“Avatar” tre, si replica. Tutto perfetto ma anche (quasi) tutto già visto

In Cinema

Con grande onestà è il suo creatore James Cameron, per primo, a chiederselo: ma questo “Fuoco e cenere” a quanta gente frega ancora qualcosa? Sul piano tecnico e visivo niente da eccepire, e nelle tre ore e un quarto di proiezione si vedono una leonina Zoe Saldana e una cattivissima Oona Chaplin che attirano su di sè l’attenzione. Ma per il resto soprattutto le battaglie in cielo e mare citano in modo fin troppo esplicito i primi due episodi. Si attendono gli ultimi due capitoli, sperando nel gran finale

“La domanda è: a quanta gente frega ancora qualcosa?”. Basterebbe questa dichiarazione di James Cameron, maestro indiscusso dell’action sci-fi contemporaneo dai tempi di Aliens: Scontro finale e dei primi due Terminator, per inquadrare il dubbio amletico che caratterizza una produzione mastodontica come il nuovo Avatar: Fuoco e Cenere. Come può un kolossal dagli effetti visivi rivoluzionari, ma con una trama universale (e quindi tutto sommato abbastanza lineare e prevedibile), assecondare l’ormai scontata tendenza hollywoodiana alla serialità senza perdere l’interesse del pubblico?

Correva l’anno 2009 quando, con il primo Avatar, gli spettatori di tutto il mondo venivano trasportati per la prima volta nell’incredibile mondo di Pandora e dei Na’vi, versione extraterrestre delle tribù di nativi americani, profondamente connessi alla coloratissima natura del loro pianeta. Come in un fantascientifico remake di Balla coi Lupi, inforcati gli occhialini 3D si seguivano le gesta del marine Jake Sully (probabilmente il ruolo della vita per Sam Worthington) alla riscoperta del legame con la Madre Terra e dei rapporti affettivi autentici oltre l’avidità della civiltà moderna: fu ovviamente un successone, dovuto in parte anche a un lavoro creativo capace di inventare di sana pianta un intero ecosistema, vero protagonista della pellicola, e all’uso innovativo delle tecniche di motion capture per un effetto di realismo mai visto prima.

Nel 2022 ecco allora Avatar: La via dell’acqua, attesissimo sequel, pensato per proseguire l’esplorazione di quell’universo, aggiungendo nuove popolazioni e inedite, sbalorditive location, oltre ad ampliare il parco personaggi con new entry più o meno adolescenti, per accogliere nell’arco narrativo anche le nuove generazioni. Ma se il primo episodio funzionava benissimo anche come film a sé, il finale parzialmente in sospeso del secondo lasciava troppe porte aperte per evitare l’obbligo morale di un ulteriore puntata più o meno conclusiva. Ed è qui che cominciano i problemi di Avatar: Fuoco e cenere, terza parte di una saga che, a furia di andare avanti un passo per volta e senza una meta precisa, comincia fatalmente a girare in tondo.

Per la prima volta dall’inizio dell’epopea dei longilinei guerrieri azzurro fluo, Cameron e soci sembrano aver finito le idee o quasi, aggiungendo poco e concludendo ancora meno: a fronte di un successo commerciale quasi assicurato dal richiamo del franchise, e di una spettacolarità visiva mai in discussione, sul piano narrativo questa volta qualcosa pare essersi inceppato, lasciando forse trasparire una stanchezza già evidente nelle parole del regista canadese, dichiaratosi pronto a mollare il colpo in caso di un mancato boom al botteghino.

La buona volontà non manca, così come i tentativi di arricchire o dare complessità a quanto raccontato fin qui: c’è la riflessione sull’elaborazione del lutto dopo gli avvenimenti di La via dell’acqua, ci sono nuove creature a popolare mari e foreste, e soprattutto c’è la nuova cattivissima capotribù Oona Chaplin ad affiancare il solito Stephen Lang, la cui maschera di perfido militarista inizia però a incrinarsi, lasciando intendere interessanti sviluppi futuri per il suo personaggio. Tuttavia, come già rimarcato da certa critica oltreoceano, molte di queste tematiche ed evoluzioni della trama restano in superficie, accompagnando le consuete tre ore e un quarto di proiezione senza mai affondare il colpo, e facendo quindi di Fuoco e Cenere poco più di un eccellente passaggio interlocutorio (visivamente più dark, come da tradizione per i capitoli di mezzo fin da L’impero colpisce ancora) in attesa del gran finale.

Il resto? Un gigantesco dejà vu in tre dimensioni, tra espedienti narrativi che si ripetono quasi in loop, e battaglie in cielo e mare (con tanto di immancabile “arrivano i nostri”) che sembrano citazioni fin troppo esplicite dai due film precedenti. Fortuna che a tenere in piedi il baraccone, sotto agli strati di CGI, si intuiscono le interpretazioni di un cast ancora validissimo, in cui a fare la parte della leonessa è una Zoe Saldana mai così intensa e battagliera: è lei, insieme alla già citata Chaplin, il vero fulcro di un racconto il cui focus è sempre più spostato sul concetto di famiglia, da proteggere a qualsiasi costo da nemici esterni e divisioni interne.

Se da un lato dunque l’eterno ritorno della rivalità tra i maschi alfa Worthington e Lang inizia a sapere un po’ di stantio, dall’altro reggono alla grande, e anzi acquistano sempre maggior interesse le sottotrame legate ai coprotagonisti adolescenti interpretati da Britain Dalton, Trinity Jo-Li Bliss, Jack Champion e da Sigourney Weaver ringiovanita ad arte in computergrafica. Se è vero che il progetto originale dovrebbe prevedere almeno altri due lungometraggi per concludere il viaggio, starà a loro raccogliere il testimone e traghettare il pubblico fuori da secche e mulinelli di sceneggiatura, verso altri mondi e avventure (si spera) sempre nuove.

Avatar: Fuoco e Cenere di James Cameron, con Sam Worthington, Stephen Lang, Oona Chaplin, Zoe Saldana, Britain Dalton, Trinity Jo-Li Bliss, Jack Champion, Sigourney Weaver, Kate Winslet, Cliff Curtis, David Thewlis, Edie Falco, Giovanni Ribisi

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