Scrivo e svuoto cantine. La libertà secondo Paul, intellettuale precario

In Cinema

Dopo l’ottimo “Il coraggio di Blanche” la regista e sceneggiatrice francese Valerie Donzelli affronta un altro tema chiave della contemporaneità. Oggi non si vive di lavoro creativo, la società non garantisce una vita economicamente decente a chi si affida solo al cervello e alla fantasia. Così Paul, fotografo di buon livello che sceglie di dedicarsi soprattutto alla sua vena di autore di libri autobiografici, si ritrova solo, single, in una gelida cantina. Alle prese con un’indipendenza faticosa fatta di mille lavoretti manuali. Mentre moglie e figli sono emigrati in Canada. Ma non è detto che tutto finirà per forza male

Paul Marquet ha 42 anni e un lavoro di fotografo grazie al quale vive senza problemi con moglie e due figli. Ma improvvisamente decide che tutto questo non è più compatibile col suo talento e la grande passione della vita, la scrittura. Ha già diversi romanzi al suo attivo, di diversa fortuna, ma la sua nuova creatura non riesce a trovare la luce. Così decide che deve dedicarle almeno metà della giornata. E da quel momento il suo slogan diventa La mattina scrivo, titolo del nuovo film della brava regista e sceneggiatrice francese (premiata a Venezia per questo script) Valerie Donzelli, che ha origini italiane – nonno e bisnonno scultori e pittori – ed è al suo settimo film, nel quale si è riservata anche un ruolo di comprimaria, la moglie di Paul.

Rimasto single in una gelida cantina, Paul deve trovare un sistema per guadagnare il minimo per vivere salvando il tempo necessario allo scrivere. Un processo difficile, una forma di libertà senza facili soluzioni, perché dedicarsi a ciò che si ama, verso cui si crede di essere naturalmente portati, può voler dire rinunciare a molto. La mattina scrivo diventa così il racconto di una dolorosa metamorfosi che porta il protagonista a restare solo, ma è anche un ottimo saggio in immagini e parole sulla crisi del lavoro intellettuale nella società occidentale. Pieno di spunti sulle difficoltà economiche del settore e le difficoltà crescenti degli operatori nel farne una reale fonte di sopravvivenza. Tanto che il protagonista deve alternare la sua attività intellettuale (gratificante ma priva di riscontri economici) a quelle di giardiniere, svuota cantine, riparatore di vari oggetti domestici e altro, uniche vere risorse finanziarie, sia pure di livello decisamente basso.

Perché la contraddizione del mondo culturale del XXI secolo è che mai si sono visti tanti film e letti tanti libri come oggi, grazie a tv, device e piattaforme di ogni genere, ma al tempo stesso quasi mai le sale di cinema sono state così deserte (colpa anche della difficile ripresa dopo il Covid). E in Italia si pubblica un’infinità di volumi (esercizio economicamente insensato, come dice qualunque operatore nel campo) a fronte di un’area di utenti che ha ripreso a frequentare le librerie ma che resta di dimensioni molto al di sotto delle necessità economiche del settore. Perché tanto, forse anche troppo, si legge on line, in un otto volante qualitativo che ci mette a disposizione il capolavoro e il trash più scadente.

Valerie Donzelli, reduce da un eccellente racconto di tossicità coniugale (Il coraggio di Blanche, 2023, da recuperare se non l’avete visto) porta così sullo schermo un’auto narrazione che però non è la sua, ovviamente, ma quella di un uomo (per la prima volta), in questo caso Franck Courtès, autore del romanzo À pied d’oeuvre (Gallimard) che dà titolo e materia al film. E come nel libro la vicenda non vive di colpi di scena ma di una progressione di episodi, arricchita di piccoli comprimari a volte anche gustosi, raccontati con uno stile gentile, dai modi a tratti rallentati e che non evita la banalità, quando serve a tratteggiare questo complicato percorso. Riservando comunque pure momenti di pudica emotività.

Bastien Bouillon regala un triste mitezza al suo protagonista, a tratti al limite dell’assenza di passioni ed espressioni, immerso in una fase della vita tutt’altro che soddisfacente, con figli e moglie lontanissimi, emigrati in Canada, che non nascondono il legame piuttosto evanescente con lui. Anche se grazie al suo ultimo volume, come sempre avaro di riscontri economici ma almeno ricco di consensi e soddisfazioni dai suoi lettori, si affaccia nel finale un recupero del rapporto col figlio, che ha accettato gli eccessi di autobiografismo letterario del padre in cambio della capacità di commuoverlo. Nel cast ci sono il regista Michel Gondry e Virginie Ledoyen, editor solidale con Paul ma pur sempre parte del duro meccanismo produttivo. E quindi, in alternanza, affettuosa e spietata. Secondo la qualità dei manoscritti.

La mattina scrivo di e con Valérie Donzelli e con Bastien Bouillon, André Marcon, Virginie Ledoyen, Adrien Barazzone, Michel Gondry  

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