio ed esaltarne la fisicità in ogni momento.
D’altra parte, stessa cosa si potrebbe dire per gli animatori del piccolo Grogu, jedi ancora bambino e per questo incapace di esprimersi se non a sguardi e versi da neonato: è lui, quasi più del suo maestro e tutore, la vera intuizione geniale del filone narrativo, realizzata interamente con burattini e animatronics. Una creazione credibile e capace di raccogliere l’affetto di fans da ogni parte del mondo, tanto da essere citato persino da Sigourney Weaver, nel cast della pellicola, come “collega” ideale con cui dividere il set. In ogni caso, molto meglio lui del lumacone-culturista spaziale Rotta the Hutt, doppiato dal sempre bravo Jeremy Allen White, la cui resa in computergrafica è forse la parte più debole, quasi televisiva, sul fronte visual effects di tutto il film.
Insomma, non è tutto acciaio indistruttibile Beskar quel che luccica: persino le prime critiche oltreoceano paiono per ora divise tra chi esalta lo spirito giocoso e frizzante delle due ore di azione fantascientifica e chi invece sostiene fosse legittimo attendersi qualcosa in più da un prodotto Star Wars per il grande schermo. La verità, probabilmente, sta come sempre nel mezzo: The Mandalorian and Grogu ha poco di visivamente monumentale e nulla di concettualmente complesso. È un prevedibile, efficace compromesso tra le parti, capace di soddisfare i fan storici della versione tv (o perlomeno non scontentarli troppo) e intrattenere chi, soprattutto in giovane età, si avvicinasse per la prima volta a questo lato della galassia.
The Mandalorian and Grogu di Jon Favreau, con Pedro Pascal, Brendan Wayne, Lateef Crowder, Sigourney Weaver, Jeremy Allen White, Steve Blum