Sorkin ritrova Zuckerberg, miliardario arrogante: e l’empatia sparisce

In Cinema

Diventato regista oltre che sceneggiatore, sedici anni dopo “The Social Network” in cui raccontava come nacque Facebook, Aaron Sorkin gira un nuovo film sul nerd diventato miliardario a vent’anni. Ma stavolta il ritratto, basato su un’inchiesta giornalistica che nel 2021 lo portò a doversi difendere in tribunale, ne rivela il lato cinico e accumulatore. Che è all’origine di una strategia industriale grazie alla quale si è arricchito come pochi, creando una dipendenza patologica in milioni di suoi giovani utenti. Il film non fa neanche sconti sull’illusione che democrazia e libertà oggi siano difese da un algoritmo

Sedici anni dopo The Social Network, Aaron Sorkin torna a parlare di Facebook e del suo creatore, Mark Zuckerberg, con The Social – Il prezzo della verità, e confeziona un thriller politico ad alto tasso di tensione, che riesce a spiegare tante cose del nostro presente senza mai indulgere in banali didascalie. Grazie a un cast di prim’ordine e a una capacità di scrittura come al solito affilata e precisissima. Il punto di vista principale è qui quello di Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), un giornalista investigativo specializzato in politica e talmente disinteressato alle nuove tecnologie da non essere capace nemmeno di usare un navigatore satellitare, per trovare l’indirizzo della sede del “Wall Street Journal” a San Francisco.

Proprio a lui viene affidato il compito di indagare su qualcosa di cui non sa niente e di cui imparerà (quasi) tutto grazie all’aiuto di Frances Haugen (Mikey Madison), ingegnera informatica dipendente di Facebook, in teoria addetta al controllo del funzionamento della macchina social da un punto di vista etico, in pratica complice pentita di un meccanismo perverso di diffusione sempre più accelerata e fuori controllo di contenuti divisivi e disinformazione. Il tutto in nome del profitto e di una presunta tutela del diritto assoluto alla libertà di parola. O, almeno, così si è sempre difeso Mark Zuckerberg.

Il risultato dell’indagine portata avanti da Horwitz saranno i cosiddetti Facebook Files, pubblicati in 17 puntate sul “Wall Street Journal” tra il settembre e l’ottobre del 2021. Un vero e proprio vaso di Pandora scoperchiato con enorme fatica e rischi non indifferenti e che ha portato Meta (la società a cui fanno capo Facebook e Instagram, ma anche WhatsApp e Messenger) ad affrontare una causa federale negli Stati Uniti, con l’accusa di aver progettato le piattaforme social e gli algoritmi che le guidano con il preciso obiettivo di creare una dipendenza patologica negli utenti, con effetti particolarmente devastanti quando si tratta di bambini e adolescenti. Pur non avendo mai ammesso alcuna responsabilità, Zuckerberg & Co hanno concluso la vicenda giudiziaria con un patteggiamento da 17 miliardi di dollari. Che è una cifra enorme, ma non per Meta, il cui giro di affari ha continuato a crescere nonostante dubbi, perplessità e inchieste.

Del film del 2010, diretto da David Fincher, Sorkin aveva scritto solo la sceneggiatura. Qui ha deciso di mettersi anche alla regia, prendendo di petto la questione, come se avesse deciso che non è più tempo di fare sconti di nessun genere al nerd diventato ricchissimo a vent’anni. Il più giovane miliardario della storia era nel 2004 uno come tanti, più abile a giocare con il computer che a fare qualsiasi altra cosa, compreso tenersi una ragazza o intrattenere una qualunque forma di vita sociale. Facebook, in effetti, prima di diventare una macchina moltiplicatrice di denaro, capace di generare guadagni impensabili fino a poco prima del suo ingresso in scena, è stata il giocattolo perfetto per uno studente di informatica piuttosto solitario, la perfetta realizzazione dei desideri di un ragazzo che preferiva la vita virtuale a quella reale. E che sulla base delle proprie esigenze ha creato un mondo dove la parola “amicizia” ha cambiato profondamente di significato.

Tutto questo, compresa la deriva potenzialmente sociopatica del personaggio, era già rappresentato in modo piuttosto inquietante nella quasi totale inespressività di Jesse Eisenberg, che nel film del 2010 interpretava Zuckerberg, regalando però al suo personaggio una vulnerabilità che faceva tenerezza, anche quando i suoi comportamenti apparivano piuttosto respingenti. La lotta esistenziale e giudiziaria di Zuckerberg per creare e difendere la propria creatura finiva con l’appassionarci perché riuscivamo a identificarci con lui, con la sua frustrazione sociale e personale, e il suo desiderio di rivalsa.

Un meccanismo di identificazione ben più arduo da far scattare con lo Zuckerberg del 2020, interpretato da un Jeremy Strong quanto mai arrogante, totalmente privo di empatia umana, e con in più la tendenza a sentirsi padrone del mondo. Nella sceneggiatura che Sorkin aveva scritto per il film di Fincher c’era una certa benevolenza nei confronti di Zuckerberg, come un volergli dire «Amico, ti capisco», che qui è del tutto sparita. Come è svanita ogni fiducia nell’idea che a garantire la democrazia nel mondo e la nostra libertà, per non parlare del nostro benessere individuale, possa essere un algoritmo.

The Social – Il prezzo della verità, di Aaron Sorkin, con Jeremy Allen White, Mikey Madison, Jeremy Strong, Bill Burr