Venticinque, imperdibili sguardi di donne sul mondo

In Weekend

La bellezza e l’orrore della realtà nel lavoro prezioso di 25 fotografe per l’allestimento di Antonio Marras alla casa dei Tre Oci a Venezia

Un weekend a Venezia è sempre un’emozione. Ho scoperto che se riesco a concedermi di perdermi, rinunciando a un percorso prestabilito, la città regala preziosi silenzi, improvvise aperture di verde e squarci di commovente bellezza (fortunatamente) esclusi dai tour turistici.

Passeggiando lungo le Zattere (lo confesso: puntavo a El Chioschetto, dove fanno un ottimo spritz), ero stata attratta da un palazzotto placidamente affacciato sul Canale della Giudecca, la Casa dei Tre Oci (che ho poi scoperto essere stata disegnata dall’artista Mario De Maria – Marius Pictor – e costruita nel 1913).

Incuriosita, ho preso il vaporetto e mi sono ritrovata a visitare una mostra di rara intensità: Sguardo di Donna – Da Diane Arbus a Letizia Battaglia che, fino all’8 dicembre, propone fotografie di Diane Arbus, Martina Bacigalupo, Yael Bartana, Letizia Battaglia, Margaret Bourke-White, Sophie Calle, Lisetta Carmi, Tacita Dean, Lucinda Devlin, Donna Ferrato, Giorgia Fiorio, Nan Goldin, Roni Horn, Zanele Muholi, Shirin Neshat, Yoko Ono, Catherine Opie, Bettina Rheims, Tracey Rose, Martha Rosler, Chiara Samugheo, Alessandra Sanguinetti, Sam Taylor-Johnson, Donata Wenders, Yelena Yemchuck, venticinque autrici che colpiscono per la loro potenza narrativa.

Ma procediamo con calma. Perché la mostra conquista fin dall’entrata. L’allestimento è firmato da quel sensibile cultore delle radici e della memoria che è lo stilista Antonio Marras che ha pensato bene non solo di scenografare gli spazi disegnando pareti e pavimenti, ma anche si regalare ai visitatori un’accoglienza che lascia senza fiato. Dal soffitto pendono fettucce rosse che sostengono le grucce alle quali sono appesi magnifici abiti femminili, dalla sottogonna al paltò, tutti rigorosamente bianchi e neri, tutti rigorosamente inside-out. Manca il sonoro, ma in realtà quegli abiti parlano, anzi cantano. Raccontano delle donne che li hanno indossati, della grazia dei loro movimenti, del fruscio, della fretta, dei pensieri, dell’ultimo sguardo allo specchio prima di uscire ed entrare in scena. Sì, perché per realizzare questo magnifico allestimento Marras ha curiosato nei depositi della Fenice ed è da lì, da alcune delle opere realizzate negli ultimi vent’anni (da La Rondine a Roméo et Juliette…), che arrivano quei magnifici settanta costumi femminili.

02_ALLESTIMENTO MARRAS_FOTO Matteo De Fina

Eppoi ci sono loro. I racconti che ci regalano le oltre duecentocinquanta fotografie esposte. Sguardi singolari, poetici, mai banali, spesso di denuncia, capaci di mostrare la bellezza e l’orrore della realtà. Sguardi diversi eppure collegati fra loro da un fil rouge che forse è la volontà di guardare al mondo senza averne paura. Un caleidoscopio di sguardi, tra i quali ognuno di noi può trovare il suo preferito. Così io m’incanto davanti ai ritratti di Ezra Pound, la cui forza e fragilità sono magnificamente colte negli scatti di Lisetta Carmi.

Sguardi di donne

E poi m’indigno davanti alle immagini della violenza domestica coraggiosamente registrata da Donna Ferrato che documenta i soprusi, ma anche il “non detto” delle donne, quel non detto che si manifesta nelle sale d’aspetto di ospedali, consultori e stazioni di polizia.

Sguardi di donne

Mi colpisce lo sguardo diretto di Lucinda Devlin che, con le sue foto rigorose e nitide, gelide e perfette, riesce a restituire l’orrore della pena capitale.

Sguardi di donne

Mi emoziono davanti alle foto di Margaret Bourke-White che negli anni ’40 è a Mosca durante l’invasione nazista, poi a Buchenwald con l’esercito americano, infine in India durante la lotta di liberazione. E poi nel 1936 firma la copertina del primo numero di Life e concentra il suo obiettivo sull’emergenza sociale degli Stati Uniti. Fulminante la foto in cui una fila di persone di colore, in attesa della distribuzione di un pasto, è sovrastata dalla pubblicità di un’automobile con a bordo la tipica famiglia americana wasp e la frase “World’s highest standard of living”.

Sguardi di donne

Non posso poi fare a meno di cogliere lo sguardo saturo di dolore di Letizia Battaglia che dal 1974 racconta, con rispetto e partecipazione, Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, fotografando, giorno dopo giorno, i suoi morti di mafia, ma anche le sue tradizioni, gli sguardi di bambini e di donne, i quartieri, le feste e i lutti.

Sguardi di donne

Infine, passo un tempo interminabile davanti al lavoro di Martina Bacigalupo, nel quale mi sembra di cogliere una capacità di guardare particolarmente acuta e attenta. Le sue foto mostrano coppie di gemelli omozigoti. Ce li presenta affiancati, suggerendo quasi l’idea di coppia siamese, indissolubile. Con sensibilità riesce a cogliere il complesso percorso di costruzione dell’identità che li caratterizza. E sceglie di intitolare questo lavoro Hito, come l’ideogramma giapponese utilizzato per rappresentare l’essere umano, suggerendo così l’idea di due persone che si appoggiano/sostengono l’una all’altra in un equilibrio che può esistere solo in due: se uno fa un passo indietro, l’altro cade. “L’altro”, quindi, inteso non come limite, ma come opportunità da cogliere. Una suggestione che, in questi tempi di cronaca traboccante di rifiuto “dell’altro”, sarebbe bello poter allargare, no?

Sguardi di donne

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