Un pugnale nell’anima di Bandini, un ricordo dell’amore di Testori

In Teatro

Foto © Masiar Pasquali

Alessandro Bandini si confronta con l’opera e la poetica di Giovanni Testori attraverso una nuova drammaturgia plasmata a partire dal corpus inedito delle lettere che lo scrittore indirizzò ad Alain Toubas, l’uomo al quale fu legato da un profondo legame sentimentale

Foto © Masiar Pasquali

Il titolo Per sempre viene mutuato dall’ultimo capitolo (dopo L’amore edito nel 1968 e I trionfi del 1965) della trilogia poetica dedicata all’amore per Alain Toubas e fondata sull’amore per Alain Toubas, zenit nell’intera esistenza di Giovanni Testori.

Le parole scelte da Alessandro Bandini e Ugo Fiore per il copione del loro spettacolo sono invece molto più antiche, 1959-1962, e derivano dal carteggio inedito tra l’intellettuale lombardo e l’allora ventenne studente parigino, 15 anni di differenza fra loro. Sono le prime di un dialogo ininterrotto che vanno a colmare e delineare quel tempo intercorso, definendo nel contempo i caratteri di una poetica e di un lessico divenuti basilari nella letteratura e nella drammaturgia italiane del secondo ‘900.

La scoperta di quel mastodontico e prezioso carteggio (oltre 2000 lettere e cartoline, spesso 4 missive vergate a mano in un solo giorno!!!) attualmente conservato presso Casa Testori a Novate Milanese e l’idea di renderlo vivo sul palco risale al progetto BAT (la Bottega Amletica Testoriana prodotta da Associazione Giovanni Testori, Piccolo Teatro di Milano e AMAT).

Un paio di anni fa, stagione 2023/24, Antonio Latella scelse otto giovani attori under 30 e freschi di diploma e li fece lavorare sulle tre rielaborazioni di Amleto che nel corso dei decenni avevano impegnato lo scrittore lombardo: la sceneggiatura per il cinema, L’Ambleto e il Post-Hamlet.

Come ricorda Bandini «nell’ultima fase del progetto Latella chiese a ognuno di noi di creare un breve studio dal titolo Il mio Testori. Di fronte a questa richiesta mi tornò subito alla mente la prima volta che visitai Casa Testori, in particolar modo quando Giuseppe Frangi (Presidente dell’Associazione Giovanni Testori, n.d.r.) prese da uno scaffale un corpus di lettere inedite di Testori acquisite dall’archivio di Novate Milanese solo dal 2021».

«Domandai di poter aver accesso a quel misterioso materiale e mi venne concesso. Indossai i guanti in lattice e aprii la prima busta. Cher Alain, je suis déspéré. Queste prime parole sono entrate come un pugnale nella mia anima».

Disperazione per amore! Il risultato fu una prima rielaborazione di quelle carte presentate singolarmente integrali, articolate per temi, vicende personali, sentimenti rivelati, aneddoti curiosi, quando non per cronologia, a formare un monologo proposto al pubblico solo a Pesaro nel febbraio dello scorso anno. Autore, interprete e regista unico: Alessandro Bandini. Fu chiaro da subito che avevamo assistito a un lavoro pronto per venir replicato già in quella forma o per diventare l’embrione di un differente spettacolo di certo di notevole interesse. I problemi non consistevano nell’acquisizione dei diritti, quanto nei difficili incastri tra le differenti produzioni che partecipavano al progetto BAT.

Merito al giovane Bandini se non s’è lasciato scoraggiare dagli ostacoli e se ha continuato a lavorare su quei materiali, coinvolgendo per primo nella drammaturgia il suo compagno di corsi teatrali Ugo Fiore, approfittando anche del suo bilinguismo (buona parte del carteggio è in francese); insieme con lui ha attirato per varie competenze fuori scena Alessandro Sciarroni, Tindaro Granata, Elena Vastano, Ettore Lombardi, Federica Furlani e Alessandro Di Fraia.

Il lavoro si è dunque spinto in una direzione del tutto differente rispetto al monologo pesarese, indirizzandosi in una direzione decisamente “testoriana” sull’uso della parola, sulle potenzialità creative di un nuovo linguaggio, sul valore dei termini utilizzati come elementi di ricerca espressiva, uscire dal sé per comunicare con l’altro e insieme scavare in sé per scoprire ciò che ancora non si conosce di essere. Abolita dunque la cronologia, abolita l’integrità della singola epistola, soprattutto soppressi aneddoti ed elementi di possibile gossip.

Un lungo e complesso collage che attinge liberamente a lettere di periodi differenti, con termini spesso inventati, metafore personali a evocare immagini, ricordi, sensazioni, località, persone, mentre al pubblico è data la possibilità di leggere sullo schermo posizionato dietro all’attore la data in cui vennero vergati i termini utilizzati per comporre la battuta pronunciata in quel momento. Ne emerge con una potenza impensabile tutta la forza di una passione deflagrante e sconvolgente che pur facendo costantemente riferimento alla fisicità di un eros tra maschi, ne travalica la specifica di genere per assumere i connotati di ciò che per un qualsiasi essere umano può diventare il motivo unico dell’esistenza, la sofferenza per troppo amore, la topografia anarchica dei sentimenti, fino alla declinazione testoriana del transumamar per verba.

Inevitabilmente in tale complessità e varietà del sentire non possono restare estranei i riferimenti agli accadimenti della vita artistica di Testori (sono gli anni fondamentali della Gilda, della Maria Brasca, dello scandalo Arialda, degli studi su Gudenzio e Tanzio da Varallo), ma nella corrispondenza qui rivissuta non ne ascoltiamo che gli echi anonimi sordi e lontani. Diventano poche frasi, un rigo appena rispetto a ciò che si muove nell’animo del novatese. Qualunque cosa in futuro uscirà dalla sua penna, nel bene e nel male, ogni possibile riconoscimento o fallimento (accettatissimo!), così afferma, sarà per merito dell’amore verso Alain.

Con cardine nella data 24 maggio 1959, più e più volte benedetta, giorno della consumazione del loro primo congiungimento carnale in un hotel parigino, da lì in poi nido e paradiso laicamente santificato e glorificato come testimonia in dettaglio una delle poche lettere recitata quasi integrale. Parole nuove per esprimersi, parole inventate per omaggiare l’oggetto/soggetto della passione. Termini segreti e personalissimi vergati e abbandonati sulle pagine tra Parigi e il Fermo Posta in Brianza, termini rimeditati e riscoperti, a pochi anni di distanza per il primo libro di poesie dedicate ad Alain I trionfi, Feltrinelli 1965, diario e codice, inno irrefrenabile liberatorio e grido disperato di soggezione. Il percorso scelto da Bandini consente allo spettatore di seguire il passaggio dall’emozione affatto personale al suo oggettivarsi trasformata in lessico d’arte offerto a un pubblico “altro”.

Attraverso la clessidra di una canzone di Jaques Brel reinventata da nuovi versi testoriani (evento frequente tra i due amanti) l’attore transita dal linguaggio del carteggio a quello letterario della raccolta di poesie, rivelando la magia della riforma semantica di vocaboli, metafore, citazioni di nomi di luoghi e persone. La vita si fa arte e l’arte si plasma sulla vita. Un lucido approdo di impressionate resa interpretativa, lunghissimo e mirabile con un finale dalla tenuta dei fiati sconcertante per professionalità e per contemporanea espressività emotiva.

Un quarto d’ora di teatro difficile da dimenticare! Forse, vista la chiarezza dell’operazione, non del tutto bilanciato rispetto alla prima parte dello spettacolo ma il giovane Bandini si rivela oggi e qui, come gli riconosce il suo ex-maestro Carmelo Rifici, “artista assoluto di questi tempi, che sa affrontare un progetto in tutti i suoi aspetti, dall’ideazione alla messa in scena”

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