Finché non saremo libere. Ma non ancora.

In Arte

Francesca Greco ci racconta “Finché non saremo libere”, la mostra a cura di Ilaria Bernardi in corso al Museo di Santa Giulia a Brescia che si propone di approfondire una tematica tanto attuale quanto drammatica quale la condizione femminile nel mondo, con un particolare focus sull’Iran. E scrive con la rabbia in corpo dopo la perdita dell’ennesima donna: Giulia Cecchettin, uccisa dal suo ex ragazzo, l’ennesimo “bravo ragazzo”. Questo articolo è dedicato a lei, nell’impegno di riuscire sempre a osservare la realtà in maniera critica, non accettando passivamente ciò che si vede.

Mi manca l’aria. Zoya Shokoohi mi chiede di donare il mio respiro, ma a me manca l’aria. Osservo le persone – in estasi per avere mangiato la torta preparata dall’artista (opera site-specific realizzata per l’occasione) – approdare alla seconda sua opera: dei vasetti in cui si raccoglie aria da poter donare poi a chi aria non ne ha.
Osservo le persone che mi circondano e mi chiedo di che natura possa essere il loro respiro donato, considerando che la maggior parte di loro non trattiene nemmeno il respiro ma butta semplicemente l’aria all’interno del vasetto, non rispettando ciò che l’artista ha richiesto. Mi chiedo perché io dovrei farlo, considerato lo stato in cui sono, appunto: senza aria, dunque senza respiro. Il mio dono sarebbe compromesso? Mi chiedo, cosa se ne potrebbero fare del mio respiro compromesso? L’artista si propone di portare questi respiri “là dove potrebbero mancare” e io lo trovo un gesto concettuale nobile, ma quell’aria lì, la mia, è compromessa. Mi sforzo, lo faccio, trattengo il respiro: 12 secondi scarsi, troppe sigarette; aria nel barattolo; chiudo subito; firmo; archivio. Adesso il mio respiro compromesso potrà idealmente aiutare qualcuno, non sono riuscita a non farlo, ma comunque continuo a dubitare.
A questo punto è chiaro che mi chiedo perché mi manca l’aria, e inizio a mettere in fila le mie ipotesi, nessuna di queste è esaustiva, ma ognuna di queste compone dubbi e critiche di quello che ho appena visto; faccio un sommario, un elenco incompleto, faccio una critica alla mia critica, mi scervello sulle possibilità e sulle impossibilità. Insomma, tutto e il contrario di tutto, e magari questa cosa mi può generare una visione altra che non stavo considerando, mi metto in dialettica con me stessa.

Morteza Ahmadvand, Becoming, 2015, Installazione video e sfera in fibra di vetro. Collezione Genesi, Milano, ph. Francesco Allegretto, courtesy Morteza Ahmadvand


Ipotesi numero uno:
La mostra si apre con un’opera di un artista uomo. Finché non saremo libere è una mostra interamente dedicata ad artiste donne (la frase “tutta al femminile” echeggia per tutta la durata della visita), ventidue donne. Ma la mostra si apre con un’opera di un artista uomo. L’opera di Morteza Ahmadvand, Becoming. Davanti a questo fatto sto quindici secondi ferma e in silenzio, in silenzio e ferma. E poi (immaginate sempre che io parli tra me e me): perché? Perché in una mostra di sole donne che racconta la situazione delle donne nel mondo “con un particolare focus sull’Iran”, che dà spazio alle voci “femminili”, che racconta la storia delle donne nel mondo, deve essere aperta da un uomo? La risposta arriva dopo pochissimo: quell’opera è lì perché Ahmadvand, uomo, “ceda il posto alla donne”. I secondi in cui sono stata ferma a quel punto saranno stati cinquanta/sessanta ed è lì che probabilmente l’aria ha iniziato a mancarmi, ma ricordiamo e teniamo come linea che tutte queste sono supposizioni, indagini, possibilità. Aggiungo premesse e sistemazioni nel frattempo, perché a fraintendere ci mettiamo un attimo: non sto contestando l’opera in sé, niente da dire su questa. Ripeto, il problema non è l’opera in sé.
Dal catalogo: “Prima di lasciare spazio e voce alle donne” […] “un’ottima premessa per lasciare spazio e voce alle artiste donne e alla loro prospettiva sul mondo”. Cinquanta/sessanta secondi di stasi e silenzio, silenzio e stasi. E poi: no, non abbiamo bisogno del messaggio che l’uomo debba cedere il posto alle donne, né tanto meno di uno che ci apra la porta, che ci conceda di parlare, che si mette da parte perché noi possiamo esporci. No, mi dico, non sono d’accordo, non va bene, non può essere questo il modo di aprire una mostra del genere. Sappiamo tutti quanto sia fondamentale trovare l’opera giusta per aprire una mostra, è la prima cosa che vedi, il primo messaggio che percepisci, la prima voce che senti. No, grazie.

Finché non saremo libere, a cura di Ilaria Bernardi. Fondazione Brescia Musei, Museo di Santa Giulia, 2023. Installation shot. Ph. Alberto Mancini. Courtesy Fondazione Brescia Musei


Ipotesi numero due:
Dopo che Ahmadvand ha ceduto il passo alle sue colleghe, inizia un corridoio con le opere di quella che viene definita la prima parte della mostra – dedicata ad artiste donne di tutto il mondo – che verrà seguita poi dalla parte dedicata alle artiste iraniane, e da quella dedicata alla già citata Zoya Shokoohi, artista in residenza al Museo. “È proprio per sottolineare la necessità di una sorellanza globale nella lotta per la libertà di espressione femminile che la mostra al Museo di Santa Giulia è strutturata come un percorso che associa opere di artiste iraniane con opere di artiste provenienti da altri paesi del mondo: alcune si riferiscono espressamente alla condizione femminile, mentre altre, pur essendo svincolate da questo tema, solo per il fatto che siano realizzate da artiste donne rivendicano implicitamente la libertà di espressione femminile come diritto inalienabile.”
Dunque, entriamo, attraversiamo il corridoio sentendo il coro di voci di artiste che ci raccontano le più cruciali questioni del mondo di oggi. Ma i miei occhi, il mio corpo e il corpo degli altri e le altre presenti, si confondono. Non ho il tempo di vedere un’opera che accanto, dietro, avanti ne appaiono altre, ancora e ancora, la cosa mi disturba. Disturbare nell’accezione di disperdere, turbare. In un cerchio che diventa quadrato, che diventa autoscontro, cerchiamo tutti e tutte di vedere le opere che si susseguono: l’occhio non ha pace. Sono troppe, sentenzio; non esagerare mi dico; sarà una tua percezione continuo. Fai una cosa, torna a contarle. No dai, non è possibile, ricomincia. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette: Leila Alaoui, Hangama Amiri, Zhanna Kadyrova, Iva Lulashi, Mequitta Ahuja, Sonia Gomes, Otobong Nkanga, Hung Liu, Shilpa Gupta, Toyin Ojih Odutola, Betye Saar, Anne de Carbuccia, Marcellina Akpojotor, Zehra Doğan, Zanele Muholi, Billie Zangewa (diciasette opere, sedici artiste).
Rieccomi con deduzioni, premesse, appendici: tutte le opere in mostra sono importanti, alcune le trovo semplicemente stupende, ritrovo qui artiste che non vedevo da tempo e ne sono felice, ognuna di loro ci mette di fronte a condizioni che non possiamo nemmeno anche solo sfiorare con il nostro occhio occidentale (confermato dallo stupore di alcuni visitatori su alcune dinamiche raccontate dalle opere). Trovo ogni opera sensata, alcune illuminanti. Mi affeziono immediatamente a Iva Lulashi con la sua Noi ci salveremo (I semi del tempo) e la nebbia acquatica in cui navigano i piedi delle bambine raffigurate nel quadro: sabbie mobili melliflue, che le inghiottono lentamente. Segno di illusione di una uguaglianza che non esiste. Ritrovo lo sguardo di Zanele Muholi che mi trafigge. Scopro Collective Objects di Hangama Amiri, che attraverso la stratificazione di tessuti e immagini cerca di restituire una riflessione sul Pakistan, suo paese d’origine. Questo lo sottolineo, perché credo valga la pena andare a vederle. Ma le opere sono troppe, contarle compulsivamente mi conferma la sensazione iniziale. Mi manca l’aria, perché le artiste in mostra non ne hanno, non hanno spazio, nonostante lo scopo sia dar loro spazio. No, anche questo non mi sta bene. No.

Sonia Balassanian, Untitled (Self Portrait) – 04, 1982, Collage e acrilici su carta, Rigo Saitta Collection


Ipotesi numero tre:
L’ipotesi numero tre è composta da sensazioni provate durante la visione della mostra, mescolate alla riflessione personale che ne è seguita, accentuata dalla lettura del libro del premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, Finché non saremo liberi, da cui la mostra prende il titolo. Ipotesi tre: la curatrice ci invita a vedere la mostra con gli occhi delle donne. A questo punto sono ferma con pollice e indice che reggono naso e occhiali, perché mi dico che potrei anche solo fermarmi a questa frase, perché veramente non riesco a capire cosa potrei aggiungere, dato che non capisco l’invito.
Stasi e silenzio, silenzio e stasi, ritornano. Non capisco. Cosa significa vedere la mostra con gli occhi delle donne? Non è una domanda sarcastica, sono davvero curiosa di capire cosa significhi. Quindi mi scervello durante tutte la mostra per capire come seguire il consiglio della curatrice. Dunque, io sono una donna, quindi mi è sufficiente avere questo vantaggio (un vantaggio nell’essere donna, finalmente!) per comprendere? Un uomo, come guarda la mostra con gli occhi della donna? Leva i suoi occhi e ne mette di nuovi, quindi invece di essere in grado di sapere vedere da uomo, quindi cambiare la prospettiva, educarsi in tale senso, deve levare i suoi occhi dal bulbo oculare e metterne per qualche ora un paio nuovo di zecca, da donna? Questa richiesta mi mette totalmente in crisi. Ve lo dico dal profondo del mio cuore. E aggiungo (e qui Ebadi è stata fondamentale): è davvero con gli occhi della donna che dobbiamo vedere questa mostra? O con gli occhi degli occidentali e delle occidentali che siamo? Siamo in grado davvero di comprendere quello che stiamo vedendo, anche se facciamo lo sforzo di guardarlo con gli occhi di una donna?

Deduzioni, premesse, appendici: vi prego, non mi fraintendete, ho solo necessità di andare oltre un escamotage come può essere quello di fare una mostra “tutta al femminile” per sentire meno il peso sulla coscienza.

P.S. Voglio lasciarvi con una citazione di Shirin Ebadi, che secondo me racchiude il senso della mostra e di quello che ho tentato di raccontare. “Quando non potevo fare niente, ricorrevo alle parole e al tè. Le mie colleghe chiamavano questo approccio “cura del té”, perché quando queste famiglie venivano nel mio ufficio, di solito preparavo una teiera. E stando seduti a bere tutti insieme, cercavo di parlare di altro. Raccontavo dei problemi che altre famiglie in situazioni simili stavano affrontando. Solo per fargli capire che non erano soli, che c’erano altri nella loro condizione, che soffrivano come loro. A volte questo alleviava leggermente la loro disperazione. Quando lasciavano il mio ufficio, spesso sembravano più calmi. Se non potevo ridurre il fardello di una famiglia col mio lavoro, potevo almeno tentare di addolcire il loro dolore”.

Finché non saremo libere, Brescia, Museo di Santa Giulia, cura di Ilaria Bernardi, fino al 28 gennaio 2024

In copertina: Zoya Shokoohi, Still dal video di Attraversa il confine, 2021