Arte Queer, la nuova tradizione

In Arte, Letteratura

In Arte Queer. Corpi, segni, storie, edito da Rizzoli, l’autrice Elisabetta Roncati cerca di approfondire il termine queer, ormai familiare a tutti ma il cui senso è ancora oscuro a molti. E cerca di approfondire come le comunità LGBTQIA+ siano connesse con l’immaginario artistico contemporaneo, spazio privilegiato per l’espressione dell’identità Queer e non solo. Victoria Weston lo ha letto per Cultweek consigliandoci la prima strenna dell’anno appena iniziato, per capire meglio le sfaccettature della vita guardandola da una prospettiva diversa. Un po’ di traverso.

Il testo ARTE QUEER di Elisabetta Roncati apre con la prefazione di Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano, che riassume perfettamente in poche righe l’intento dell’autrice: “L’arte è un mezzo straordinario per indagare e illuminare le profondità della nostra umanità e le voci queer rappresentano una parte essenziale di questo processo. Il volume è un invito a immergersi nell’universo della queerness, dove l’espressione diviene una forma di resistenza e una celebrazione dell’autenticità”.

La storia dell’arte queer è difficile da tracciare. Infatti, la prima difficoltà che incontriamo nel redigere un manuale di storia queer è la povertà di materiale approvato da una cosiddetta comunità scientifica dell’arte. Le visioni non coerenti con la Storia, quella con la esse maiuscola, vengono taciute e accantonate a favore di un racconto univoco e chiaro. Ma la vita si può effettivamente riassumere così? Il termine queer etimologicamente deriva da un aggettivo tedesco (quer) che significa di traverso o diagonalmente. Una storia dell’arte queer può aiutarci a capire che spesso per capire meglio le sfaccettature della vita, va vista da una prospettiva diversa. Un po’ di traverso.


Amanda Ba, American Western, 2022, olio su tela, 84 x 60 cm

Dopo una spiegazione esaustiva del vocabolario utilizzato negli spazi queer e delle diverse identità che proliferano in questi ambienti, Roncati procede con l’individuazione spazio-temporale delle prime vere e proprie manifestazioni di arte queer. Tuttavia, per poter parlare di arte queer dev’essere possibile parlare di persone queer. Questo termine sicuramente è di derivazione recente (soprattutto nella sua accezione corrente), ma anche termini un po’ più remoti, come omosessualità, non hanno un’origine così antica. Si può dire, infatti, che prima dell’invenzione dell’omosessualità gli omosessuali non esistessero. Solo nell’Ottocento compare la differenziazione tra eterosessualità e omosessualità, mentre prima, per esempio nell’epoca classica, le differenze erano molto più sfumate e dipendevano prevalentemente dal ruolo assunto durante l’atto sessuale. Come dice anche Hanne Blank in Straight, “for most of human history, love might have been romantic or platonic, brotherly or maternal, eros or agape, but it was definitely not heterosexual or homosexual, straight or gay. The names did not exist nor did the categories they now describe”. Dunque, a metà del XIX secolo, periodo in cui hanno origine termini come omossessuale e omosessualità, inizia a prendere forma uno sguardo di tipo diverso sull’arte. Irrompe sulla scena il queer. Roncati fa iniziare la storia dell’arte queer con Henry Scott Tuke ritenuto a posteriori un pioniere in questo campo. Da questo momento in poi fiorisce una scena artistica non eteronormativa di artisti queer, dichiarati e non, le cui esperienze di vita diventano il materiale principale della loro arte.

Agnes Questionmark, Transgenesis, 2021, performance e installazione

L’autrice procede a rendere conto dello scenario artistico queer odierno, latore di quello sguardo di traverso che la parola stessa rivendica tuttora.
Passa da artisti contemporanei come Amanda Ba, le cui gigantesse di American Western sfidano l’occhio sessualizzante occidentale, a Kubra Khademi, che sul corpo delle donne traccia la via verso l’emancipazione, oppure anche Agnes Questionmark che sfuma la differenza tra umano e non umano e mette in questione le barriere che erigiamo tra normale e diverso, umano e mostro.
Se tutte le nostre tradizioni sono inventate, come direbbe lo storico Eric Hobsbawm, Elisabetta Roncati dà forma a una tradizione che devia da quelle solitamente narrate: la tradizione degli esclusi, degli emarginati e dei diversi. Eppure, come ha ben mostrato l’autrice, essa affonda radici profonde, la sua storia è la storia dell’arte contemporanea e si intreccia con i suoi motivi principali. Credo che l’arte il più delle volte servi ad aprire finestre sul mondo, prospettive diverse, punti di vista inconsueti. In questo senso, il libro di Roncati costruisce una tradizione indispensabile per capire lo scenario artistico contemporaneo e le trasformazioni che si sono verificate in questo campo.

ARTE QUEER – corpi, segni, storie, di Elisabetta Roncati, Prefazione di Tommaso Sacchi, Rizzoli, Milano, 2023

In copertina: Jeanne Et Moreau (Lara Tabet e Randa Mirza), Juniper tree, 2017, fotografia digitale