Jeanne dal candore alla rovina: è così moderno il Maupassant di Brizé

In Cinema

Stéphane Brizé, ottimo regista del recente “La legge del mercato”, porta sullo schermo “Une vie”, il romanzo d’esordio del grande scrittore francese: un mélo piuttosto freddo, di ambientazione ottocentesca, protagonista una giovane donna di una famiglia nobile della Normandia rurale. La sua vita, nel segno di un’ostinata e infelice solitudine, la vedrà moglie tradita e abbandonata e poi madre sfruttata da un figlio capace solo di chiederle soldi. Un’opera di grande rigore formale, classica e moderna insieme, premiata alla Mostra di Venezia 2016, che esalta l’interpretazione intima e intensa della giovane attrice francese Judith Chemla, per 120 minuti quasi sempre inquadrata

Une vie di Stéphane Brizé è un mélo piuttosto  freddo, tratto dal romanzo d’esordio di Guy de Maupassant. La breve epigrafe che precede l’opera narrativa è molto significativa: si tratta di “l’humble vérité”, l’umile verità di una vita raccontata dal romanziere francese, senza spettacolarizzazioni o virtuosismi, così com’è, come le dolorose vicende che coinvolgono la protagonista. Considerato il più amaro e  profondo fra i romanzi dell’autore francese, s’è rivelato, per il suo realismo, una fonte di informazioni storiche di straordinario interesse principalmente per ciò che concerne il ruolo della donna nella società del diciannovesimo secolo, vittima dell’uomo, della sorte e della sua ingenuità.

Jeanne (nel film Judith Chemla, vista di recente nella Casa delle estati lontane) è una giovane donna di una famiglia della nobiltà rurale della Normandia. Dopo aver studiato in convento, torna a casa dai genitori che l’accolgono nella bella tenuta di campagna. Creatura d’animo nobile e gentile, Jeanne decide di sposare il visconte Juliene de Lamare (Swann Arlaud), con la speranza di essere felice e amata. Ma l’uomo si rivela ben presto egoista, avido, crudele, e le illusioni di Jeanne pian piano si spengono, soffocate e distrutte da delusioni, amarezze, infelicità. Il destino sarà con lei crudele: il marito la tradirà ripetutamente, con cinismo e spregiudicatezza, mentre il figlio Paul (Finnegan Oldfield) l’abbandonerà per cercare fortuna altrove. Che non troverà. E peggiorando sempre più i suoi affari, finirà per cercare la madre solo per usarla, chiederle continuamente denaro, e così facendo lei si impoverirà.

 

Partendo dal romanzo di de Maupassant, il cineasta Stéphane Brizé, autore di recente dell’interessante La legge del mercato, costruisce un racconto semplice e delicato, premiato alla Mostra del cinema di Venezia lo scorso anno, in cui tutto è volutamente de-enfatizzato e ridotto alla misura umana. La cinepresa procede con un ritmo lento, si “abbassa” al livello dei personaggi e si sintonizza coi loro respiri, cogliendone ogni fremito e vibrazione. Figura centrale e protagonista assoluta è Jeanne, che nei suoi anni più belli attraversa l’esistenza nella solitudine e nell’ingenuità più totale. Jeanne ha un mondo interiore soave e fragile, fatto di pensieri solitari, sensazioni intime. Non chiede altro alla vita, se non amare ed essere amata. Eppure la sua esistenza sarà dannata, racchiusa in un castello remoto (circondato da fattorie), che sarà allo stesso tempo il suo amato rifugio e la sua inquietante prigione, simbolo di un isolamento affettivo e umano.

Brizé ha realizzato un’opera di grande rigore formale e forte tensione narrativa. L’immagine stretta in un 4:3 dal sapore antico, limita in maniera quasi forzata l’inquadratura, semplificando la fruizione da parte dello spettatore e concentrando la sua attenzione sulla figura esile del personaggio centrale, evitando così ogni tipo di divagazione o spettacolarizzazione. Questa scelta stilistica è rafforzata dalla fotografia di Antoine Héberlé, tutta incentrata su una luce naturalistica, tenue, per nulla enfatizzata e artificiale. E più che  mai protagonista di questo quadro in movimento risulta Judith Chemla che, per quasi 120 minuti “regge” in maniera straordinaria il suo personaggio tormentato, perennemente inquadrato. Non c’è un abito, un interno o un paesaggio che non serva le emozioni di Jeanne, e la giovane attrice francese riesce, con eleganza e sotto tono, a offrirci un’interpretazione intima, intensa e commovente.

Come cartoline da un romanzo, la sceneggiatura sceglie i momenti rivelatori e insieme meno felici di una vita. Degli avvenimenti vediamo le conseguenze, più che sui fatti il regista indaga sulle ripercussioni che questi hanno sui personaggi. Di quella vita sul grande schermo non è rimasto nessun momento di gioia (il matrimonio, la nascita, l’innamoramento), e la messa in scena immerge sempre più lo spettatore nei meandri più reconditi dell’anima della protagonista, illuminata dalla luce fioca e calda delle candele.

E l’occhio della macchina da presa si sofferma sui momenti morti, sulla noia e la solitudine di questa donna, la cui oppressione è accentuata dal formato angusto dell’immagine e da una regia che la mostra quasi sempre di sbieco o di spalle. Nel mettere in scena il testo Stéphane Brizé predilige uno stile che è classico, formale, rigoroso e il tempo stesso moderno (per l’uso di ellissi narrative), in un continuo gioco di anticipazioni e salti improvvisi, che non solo non infastidiscono, ma anzi irrobustiscono la narrazione e incuriosiscono lo spettatore.

Film drammatico, nobile nella scelta di abiti e arredi, dotato di una grande forza espressiva, Une vie non è altro che la descrizione della vita di Jeanne, dalla spensieratezza alla rovina, uno sguardo limpido sul passato che forse può risultare difficile da apprezzare oggi, in un’epoca in cui non c’è più spazio e forse neppure la voglia di ri-cercare il tempo perduto.

Une vie di Stéphane Brizé con Judith Chemla, Swann Arlaud, Jean- Pierre Darroussin, Yolande Moreau, Finnegan Oldfield.

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