Il lettore curioso: maggio 2026

In Letteratura, poesia, Saggistica, Weekend

Si gioca con Borges, si va in giro per il mondo con mappe geografiche, letterarie e sentimentali, si guarda alla poesia dell’oggi e dei primi italiani e, pure , ci si ficca nel piatto di molti scrittori… E ancora da rileggere o scoprire gli incipit stendhaliani e un’altra puntata della nostra cara Jane

RECENSIONI

Silvio Bertoldi, Il re che fece l’Italia, Rizzoli, 2002 

Tra le opere che sto compulsando per il mio nuovo libro ci sono non poche biografie, che hanno il merito (il difetto, secondo i punti di vista) di farci entrare nella storia dalla porta di servizio. Accade anche con questa garbata e godibile vita di Vittorio Emanuele II scritta a suo tempo da Silvio Bertoldi, buon divulgatore e scrittore elegante, che leggo per la seconda volta. Molti particolari, una doviziosa messe di aneddoti, tutti attendibili e verificati: ma per un giudizio più ricco di chiaroscuri sul Risorgimento, sui Savoia e sul re galantuomo (che tanto galantuomo non fu) converrà leggere Denis Mack Smith, Gianni Oliva e altri. E per biografie storiograficamente più “pesanti” sarà il caso di rivolgersi al Cavour di Rosario Romeo, che di Mack Smith fu fiero avversario. 
Ciò detto, Il re che fece l’Italia si legge con piacere e suggerisce alcune utili riflessioni. Per dirne una, fa venire in mente che l’arte del comando, in Italia, si è spesso e volentieri accompagnata con un protagonismo debordante e con una più o meno marcata insofferenza alle regole. 
È così anche per  il mustacchione (populista e vittimista antemarcia: con uno dei valletti che gli usa il rispetto dovuto alla carica, sbotta: «Ma quale Maestà e Maestà, mi chiami Monsù Savoia, con una moglie e cinque figli da mantenere, senza avere niente di mio» e con la figlia Clotilde, data in sposa adolescente a un Bonaparte in fama di libertino per compiacere Napoleone III, si firma «Il tuo papà disgrassià»), che fa e disfa governi e dichiara guerre senza informare il parlamento, che in guerra si sostituisce ai capi di stato maggiore con esiti spesso disastrosi (la terza guerra di indipendenza, vinta dai prussiani per conto nostro), che conduce una diplomazia parallela in aperto conflitto con i suoi governi, preso dalla mania di fomentare focolai insurrezionali in mezza Europa e pronto a coinvolgere il generoso e un po’ boccalone Garibaldi, già spedito a lancia in resta a conquistare Roma e poi, con meschino doppio gioco, scaricato, ferito e incarcerato in due riprese. 

Il rovescio della medaglia è il re che eredita un Piemonte sconfitto, umiliato e vicino al disastro finanziario e, senza abolire la costituzione (è l’unico dei monarchi preunitari a non farlo), riesce a coronare l’aspirazione a uno stato nazionale. Impulsivo e collerico, Vittorio Emanuele. Ma incapace di rancore e pronto a dar libero corso anche a idee e progetti che non condivide. Ne è un esempio (un esempio onorevole) il leale appoggio al parlamento e ai suoi ministri, quando si trova a promulgare alcune leggi sgradite alla Chiesa, lui cattolico e per giunta superstizioso. Terrorizzato da fulmini divini e maledizioni vicarie, Monsù Savoia tira tuttavia dritto. 
L’esempio più clamoroso è la legge Siccardi, che nel 1850 aboliva il “foro ecclesiastico”, cioè il privilegio feudale in base al quale i religiosi potevano essere processati soltanto da tribunali ecclesiastici, anche per reati comuni. Contro la legge invita all’aperta disobbedienza Luigi Fransoni arcivescovo di Torino, fior di reazionario che avversa lo Statuto e lancia fulmini dal pulpito contro le altre leggi (la Boncompagni che abolisce i privilegi degli ordini religiosi nell’insegnamento, altre che incamerano beni ecclesiastici). Diffidato e condannato a un mese di carcere, l’alto prelato che non si arrende viene alla fine prelevato dai carabinieri, messo su una carrozza, accompagnato ai confini ed espulso dal regno. 
Vittorio Emanuele ne ricava una scomunica e se la tiene. E si tiene anche le lugubri profezie di quella buona lana di Don Bosco, futuro santo (non capita tutti i giorni di poter dire male dei santi: ieri, girovagando per storie di monachesimo, mi sono fatto persuaso che san Bernardo di Chiaravalle fosse un fanatico e un intrigante; oggi tocca a Don Bosco, mestatore alquanto protervo). Il quale nel 1854, per opporsi al disegno di legge sul matrimonio civile, terrorizza la moglie e la madre del re, raccontando a più riprese di aver sognato che avvenivano “grandi funerali in Corte”, e profetizzando maledizioni divine e ogni sorta di sciagura agli avversari della Chiesa. 

Accanto al sovrano c’è l’uomo, ingombrante e il più delle volte sopra le righe: rozzo e poco avvezzo a mondanità e cultura come quasi tutti i Savoia, insaccato in uniformi o finanziere, grande gaffeur (in visita ufficiale in Francia, gli scappa detto all’imperatrice Eugenia: «Mi hanno riferito che a Parigi le donne non portano le mutande: per me si è aperto un cielo», con grande disappunto di Cavour), robusto mangiatore da trattoria e da taverna, buon bevitore, scialacquatore perenne, insaziabile cacciatore di selvaggina e donne: da pagliaio in prevalenza (ma anche attrici, ballerine, mogli di ministri e amici). E che fossero “tanta roba”. 
Carlo Dossi (1849-1910), principe degli scapigliati e soprattutto, quel che qui più ci interessa, diplomatico, capo di gabinetto di Francesco Crispi e grande pettegolo, lascia nelle sue Note azzurre annotazioni crude sui costumi amatori del re che Bertoldi non riporta (i passi sono censurati anche nell’edizione critica Adelphi curata da Dante Isella, leggo nella nota al testo, “per non superabili motivi di opportunità”; li ho trovati nel recupero che ne ha fatto Giorgio Dell’Arti in Corruzioni, Clichy, 2015: «Vittorio Emanuele fu uno dei più illustri chiavatori contemporanei. Il suo budget segnava nella rubrica donne un milione e mezzo all’anno, mentre nella rubrica cibo non più di 600 lire al mese. A volte, di notte, svegliavasi di soprassalto, chiamava l’aiutante di servizio, gridando “una fumna, una fumna!”  e l’aiutante dovea girar i casini della città finché una ne avesse trovata, fresca abbastanza per essere presentata a S. M. La tassa era di lire 100  ad ogni donna però, che avesse rapporti con lui, dava un contrassegno, perché, volendo, si ripresentasse. Possedeva un membro virile così grosso e lungo che squarciava le donne più larghe. Il suo dottore di corte aveva un gran da fare a riaccomodare uteri spostati». E ancora:  «Si dice che una contessa B*** di Udine, immiserita per la sua prodigalità, abbia prostituito una sua figlia di 13 anni a quel re viziatore di vergini che ha nome Vittorio Emanuele. Sta di fatto che la contessa oggidì spende e spande  e trae in carrozza la sua infamia pei pubblici passeggi di Udine».
Privo di dissimulazioni al limite della sfrontatezza, il re galantuomo non nasconde le amanti e la moglie, che tutto sa, tutto sopporta e morirà presto distrutta da otto gravidanze, le se trova spesso davanti. Una tra loro, Rosa Vercellana, figlia di un tamburino dell’esercito sabaudo, dopo una lunga convivenza viene regolarmente, seppur morganaticamente, sposata e fatta contessa di Mirafiori. E la tribù della bella Rosin fa fortuna all’ombra di quella liaison. Ai suoi tempi i commenti sull’attivismo amatorio di Vittorio, a parte Dossi, si sprecavano: gli si attribuirono una sessantina di figli naturali (molti battezzati Guerriero o Guerrieri) e l’appellativo ironico di “padre degli italiani”. 

C’è una leggenda, Bertoldi la riporta per esteso, che spiegherebbe i tratti plebei del re e la sua totale dissimiglianza dal biondo e longilineo Carlo Alberto, anche lui incline alle avventure ma subito dopo, in preda al rimorso, pronto a ricorrere ai digiuni e al cilicio. Vittorio Emanuele II sarebbe in realtà scomparso a Firenze il 16 settembre 1822, all’età di due anni, vittima di un incendio che a Palazzo Pitti incenerì la culla del piccolo principe e ustionò a morte la sua balia. Quella morte sarebbe stata tenuta nascosta, mettendo al posto dell’infante Savoia il figlio di un macellaio fiorentino, un certo Tanaca che aveva bottega al Poggo Imperiale, altri dicono un tale Mazzuca con bottega in Porta Romana. L’unità d’Italia propiziata dal figlio di un beccaio, niente male.

Jorge Luis Borges, Storia universale dell’infamia, traduzione di Vittoria Martinetto e Angelo Morino, Adelphi, 2020

Nel 1935, quando raccoglie in volume i racconti di Storia universale dell’infamia, Jorge Francisco Isidoro Luis Borges ha trentasei anni. Lui li definisce «esercizi di prosa narrativa», nel 1954 preciserà che sono «l’irresponsabile gioco di un timido che non ha avuto il coraggio di scrivere racconti e che per svagarsi ha falsificato e distorto storie altrui». Figlio della buona borghesia bonaerense, Borges ha avuto un’educazione raffinata e ha vissuto a lungo in Europa, frequentando fra l’altro a Ginevra, tra il 1914 e il 1918, il Collegio fondato da Giovanni Calvino. Ha contribuito a creare almeno un’avanguardia letteraria (l’ultraismo), ha pubblicato tre libri di poesie, una biografia e due volumi di saggi (uno, Inquisiciones, verrà espunto dall’opera omnia). Ed è diventato il responsabile del supplemento del sabato di un quotidiano assai popolare, Critica.
Le prose narrative scritte fra il 1933 e il 1934 e dedicate a ladri, simulatori, schiavisti, pirati, gangster, pistoleri, ronin e guapos vengono da lì, sono piccoli assaggi di atrocità e di metafisica del male per il pubblico festivo dei lettori di gazzette. Nel 1954, ripubblicandole, Borges le definirà “barocche”. Precisando: «Direi che è barocco quello stile che deliberatamente esaurisce (o si propone di esaurire) tutte le sue possibilità e sfiora la caricatura di se stesso». E aggiungendo: «Io direi che è barocca la fase conclusiva di ogni arte, quando questa esibisce e dilapida i suoi mezzi». 
Barocco lo stile di Borges, che già in queste prime prove brilla di un nitore classico, di una sontuosa ma controllatissima narrazione, di un esprit de geometrie ravvivato da bagliori ironici e da qualche lampo di commozione vera (la sorte degli schiavi negri nel primo racconto)? Si sono visti ben altri barocchismi. Ma certo è barocca la scelta dell’argomento (una turpitudine a volte un po’ caravaggesca, gli infami come i deformi di tanta pitoccheria secentesca), la foga iperbolica del titolo (barocca o soltanto giornalistica, da “titolo strillato”? Storia universale dell’infamia laddove un minimalista avrebbe titolato “Otto storie d’infamia”), l’occhio attento al particolare, il gusto per il teatro e per la “messa in scena” (e mettere in scena per Borges significa ri-scrivere), il mondo anzi l’universo come fondale e vacuità, la vertigine delle false prospettive, la narrazione come finzione, come falso impassibile. 
In questo giardino dei sentieri che si biforcano ogni storia porta a un’altra storia, a un altro libro che porta a un altro libro, a un’altra storia, così da toccare i cieli e gli inferni, i luoghi e le epoche più diverse, mondo fatto biblioteca di Babele e storie d’infamia che diventano storia dell’infamia (e sì, storia universale, perché ogni storia è uno scaffale della biblioteca). 
Ho provato a giocare per qualche giorno con le fonti delle storie raccontate da Borges, con uno spirito da “sei gradi di separazione”, per vedere da dove venissero e dove portassero. 
L’atroce redentore Lazarus Morell è la storia di un bianco del Sud che nella prima metà dell’800, tra la Louisiana e il Tennessee, si traveste da predicatore per razziare i cavalli dei fedeli e fa evadere gli schiavi negri dalle piantagioni per rivenderli più e più volte, promettendo loro una percentuale sui guadagni e la libertà finale. Invece gli schiavi, quando rischiano di compromettere il razziatore, dopo aver fruttato abbastanza vengono eliminati e fatti sparire nei fondali del Mississippi. Denunciato da un complice (Virgil Stewart, ci ritorneremo), Morell scappa ed escogita un piano folle: fare insorgere i neri di New Orleans e impadronirsi della Louisiana. Muore di congestione polmonare prima di realizzarlo. Fonte dichiarata dell’argentino è Mark Twain (Life on the Mississippi, ma il tesoro di Morell verrà trovato, in Tom Sawyer, dal protagonista e dal suo amico Huck Finn); fonte di Mark Twain è quel Virgil Stewart che per Borges avrebbe denunciato Morell: nella realtà scrisse (nel 1835) un pamphlet contro di lui attribuendogli una serie di infamie (il travestimento da predicatore, gli omicidi, la tentata insurrezione) che oggi gli storici smentiscono. Il vero Lazarus Morell, John Murrell (1806?-1844), fu ladro di schiavi piuttosto mediocre e inetto, assieme a tre fratelli: catturato nel 1834, passò dieci anni in carcere a Nashville e, liberato, trascorse gli ultimi mesi facendo il fabbro e il buon cristiano, prima di morire di tisi. Borges mette fine alla vita di Morell con dieci anni di anticipo, gli risparmia il carcere ma lo carica di atrocità. 
Ancora Mark Twain, non dichiarato (un capitolo di Following the Equator), è alla base di L’impostore inverosimile Tom Castro. Storia vera, verissima. Di un morto (o scomparso, o disperso) che ritorna e la cui identità viene messa in dubbio. Un filone assai popolare, che ha prodotto storie come quella di Martin Guerre e, qui in Italia, il celebre caso Bruneri-Canella di cui scrisse un grande estimatore di Borges, Leonardo Sciascia (Il teatro della memoria). Qui si tratta del “caso Tichborne”: scomparso in mare nel 1854 il barone Tichborne, figlio primogenito di una famiglia di aristocratici cattolici inglesi, l’impostore londinese Arthur Orton (1834-1898) raggira la madre dello scomparso, malgrado non gli rassomigli che debolmente e non possieda alcuna delle qualità del defunto, finché alla morte di lei verrà smascherato dagli altri Tichborne e finirà in prigione. Borges racconta fedelmente, inventando soltanto il geniale motore della truffa: il nero Ben Bogle, consigliere di Orton (il quale ha assunto il nome Tom Castro a Valparaiso) al quale suggerisce di puntare tutte le sue carte sull’incongruità: Orton è talmente “inverosimile” come pretendente da dare l’impressione della verità, così come le imperfezioni spesso suggellano un capolavoro. La popolarità del caso Tichborne non è diminuita nel tempo: prima di Borges ha ispirato un lavoro teatrale a M. F. Watts, sorella della più celebre Agatha Christie. E dopo di lui ha trovato ospitalità in un giallo del mio venerato John Dickson Carr (Il segreto dell’automa del 1938) e in un romanzo del Nobel australiano Patrick White, fino a ispirare una puntata dei Simpson. 
Vera nella sostanza anche La vedova Ching, piratessa, storia della cinese Ching Shih (1755-1844), ex prostituta nei bordelli galleggianti di Canton che, alla morte del marito, assume il comando dei suoi pirati. Ai primi dell’800 sfida il potere imperiale con 80mila uomini e 1800 navi e nel 1810 accetta un’amnistia, sposa il luogotenente e figlio adottivo, apre una bisca e muore serenamente trentaquattro anni dopo, quasi novantenne. Borges fa un’invenzione bellissima: invece di accettare la più prosaica amnistia, la vedova Ching si lascia convincere da una favola, protagonista un drago che continua a proteggere una volpe malgrado le sue malefatte, che la flotta imperiale manda in cielo dipinta su aquiloni. È un messaggio di pace, la piratessa coglierà l’opportunità: «La volpe cerca l’ala del drago». Libera, non rinuncerà del tutto all’infamia e, per Borges, si dedicherà al contrabbando dell’oppio. Il racconto sulla vedova Ching ha ispirato a Ermanno Olmi un film del 2003, Cantando dietro i paraventi.
Fedele anche la storia di Monk Eastman (1873-1920), gangster ebreo di Brooklyn che arriva a comandare una banda di 1200 uomini, nel 1903 si scontra con i rivali italiani di Paul Kelly nella “battaglia di Rivington Street” (due morti e decine di feriti), finisce a Sing Sing, decade a delinquente di mezza tacca, parte volontario per il fronte francese e ne esce decorato, torna in patria per riprendere a delinquere e muore ucciso da un poliziotto corrotto. La fonte stavolta è Herbert Asbury (1888-1963), autore di The gangs of New York che ispirerà l’omonimo film di Martin Scorsese. 
Corretto ma anche piuttosto incolore L’assassino disinteressato Bill Harrigan. Che sarebbe poi Billy the Kid (1859-1881), uccisore di ventuno uomini senza contare i messicani, non ancora entrato nella leggenda di Hollywood e non ancora consacrato alla letteratura da quel piccolo capolavoro che è Le opere complete di Billy the Kid di Michael Ondaatje. Fonti piuttosto anonime, due libri di cronaca western. Nota pedante: fra gli pseudonimi di Billy the Kid, Bill Harrigan non figura. 
Si torna a volare altissimo in uno dei vertici del libro, L’incivile maestro di cerimonie Kotsuke No Suke. Che racconta un fatto storico avvenuto agli inizi del ‘700 e alla base di una delle maggiori leggende nazionali giapponesi, la “vendetta dei 47 ronin” (così, tra centinaia di opere, si intitola un film capolavoro di Kenij Mizoguchi). Al centro del racconto un cortigiano arrogante il quale, esiliato presso il signore feudale Takumi No Kami, lo umilia e lo offende in tutti i modi, spingendolo a estrarre la spada e a ferirlo lievemente. Infrazione che il signore feudale paga facendo seppuku, mentre le sue terre vengono confiscate, la sua famiglia bandita e i suoi samurai costretti a farsi ronin. 
Il consigliere e più fidato amico del morto, Kuranosuke, medita vendetta. Per compierla, spingerà i ronin a disperdersi e lui stesso si abbrutirà tra alcol e bordelli in modo che il cortigiano, fattosi padrone delle terre e della casa del morto, abbassi la guardia. Dopo due anni di “ascetismo della degradazione” darà l’assalto alla casa di Kotsuke No Suke, lo inviterà a uccidersi e, al suo rifiuto, lo decapiterà. Per poi portare la sua testa al tempio dove è sepolto il morto. A vendetta compiuta, i 47 ronin si daranno la morte. La fonte dichiarata di Borges, a cui l’argentino si mantiene fedele, è il fortunatissimo Tales of the old Japan di Algernon Bertram Mitford (1836-1917), barone, diplomatico e scrittore inglese. 
E padre delle sei terribili sorelle Mitford, imparentate per matrimonio con la famiglia di Winston Churchill e di Harold McMillan, star della scena letteraria e scandalose protagoniste della scena politica: la socialista Nancy (da leggere almeno L’amore in un clima freddo), la comunista Jessica (da leggere almeno Figlie e ribelli), l’allevatrice di polli Pamela, l’antisemita Deborah, la reazionaria Diana (moglie di sir Oswald Mosley, capo dei fascisti inglesi, viene incarcerata per tre anni nella Torre di Londra durante la seconda guerra mondiale) e la nazista Unity (amica di Hitler, si spara un colpo di pistola in testa quando l’Inghilterra entra in guerra con la Germania). 
Bella e spettrale l’ultima storia parafrasata, Il tintore mascherato Hakim di Merv, che prelude già al Borges maggiore di arcani cabale e simbologie. Protagonista Hal-Moqanna, profeta gnostico di Merv, città del Turkmenistan di cui restano soltanto rovine e che, oasi lungo la Via della Seta, era nel XII secolo la città più grande del mondo (per saperne di più si legga Elémire Zolla, Conoscenza religiosa. Scritti 1969-1983). Nominatosi capo di una religione personale ed emissario di Dio, Hakim-Moqanna circolava velato perché asseriva che lo splendore del suo volto accecasse chi lo vedeva: era in realtà lebbroso, morì trafitto dalle lance dei seguaci dopo aver condotto per tre anni una rivolta contro il califfato degli Abbasidi. Le fonti di Borges sono due saggi, l’argentino cita «una petulante poesia di Moore» inserita nel poema Lalla Rookh (1817), che ispirò un’opera a Spontini e musiche a Schumann. Hakim di Merv comparirà anche in una delle opere più note di Borges, L’aleph.
Chiude la Storia universale dell’infamia il primo racconto originale di Borges, L’uomo all’angolo della casa rosa, storia tutta argentina di tanghi e guapos, donne fatali e vendette, con l’autore stesso fra i personaggi e un’audacia dell’io narrante che non sveleremo. Storia splendidamente manierista e manierata di bordelli e coltelli, come un film assurdamente bello di von Sternberg dove ti sembra di vedere Marlene Dietrich nascosta fra le pagine. 
Un altro dei vertici nascosti dell’Infamia è la ri-scrittura di una novella delle Mille e una notte. Quella del cairota Mohammed el-Maghrebi che emigra in Persia perché ha sognato che vi troverà un tesoro. Arrestato nel cortile di una moschea di Isfahan e scambiato per un ladro, racconta il suo sogno al capitano delle guardie, che gli dà del credulone: anche lui ha sognato una casa del Cairo «in fondo alla quale c’è un giardino, e nel giardino una meridiana e dopo la meridiana un fico e dopo il fico una fontana, e sotto la fontana un tesoro». Ma non ha mai dato credito ai sogni, non si è mai mosso da Isfahan. Scacciato, Mohamed torna al Cairo, va a casa sua (è quella del sogno del capitano) e trova il tesoro. Ho bene in mente la novella, che è lunghissima e colma di avventure e peripezie: Borges l’ha fatta diventare una imagerie speculare. Certi incubi escheriani di Julio Cortázar prendono le mosse da qui. 

Patrizia Carrano, Donna di cavalli, More than a Horse, 2025

«Dopo la scomparsa del mio ultimo sauro volevo blindare in uno stipo il ricordo di queste creature che hanno accompagnato buona parte della mia vita, oltre all’intera storia dell’umanità, fin da quando Omero ha cantato Xanto e Balio, i destrieri di Achille, capaci di piangere per la morte di Patroclo. Quella che può apparire come un’invenzione poetica è – secondo me – una pregevolissima descrizione di quanto possa essere fine, complesso e appagante il rapporto che biologi ed etologi definiscono “interspecie”: il cavallo e l’essere umano, due creature tanto diverse tra loro per morfologia, intelligenza, alimentazione, abitudini sono fatte per cercarsi, e – quando se ne danno le condizioni – per intendersi».
Giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, Patrizia Carrano è anche “donna di cavalli”, come le eroine che tratteggia in questi cinque racconti di impeccabile stile classico. Per buona parte della sua vita ha frequentato scuderie e quadrupedi, veterinarie intrepide e istruttori di infinita pazienza, proprietari bizzosi e amazzoni capaci di prestazioni eccelse, come Evelina Bertoli che firma la prefazione al libro. Per profonda passione, lontana dalle competizioni perché, confessa, «leggere un libro sotto un albero, con un cavallo che pascola accanto regala una gioia profonda, che mette in armonia con il mondo. E dunque, anche in queste pagine, ho allungato lo sguardo verso orizzonti più vasti dei campi di gara, mettendo al centro dei personaggi femminili la cui vita è stata segnata dal rapporto con i cavalli, cui spesso si affezionano con uno slancio e una tenacia un po’ meno frequente nel genere maschile».
In un gioco degli specchi tra umani e quadrupedi che si fa racconto – nessuna concessione all’umanizzare i cavalli, nessuna tentazione disneyana ma un’osservazione allo stesso tempo partecipe ed “etologica” che è sguardo d’assieme e attenzione al dettaglio anche tecnico – Carrano estrae destini che si compiono, vite che si incontrano, tra invenzione dei personaggi femminili (ma alcuni di loro sono veri) e cavalli, questi sì, tutti veri e sottratti all’oblio perché, ricorda l’autrice citando il grande critico Cesare Garboli, «muore solo chi viene dimenticato».
E restano impressi nella memoria i cavalli che qui sfilano. La permalosa selle français Margot che resiste all’inseminazione artificiale e viene dismessa dal suo ottuso proprietario: grazie alla veterinaria che l’ha presa a cuore, finisce in campagna a sanare le antiche ferite di una donna che un brutto incidente ha allontanato da una vita di scuderie e concorsi. E finisce ingravidata, in un modo avventuroso che non diremo (Le femmine sono più complicate). Il roano Vandalo che a fine ‘800 vince tutto quel che è possibile vincere e la sua antica proprietaria al quale è stato strappato quando era giovinetta che farà di tutto per ritrovarlo (La dannazione di Virginia). Il pony Star che segna il “romanzo di formazione” di un fratello e di una sorella (La luce di Star). E la storia vera di Rosa, in sella con una gamba di qua e una di là, la pittrice Rosa Bonheur (1822-1899) che sfugge alla miseria e agli stenti dell’infanzia e si inventa artefice di sé stessa diventando cavallerizza “come gli uomini” e pittrice di animali – nel castello dove abiterà, diventata ricca, ne ospiterà a centinaia – acquistata in tutto il mondo: il suo “celebre e monumentale” Il mercato dei cavalli è oggi esposto al Metropolitan Museum di New York e la prefettura di Parigi le rilascia un’autorizzazione a indossare i pantaloni (alle donne era allora vietato) per andare nei mattatoi a studiare l’anatomia degli animali macellati. 
Resta da dire dell’ultimo racconto, il più bello e intimo del mazzo, L’oro dei sauri. È l’autobiografia “da amazzone” dell’autrice, bambina solitaria a Venezia, la città dove è nata, e persa nella contemplazione dei quattro cavalli in bronzo sottratti a Costantinopoli che «dal fronte della Basilica di San Marco mi hanno accompagnato per decenni, decidendo in mia vece chi doveva, fra tutti i cavalli incontrati e montati, starmi vicino, consolarmi, invecchiare e poi morire con la testa fra le mie braccia e la criniera bagnata dalle lacrime con cui li salutavo per sempre».

Joseph Von Eichendorff, Vita di un perdigiorno, traduzione di Lydia Magliano, Rizzoli, 1960

Non sono mai stato un collezionista: troppo impaziente, assai poco portato alla raccolta certosina. Quando ancora esistevano le dispense non ne ho mai completata una: bastava che saltassi una settimana e lasciavo perdere. Da qualche anno a questa parte, però, mi è venuta voglia di recuperare tutta la vecchia Bur Rizzoli, quella con la copertina bigia che venne pubblicata tra il 1949 e il 1972. È stata tra i miei primi oggetti del desiderio quand’ero ragazzo: costava poco, era adatta alle mie povere tasche di allora; e, devo aggiungere, fu una grande impresa editoriale che ospitava tutte le letterature del mondo, anche le più neglette, con traduttori non di rado eccelsi: Oreste del Buono, Ervino Pocar, Felice Filippini, Bruno Maffi e molti altri. Con mia grande soddisfazione, in un arco di tempo relativamente breve sono riuscito a trovare più o meno tutti i 2500 titoli (in realtà sono meno: alcuni volumi hanno numerazione doppia, tripla o quadrupla, a seconda della fascia di prezzo, che andava allora da settanta a trecento lire), me ne mancano soltanto sette che il mio amico e complice Giovanni, libraio in quel di Torino, mi sta aiutando a rintracciare. Quello di cui parlo adesso, il n. 1541, è uno dei testi chiave del romanticismo tedesco. L’edizione 1960, ripresa dalla nuova Bur, è tuttora in catalogo, ho controllato. Aggiungo, per pura civetteria, che possiedo un’edizione anche più antica, un’Einaudi del 1944 con la traduzione di Ugo Natoli. E adesso vado a raccontare.
«La ruota del mulino di mio padre aveva ripreso a girare e a rumoreggiare allegra, la neve sgocciolava senza posa dal tetto, i passeri cinguettavano e saltellavano tutt’intorno. Io, seduto sulla soglia, mi stropicciavo gli occhi assonnati. Come si stava bene al tepore del sole! Mio padre uscì di casa. Fin dall’alba aveva trafficato nel mulino. Col berretto da notte sulle ventitré mi apostrofò: Fannullone! Eccoti di nuovo a stiracchiarti al sole per ristorare le ossa stanche, lasciando a me tutto il lavoro. Non ti posso più dar da mangiare a ufo! La primavera è alle porte. Va’ un po’ anche tu per il mondo a guadagnarti il pane  ».
Il mulino è, nell’immaginario ottocentesco, luogo dell’idillio (Lettere dal mio mulino di Alphonse Daudet), di lizze e baruffe amorose (il ciclo di lieder schubertiani Die schöne müllerinIl cappello a tre punte di Pedro Antonio Alarcón), di dura fatica e contrasti familiari (Il mulino sulla Floss di George Eliot). Qui è, come lo è la segheria per il Julien Sorel del Rosso e il nero, il luogo da cui partire per avventurarsi nel mondo.
Ma non c’è l’ambizione che divora il “figlio del secolo” stendhaliano, qui. Nessun finale tragico, nessuna seduzione torbida. Il giovane, lieto e sfaccendato figlio del mugnaio prende il suo violino e parte festante, tra suoni e canti, come un nipotino di Papageno. Per strada incontrerà due affascinanti aristocratiche che lo accoglieranno in carrozza: nel loro castello sul Danubio, vicino a Vienna, il perdigiorno (il taugenichts, altri hanno tradotto con scioperato e fannullone) diventa aiuto giardiniere e poi daziere, con una casetta dove coltiva fiori per la più giovane delle belle dame. 
Quando, in una sera di festa, la vede affacciarsi al balcone con un giovane cavaliere, si convince di non essere corrisposto e abbandona il castello. 
Deluso ma in fondo cuorcontento – sembra di sentire Eichendorff giovane, che a un amico scrive: «Col cuore aperto e pieno di speranza, l’occhio libero e lieto, con fede salda e sempre nuova, la mia esistenza è un perpetuo innamoramento della bellezza perenne e verginale della splendida vita» – il figlio del mugnaio riprende il cammino. A un contadino chiede quale sia la strada «per l’Italia, dove crescono gli aranci» e, con buona pace di Goethe, si sente rispondere: «Oh! Che m’importa dei vostri aranci!» 
Ci arriverà ugualmente, in Italia, al seguito due pittori, Leonardo come da Vinci e Guido come Reni, frequenterà artisti e intratterrà paesani e belle ragazze con il suo violino, vedrà Roma con le sue fontane di marmo e i suoi palazzi, ne ripartirà avendo avuto indizi che la bella aristocratica di cui è innamorato lo attende, al suo ritorno scoprirà che la bella è stata cresciuta con i nobili ma è la nipote del portiere: non è fuori dalla portata del “pigro villano”, il sogno e il matrimonio sono possibili.
Novelletta solare e gioiosa, d’andamento e umore mozartiani, la Vita di un perdigiorno che guarda al Danubio e all’Italia inondata di luce viene scritta nel 1826 a Danzica, sulle rive del Baltico. Ne è autore Joseph Von Eichendorff (1788-1857), nobile slesiano di famiglia impoverita, che sarà amico e compagno di strada di molti romantici (Brentano e Von Arnim, Schlegel), combatterà contro Napoleone e, dopo avere servito gli Asburgo, sarà funzionario prussiano. Una favola felice ma ambigua, la sua: l’esaltazione della vita libera e vagabonda contro gli obblighi della routine è un atto di ribellione contro l’arrembante borghesia ma nasconde un rimpianto – che sarà dell’autore, soprattutto negli ultimi anni della sua vita – dell’ancien regime al tramonto e della vecchia aristocrazia latifondista.

Laura Grandi e Stefano Tettamanti, Il cibo non era niente di speciale, Utet, 2014

Dalla A di aglio alla Z di zuppa di latte, un libro di citazioni colto e divertente sul cibo, le bevande, i ristoranti e gli alberghi. Lo hanno allestito Laura Grandi e Stefano Tettamanti, tra i nostri agenti letterari più reputati che hanno già all’attivo molti libri di cibo e letteratura. Qui sono di scena 239 scrittori, da Alcmane a Vazquez Montalban, a dare conto di predilezioni e idiosincrasie. Scrittori scrittori, scrittori viaggiatori, scrittori cuochi, scrittori gourmet.
I viaggiatori sono in genere i più schizzinosi: il nostro De Amicis era orripilato dalla cucina marocchina
(secondo lui il couscous sapeva di pomata) e dalla turca, gradiva in compenso l’olandese. Schifiltosetto anche Montesquieu, senza raggiungere i vertici di Tobias Smollett e, ai giorni nostri, di Bill Bryson, reporter brillante ma vero pain in the ass come commensale.
Le stroncature riescono tuttavia deliziose se a farle sono donne e uomini di spirito. Sentite per esempio come Katherine Mansfield, dopo avere demolito la Svizzera, liquida i suoi cibi: «E il cibo. È senza nervi. Capite? Pare sempre coricato e che vi aspetti: perfino le bistecche sono mansuete. Non c’è contatto fra voi e lui. Non vi sentite attratta. Non provate il desiderio di avvicinarvi a esso, conoscerlo, entrare in intimità maggiore. Gli asparagi sono sempre morti stecchiti. Quanto alla purée di patate, si è tentati di chiamarla “zia”».
Ancora più perfido Winston Churchill, che così si congeda da una serata sbagliata: «In effetti sarebbe stata una splendida cena, sarebbe bastato che il vino fosse freddo come la minestra, la carne al sangue come il servizio, il brandy invecchiato come il pesce e la cameriera disponibile come la duchessa».
Ci sono gli spreconi per paradosso. Come Samuel Johnson: «Un cetriolo va affettato con cura, condito con pepe e aceto, e infine buttato via, come buono a niente». O come l’inarrivabile Alexandre Dumas con il suo arrosto all’Imperatrice: «Snocciolate un’oliva e riempitela con un filetto di acciuga, imburratela e infilatela dentro un’allodola, la quale a sua volta verrà sistemata dentro una quaglia che entrerà dentro una pernice che dovrà essere nascosta dentro un fagiano. Il fagiano a sua volta sparirà dentro una grande oca che troverà rifugio dentro un maialino da latte. Si procederà infine ad arrostire il maialino. Il risultato sarà la quintessenza dell’arte culinaria, il capolavoro dell’arte gastronomica. Non crediate, tuttavia, che questa pietanza verrà consumata interamente: i buongustai mangiano solo l’oliva e il filetto d’acciuga, e questa oliva non costa meno di cinquecento franchi». Il grande Dumas è, inoltre, un teorico della pasta al dente, cosa rara per un francese: «I maccheroni troppo cotti non valgono niente. Secondo un modo di dire napoletano, bisogna che crescano in corpo».
Ma nell’effervescente citazionario di Grandi e Tettamanti non si trovano soltanto cibi comuni come olive e maccheroni. Sono di casa la fenice e, udite udite, gli angeli che «devono essere squisiti da mangiare. Immagino che la loro carne debba essere tenerissima, una via di mezzo tra il pollo e il pesce» (Peter Kubelka). Senza dimenticare che «l’uomo è buono, ma l’agnello è meglio» (Bertolt Brecht). Un libro delizioso. Da sgranocchiare, da piluccare. Se uno ha proprio fame, da divorare.

Tim Marshall, Il potere delle mappe, traduzione di Giuliana Mancuso e Monica Manzella, Garzanti, 2021

Un bigino geopolitico, lo scrivo senza alcun intento denigratorio, perché i bigini servono. “Le dieci aree cruciali per il futuro del nostro pianeta” dice il sottotitolo, e con l’affabilità del divulgatore di scuola inglese Tim Marshall offre, di ogni area presa in esame, la spesso trascurata geografia (sapere che un posto è privo d’acqua e di fiumi come l’Australia, o che invece ne ha perfino in eccesso ma mal distribuita come l’Etiopia, oppure che è sigillato dalle catene montuose come l’Iran, aiuta a comprenderne anche le scelte di stanziamento o le strategie difensive), cenni di storia (interessanti soprattutto Iran, Arabia Saudita e Africa subsahariana) e sfide presenti e future. 
Le dieci aree sono l’Australia, l’Iran, l’Arabia Saudita, il Regno Unito, la Grecia, la Turchia, il Sahel, l’Etiopia, la Spagna e, buon ultimo, lo spazio. Alcune scelte sono comprensibili (l’Iran esportatore di tensioni, la Turchia neo-ottomana di Erdogan, l’Australia nel mezzo della contesa indo-pacifica fra Stati Uniti e Cina, l’Arabia Saudita che prova a immaginare un futuro senza petrolio, l’Etiopia nuova potenza africana e il Sahel serbatoio di turbolenze crescenti, il Regno Unito in cerca di un’identità post-Brexit), come pure certe esclusioni (di Stati Uniti, Russia e Cina non si saprà mai troppo, ma si sa abbastanza), altre meno (perché la Spagna e la Grecia e non la Germania o l’Est europeo, perché l’assenza totale dell’America Latina?).
Comunque, un interessante sguardo d’insieme, con molte spigolature storiche (ho ritrovato Tomiri regina dei Massageti, che affogò l’imperatore persiano Ciro in un otre di sangue e lo decapitò per vendicare la morte del figlio: avevo già letto la storia in Erodoto e sapevo che Dante colloca Tomiri al Purgatorio e Ciro all’inferno, qui torna buona per dire che con Iran e Afghanistan non si scherzava neppure allora) e molti dettagli non sempre noti sull’oggi (per esempio la campagna acquisti di voti africani e polinesiani all’Onu da parte della Cina, per esempio la frammentazione tribale in un’Arabia Saudita che tendiamo a vedere monolitica).
Qualche sciatteria che non so se imputare all’autore o alle traduttrici (la Somalia tout court ex colonia inglese, mentre soltanto l’attuale Somaliland lo era; le zone calde delle pulsioni separatistiche in Europa che trovano incluse, ed è uno scivolone pesante, la Lombardia e la Sicilia), qualche errore di traduzione (una “montagna inoppugnabile” in Spagna che forse è solo inespugnabile, e anche così mi sembra un’esagerazione), qualche resa poco felice come: «Si è parlato molto della “bromance” tra Putin ed Erdogan, che al di là di una comprensione gelida della geopolitica e del rispetto reciproco per la spietatezza dell’altro, in realtà non esiste», qualche legnosità.
Ma soprattutto il difetto di mappe sciatte, scritte nere che si spesso si distinguono poco fra cinquanta sfumature di grigio, nel caso delle mappe a pagina doppia le scritte delle città e delle regioni che saltellano da una pagina all’altra: Ira-an, alt-topiano ira-aniano, Bulgar-ria, monti Rod-dopi. Non è un difetto da poco in un libro intitolato al potere delle mappe. 

Gabriella Saba, In Perù con Mario Vargas Llosa, Perrone, 2026

Lima, per Mario Vargas Llosa, è stata come Dublino per James Joyce: il centro del mondo, il centro della paralisi. Il romanziere prodigioso, Nobel 2010, per me il più grande dei latinoamericani con Garcia Marquez, Cortazar e Carpentier, decine d’altri ne potrei aggiungere e Borges milita in un altro campionato, nato ad Arequipa nel 1936 e cresciuto a Lima, ha avuto con il Perù e la sua capitale, per sua stessa ammissione, un rapporto difficile: «Il Perù è per me una specie di malattia incurabile e la mia relazione con il Perù è stata intensa, aspra, piena della violenza che caratterizza la passione».
Aiuta ad avventurarci in questa storia aggrovigliata il densissimo volumetto di Gabriella Saba, né guida turistica né biografia letteraria ma un po’ tutte queste cose insieme, soprattutto viaggio sentimentale e concreto nei luoghi in cui Vargas Llosa ha vissuto e ambientato i suoi romanzi.
Il Perù autoritario e violento. Come suo padre, che picchiava la moglie e Mario bambino (il rimando d’obbligo è all’autobiografia Il pesce nell’acqua) e che lo voleva militare per guarirlo dal vizio di scrivere (il rimando stavolta è al capolavoro La città e i cani ambientato nel tetro e violentissimo collegio militare Leoncio Prado). Il Perù come un grumo di affetti difficile da rimuovere, lo scrittore lo riconoscerà nel discorso per il Nobel: «Porto il Perù nel cuore perché è lì che sono nato, cresciuto, mi sono formato, e ho vissuto quelle esperienze dell’infanzia e della gioventù che hanno modellato la mia personalità, forgiato la mia vocazione e perché lì ho amato, odiato, goduto, sofferto e sognato».
Dal Perù Vargas Llosa ha vissuto lontano per 32 anni, domiciliato a Londra, Parigi e Madrid. In Perù si è candidato alle presidenziali nel 1990, liberale all’europea contro i populismi del continente, venendo sconfitto da Alberto Fujimori “El Chino”, peruviano di origini giapponesi in carcere dal 2009 per violazione dei diritti umani commessi ai danni di popolazioni innocenti nella lotta contro i terroristi di Sendero Luminoso le cui azioni, assieme alle repressioni dell’esercito, fecero negli ‘80-’90 fra 69 e 77mila morti (piccola digressione: sua figlia Keiko è oggi in ballottaggio per le presidenziali del 7 giugno, e gran parte dei presidenti degli ultimi cinquant’anni, apprendo dal libro, è finita al gabbio per corruzione).
In Perù, che intanto diventava eccellenza gastronomica mondiale con lo scrittore pronto a tesserne l’elogio, Vargas è tornato negli ultimi anni della sua vita, in una casa vista oceano nel quartiere residenziale di Barranco, riconciliandosi con una città e un paese che hanno continuato a rendergli omaggio e facendosi fotografare, acciaccato e con il bastone ma ancora vitale e sorridente, nei luoghi della gioventù e dei romanzi.
In questi luoghi Saba ci accompagna: l’altro quartiere residenziale, Miraflores, in cui Vargas visse la gioventù spiantata bohèmienne e marxista dell’altro capolavoro Conversazione nella Cattedrale (la Cattedrale era un bar-taverna di non ottima fama); i bordelli di Huatica dove si compì il suo apprendistato sessuale; i sobborghi di Victoria da cui scaturì il meticciato musicale del vals criollo, originale fusione di rimembranze viennesi e ritmi africani; il centro storico fra i più maestosi e meglio conservati dell’America Latina; infine l’Arequipa dell’infanzia rievocata con nostalgia, città alla quale lo scrittore ha regalato migliaia di volumi della sua biblioteca personale; e Piura, le Ande infestate da Sendero Luminoso e l’Amazzonia di Iquitos che nonostante abbia mezzo milione di abitanti è raggiungibile soltanto con la barca e l’aereo (e sarebbe utile, per questa visione “cittadina” che è affascinata dal primitivo ma lo trova al tempo stesso insopportabile, confrontare Il caporale Lituma nelle Ande e Pantaleron e le visitatrici con un capolavoro del cubano Alejo Carpentier, I passi perduti, che negli anni ‘50 si lascia letteralmente inghiottire dalla selva senza tornare alla “civiltà” lasciata).
Amo i libri come questo che mi portano dentro mondi che non conosco. Viaggiatore ormai abbastanza immobile, temo che non vedrò il Perù, ma ne ho annusato l’aroma. E ho scoperto una musica ricchissima e finora mal frequentata, che Vargas omaggia commosso nel suo ultimo capo d’opera, Le dedico il mio silenzio. Appassionato come sono di tanghi e milonghe, di vallenato colombiano (Carlos Vives) e tonadas venezuelane (Tonada de luna llena), della messicana Chavela Vargas e mai pentito ascoltatore dei cileni, esploratore della Cuba che fu anche prima del Buena Vista (Ernesto Lecuona) e della galassia brasiliana in espansione, del Perù conoscevo finora soltanto le grandi Susana Baca, Eva Ayllón e Yma Sumac. Ho aggiunto la splendida Chabuca Granda, il cui Fina estampa avevo ascoltato nella versione di Caetano Veloso, e il pioniere Felipe Pinglo Alva (1899-1936, in rete ci sono numerosi omaggi). E mi immergerò in Jesus Vazquez, Lucila Campos, Lucha Reyes, Augusto Polo Campos, Oscar Aviles & Arturo “Zambo” Cavero, Cecilia Barraza e Bartola, tutte e tutti disponibili su Spotify. Pedro Soarez Vertiz no, non mi piace, anche se è popolarissimo e gli hanno dedicato un mural. Vargas Llosa auspicava che tutte queste musiche festose, esagerate, iridescenti e a un pelo dal kitsch potessero «creare un paese unico di cholos, dove tutti si mescoleranno e sorgerà la nazione meticcia in cui tutti i peruviani si confonderanno». 

INCIPIT

Stavolta saccheggio la biblioteca per passare in rassegna tutti gli incipit di Stendhal (1783-1842), scrittore prediletto da Leonardo Sciascia (e, si parva licet, anche da me).

Una brillante signora, che in fatto di letteratura non ha le idee molto chiare, si è rivolta alla mia indegna persona perché rivedessi lo stile di questo romanzo. (Armance)

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. (La Certosa di Parma)

Non sono un naturalista, e conosco mediocremente il greco; il mio principale fine, venendo in Sicilia, non è stato dunque di osservare i fenomeni dell’Etna o di chiarire in qualche modo a me stesso e agli altri quanto gli antichi scrittori greci hanno detto sulla Sicilia. (Cronache italiane

Era una sera della primavera del 182… Tutta Roma era in fermento: il duca di B***, il noto banchiere, dava un ballo nel suo nuovo palazzo di Piazza Venezia. (Cronache romane)

Cerco di rendermi conto di questa passione che in ogni sua manifestazione sincera assume un carattere di bellezza. (Dell’amore)

Incomincio a scrivere la storia della mia vita giorno per giorno. (Diario)

Signore, sono un libraio o, se preferisce, un bouquiniste; da quasi vent’anni esercito la mia modesta attività sul ponte di… e, malgrado la vicinanza alla Prefettura, non ho avuto finora nessun problema con la polizia. (In difesa dei librai)

Credo che siamo ingiusti verso i paesaggi di quella bella Normandia ove chiunque potrebbe andare a dormire questa sera. (Lamiel)

Luciano Leuwen era stato espulso dal Politecnico per essere intempestivamente uscito a passeggio un giorno in cui lui e i suoi compagni erano consegnati, e cioè durante una delle celebri giornate di giugno, aprile o febbraio del 1832 o del 1834. (Luciano Leuwen)

Sono stato sei volte a Roma, non è certo un gran merito, ma ricordo questo piccolo particolare perché così il lettore avrà forse più fiducia in me. (Passeggiate romane)

Milano, 29 giugno 1800… Sai che mi trovo a Milano, è una città grande come cinque volte Grenoble, abbastanza ben edificata. (Lettera alla sorella Pauline Beyle, Questo primo teatro del mondo)

Per occupare il tempo libero in questa terra straniera, ho voglia di scrivere un piccolo memoriale di quel che mi è accaduto durante il mio ultimo soggiorno a Parigi, dal 21 giugno 1821 al 6 novembre 1830.(Ricordi di egotismo).

Mi trovavo stamani, 16 ottobre 1832, a San Pietro in Montorio, sul monte Gianicolo, a Roma, c’era un sole magnifico. (Vita di Henry Brulard)

Mina di Vanghel nacque nel paese della filosofia e dell’immaginazione, a Königsberg. (Il rosa e il verde)

La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea.
(Il rosso e il nero)

Io scrivo la vita di Napoleone per rispondere a un libello. È un’impresa azzardata, perché questo libello è stato scritto dal talento più grande del secolo contro un uomo che da quattro anni si trova esposto alla vendetta di tutte le potenze della terra. (Vita di Napoleone. In risposta a Considérations sur les principaux evénements de la Révolution française di Madame de Staël)

POESIA

Alessandra Carnaroli. Da lettore non professionale, che legge per curiosità più che per obbligo di scrittura (c’è anche quello, ma non voglio farla lunga), certi autori li scopro tardi. Come quando mi capita di dire, il giorno dopo, a qualche amico che ha fatto gli anni: auguri in ritardo. Così mi sono imbattuto nella marchigiana Alessandra Carnaroli grazie a una segnalazione di Marco Bacci, che rispondeva a un mio suggerimento altrettanto urticante (Il buon male dell’argentina Samantha Schweblin, Einaudi, ne riparleremo). Mi ha fatto l’impressione di un furore necessario e, cercherò di dire perché, terapeutico.
La plaquette ha il titolo di un suo distico, Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane, ed è pubblicata nella prestigiosa collezione di poesia Einaudi, quella con una manciata di versi sulla copertina bianca. Leggo che Carnaroli, autrice di una cospicua batteria di libri di versi è, con brutto neologismo, “divisiva”. C’è che inorridisce a vederla nella collana che ospitò Rilke, Pavese, Caproni e Valery; chi (e sono letterati frustrati, mosche prigioniere nel loro bicchiere) insinua che sia raccomandata, “privilegiata”. Tutti, fra i detrattori, con la faccia schifata e il ditino alzato, a dire: sarà mica questo il modo di fare poesia.
E certo, questa è poesia in presa diretta con quel che accade e con l’aria che tira, a stretto giro di post(a), tagliente come una selce, affilata come una katana.

Ossi di pesca

Queste famiglie
Dove ci si accoltella
Come frutta fresca

Oppure, nei versi per le vittime dei femminicidi:

Ave Giulia
Avvelenata
Col topicida
E poi uccisa
A fine gravidanza
Il tuo compagno
Non poteva perdere
La grande offerta
Di ammazzarne
Due in una volta

Eppure, già in questi versi combattenti, più che un post-verismo ai tempi di internet, più che un brutalismo da social, c’è il tentativo di smontare e sabotare proprio quel linguaggio, la volgarità televisiva e giornalistica e social, il “dolce stil novo” che canta molte vite asservite al consumismo, che conta molte donne trasformate in prede sessuali (Milosz scriveva di vite come vuoti a perdere “quando la vita vale come l’oro”). Nei versi che ho riportato qui sopra, l’omicidio di una donna e del bambino che porta in grembo è come l’offerta di un discount: paghi uno e prendi due. 
In questi versi che diventano recita con tre attori (il personaggio che svela la propria ideologia, l’autrice che quella voce riporta evitando la trappola dell’io, il lettore straniato a cui la storia dovrebbe far cadere il velo), la realtà in apparenza più innocua, alla quale siamo assuefatti, diventa inquietante, si veda la sezione “questa madre”:

questa madre
che chiede la testa
dell’altra su instagram
donna infame
devi morire male
se non la volevi
potevi farla adottare
poi posta una
grigliata di pesce
la figlia accanto
tra le lische
questa madre
senza rotta
ora arpiona la figlia
con la bocca
ora la sperona
mentre fa la macarena
sempre voluto una bambina
per mandarla alla deriva
su instagram come
zattera fatta di ossa
e top ellesse da donna
questa madre
soddisfatta perché finalmente
tolgono il reddito di cittadinanza
da domani tutti a lavorare
basta parassiti dello stato
che stanno sul divano
a guardare peppa pig
che vi dobbiamo pagare la droga
l’amante straniera la pensione
il cellulare ultima generazione
la pillola del giorno dopo
l’operanzioncina tra le gambe
per diventare femmine
chi cerca trova
non mi dite che nel mondo
sono finiti i pomodori
venite a lavorare in nero
nel mio negozio di parrucchieri

Nel bellissimo Poemetto dell’Adriatico, con la sua eco potente di alluvioni e naufragi, ironia e sarcasmo giocano per antifrasi a svelare empatia e dolore: 

I bambini sono sempre gli ultimi a vederli
Si nascondono bene hanno dimestichezza
Sono piccoli si infilano dappertutto
Tutte quelle volte che ti giri un attimo e li perdi
Tra la gente nelle fiere al mare te li chiamano
Col megafono al supermercato
Luca attende la mamma al bancone dei surgelati
C’è un bambino da qualche parte nei campi
Magari in una vigna come grappolo
O piccola triglia di fango
Non bastano tutte le cassiere delle Marche
Per trovarlo
Questa cosa sempre uguale
Nelle tragedie che tornano prima
Abiti scarpe zoccoli fermagli
Scampoli di vita che s’impiglia
Resta a galla mentre il corpo
Nell’acqua si sfalda
Come carta
Chissà se per sbaglio alla felpa
Gli è rimasto il bimbo addosso

E poi Gaza, l’Ucraina, le guerre: 

5000 donne palestinesi
Si preparano a partorire
Entro un mese 
Che spreco di bambini
Nati ancora vivi

Può una poesia così contundente convivere con gli angeli di Rilke, con i cimiteri marini di Valery? Sì, può e deve, si fa poesia anche così. E versi che, come questi, non offrono consolazione, sono terapeutici perché ci obbligano ad aprire gli occhi. A vedere con uno sguardo diverso i vicini di supermercato, d’autobus, d’ombrellone. A vedere con uno sguardo diverso noi stessi.
Alessandra Carnaroli, Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane, Einaudi, 2025

Folgore e Cene. Che prodigio, anche senza la Commedia, i versi dei nostri primi poeti, dalla Sicilia alla Toscana. C’è il senso di meraviglia, l’energia creaturale, di quando le parole vengono dette per la prima volta. Da ragazzo amavo Folgóre da San Gimignano (1270-1332) e i suoi sonetti dei mesi, che ancor prima del liceo mi fece conoscere un amico sassarese di allora. Quei sonetti mi sono tornati in mente la scorsa estate, quando ho visto l’incantevole ciclo dei mesi che affresca il Castello del Buonconsiglio a Trento. Così ripropongo il sonetto di maggio:

Di maggio sì vi do molti cavagli,
e tutti quanti sieno afrenatori,
portanti tutti, dritti corritori;
pettorali e testiere di sonagli,
bandiere e coverte a molti intagli
e di zendadi di tutti i colori;
le targe a modo delli armeggiatori;
vïuol’ e ros’ e fior’, ch’ogn’uom v’abbagli;
e rompere e fiaccar bigordi e lance,
e piover da finestre e da balconi
in giù ghirlande ed in su melerance;
e pulzellette e giovani garzoni
baciarsi ne la bocca e ne le guance; 
d’amor e di goder vi si ragioni.

Cavalli facili da frenare, scudi e aste da torneo e stoffe, giochi cavallereschi e ludi amorosi, fiori che abbaglino e baci. A Folgóre dà la baia il giullare e rimatore Cene de la Chitarra, rovesciando i passatempi aristocratici in rumorose e “odorose” adunate di villici:

Il maggio voglio che facciate en Cagli
con una gente di lavoratori,
con muli e gran distrier’ zoppicatori: 
per pettorali forti reste d’agli.
Intorno a questo sianovi gran bagli
di villan scapigliati e gridatori,
de’ qual’ resolvan sì fatti sudori, 
che turben l’aire sì che mai non cagli;
altri villan poi facendovi mance
di cipolle porrate e di marroni,
usando in questo gran gavazze e ciance:
in giù letame ed in alto forconi; 
vecchie e massai baciarsi per le guance;
di pecore e di porci si ragioni. 

A Folgóre e Cene brinda Francesco Guccini nella Canzone dei dodici mesi

Robert Lowell. Una mia versione di Figli della luce, rivisitazione amara delle radici wasp americane. Il tormentato Lowell (1917-1977), due volte Pulitzer, bostoniano con pedigree (fra gli antenati aveva uno tra i firmatari della Costituzione degli Stati Uniti), assillato da tormenti religiosi (anche una conversione al cattolicesimo poi ripudiato), fu attivo nei ‘50 contro il maccartismo e nei ‘60 nel movimento dei diritti civili e nell’opposizione alla guerra in Vietnam. E fu grande poeta. 

I nostri padri estorsero il pane a legno e pietre
e i loro giardini li cintarono con le ossa degli indiani;
saliti sulla nave nella bassa terra d’Olanda,
pellegrini scacciati dalla notte di Ginevra, 
qui piantarono i semi di luce del Serpente;
e qui i riflettori rotanti esplorano per spaventare
le serre esuberanti costruite nella roccia,
e le candele gocciano sopra un altare vuoto,
e la luce è dove il sangue errante di Caino
brucia, e brucia insepolto il grano.

Aldo Tanchis. Romanziere (Pesi leggeriUna luce passeggeraL’anno senza estate: tutti da leggere), poeta, sceneggiatore, pubblicitario, editore e tanto altro. È Aldo Tanchis, classe 1955, di Lei in provincia di Oristano. Un sardo-milanese come me.
Frugo tra i suoi versi di quest’ultima raccolta che incorpora una sezione di Funus (ma il poemetto in morte della sorella Lavinia andrebbe recuperato per intero, versi tra i più intensi e compiuti, nel loro pudore-dolore, che abbia incontrato negli anni), ricordi d’infanzia sarda (Lei, estate 1965):

non restò altro da fare
che cucinarlo in sugo di pomodoro, il gallo
che la donnola svenò – entrata di notte
nel pollaio difeso da basilico e gerani
piantati in barattoli di pelati Casar
si lanciò come Achille sul gallo
affondando denti nel collo –
la donnola che resuscita i figli
e mastica finocchio 

e reticenti slittamenti di senso, in un verseggiare “tiepido” e talvolta ironico (La vita tiepida s’intitola una sua precedente raccolta) che rifugge allo stesso tempo grandi passioni e rancori ustionanti:

Stelle piovute
sul cielo rovesciato
alla fermata il piede scivola
sull’asfalto bagnato
sul dorso delle foglie
sul forse delle voglie…
Tu ed io, lo sai, abbiamo avuto
una costola in comune
ci siamo inseguiti
e lasciati avvinghiati
come camicie
dentro una lavatrice…
Così traditore il ricordo
che orna la pioggia
scatta un allarme
passa il filobus
alleggerite di linfa
si voltano le stelle.

Ha scritto di Tanchis una delle nostre maggiori poetesse, Antonella Anedda, «Chi legge percepisce e poi riempie lo spazio lasciato aperto dai versi come succede nei viaggi, in compagnia di visioni terrene, umane, condivisibili, che non hanno nulla di mistico o di soprannaturale ma nascono da quella intensificazione dello sguardo e del pensiero che le trasforma in arte». Meglio non si poteva dire. Accade per esempio con

Quando il giorno
è ancora notte
dal mio balcone
avverto la Terra girare –
sogno come sogna una prua
come sogna un seme
un sasso nuvola –
respiro come respira
un cassetto aperto
abbraccio come abbraccia
un armadio che si chiude –
dal foglio del letto
sogno come sogna 
la parola sogno.

Accade così, dopo avere ricordato che «Per il vento / tutto è vela», che si ritorni al sogno e al risveglio:

come ogni mattina
la mia anima è convocata
tra le 6 e le 8
le verrà offerta la colazione
e l’impressione
d’esser ben svegliata
dopo tanto lunare lavorare
potrà quindi inoltrare
domanda di chiarimenti
in merito a certe faccende
in cui è impigliata
emettere versi diversi
a seconda l’umore
e quindi slanciarsi
nel cielo fiera
sperando non la respinga
la zanzariera

Una raccolta di versi che ho cara, e che consiglio.
Aldo Tanchis, C’è una certa incertezza, 1000eunanotte, 2023

UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (5)
«Nessuno, vedendo Catherine Moreland da bambina, avrebbe mai immaginato che fosse destinata a diventare un’eroina. La condizione sociale, il carattere del padre e della madre, il suo stesso aspetto e il temperamento: tutto era contro di lei. Il padre era un ecclesiastico, né disprezzato né povero, anzi un uomo estremamente rispettabile, benché si chiamasse Richard, e non era mai stato bello. Godeva di una rendita personale considerevole, oltre a quella procuratagli da due parrocchie, e non gli passava neppure per la mente di chiudere le figliole a chiave. La madre era una donna pratica, di buonsenso e di buon carattere, e, cosa particolarmente notevole, possedeva un’ottima salute. Prima di Catherine aveva avuto tre figli, e invece di morire nel dare alla luce quest’ultima, come logicamente ci si aspetterebbe, aveva continuato a vivere, abbastanza da avere altri sei figli e da crescerli, sempre godendo di ottima salute».

L’abbazia di Northanger è del 1803 e quando viene ultimato la romanziera ha trent’anni. Un editore londinese lo rifiuta, forse perché prende di mira la narrativa alla moda: sarà pubblicato postumo nel 1818. Inutile cercare in questo piccolo capolavoro colmo d’ironia le grandi prove della maturità (per intenderci,  Orgoglio e pregiudizio arriverà dieci anni dopo, nel 1813), le sue figure femminili a tutto tondo, le psicologie e i conti in tasca della piccola e media borghesia rurale.
Catherine Moreland, protagonista ed “eroina”, non ha nulla della Elizabeth Bennet che tiene testa all’altezzoso Darcy: è una diciassettenne assennata e modesta, piuttosto ignorante e infatuata dei libri che Austen prende a bersaglio. I romanzi sentimentali che fanno lacrimare le giovinette, dove le mamme muoiono e le figlie orfaneggiano; e i romanzi gotici che le fanno piacevolmente rabbrividire, fitti di castelli in rovina, cripte umide e paurose segrete, dove padri esecrabili murano vive le figliole. E invece qui le mamme sprizzano salute e i padri tolleranza. 
Hanno inaugurato la moda dei romanzi di cui si pasce Catherine, per il versante sentimentale, il sentenzioso, tedioso e interminabile Pamela o la virtù premiata di Samuel Richardson (1740, in Italia ispirerà ai nostri giorni addirittura la serie tv Elisa di Rivombrosa). E, per il filone nero o gotico che dir si voglia, Il castello di Otranto di Horace Walpole (1764) ambientato in una Puglia medievale inventata di sana pianta e presto seguito da decine di storie che grondano romanticismo orrorifico e sepolcrale. Tra i più fortunati I misteri di Udolpho che fa ricca Ann Radcliffe (1794), più volte citato da Austen, dove una giovinetta (e orfana, ça va sans dire), nel solito castello fatiscente, è perseguitata dal soprannaturale e dai briganti (italiani, poteva essere altrimenti?).
Troverà un castello tutto per sé, abituata com’è a fantasticare, anche Catherine. Invitata a Bath da alcuni parenti, conosce il giovane Henry Tilney del quale si innamora, ricambiata. Invitata dal padre di lui, il generale Tilney, nella loro antica magione (l’abbazia di Northanger) sente aria di intrighi, carte segrete, misteri. Addirittura di un delitto che sarebbe stato commesso dal generale. All’inizio Henry la prende bonariamente in giro: «Con quanta paura esaminerete il mobilio del vostro appartamento! E cosa riuscirete a scorgere? Non certo tavoli, toilettes, armadi, o cassettoni, ma forse da un lato i resti di un liuto spezzato, e dall’altro un’imponente cassapanca che, nonostante tutti i vostri sforzi, non riuscirete ad aprire, e sul caminetto il ritratto di un bel guerriero, i cui lineamenti vi colpiranno in modo incomprensibile».
Per poi riportarla, assistito dallo humour di Jane Austen, con i piedi per terra. «Per quanto le opere di Ann Radcliffe fossero affascinanti, e per quanto fossero affascinanti anche le opere dei suoi imitatori, forse non si doveva vedere in loro uno specchio della natura umana, almeno di quella delle contee dell’Inghilterra centrale. Potevano forse descrivere fedelmente le Alpi e i Pirenei, con le loro foreste di pini e i loro vizi; e l’Italia, la Svizzera e il sud della Francia potevano forse essere fecondi di orrori quali venivano rappresentati. Ma nell’Inghilterra centrale… il delitto non veniva tollerato, e i servitori non erano furfanti, e non ci si poteva procurare veleno o sonniferi in qualsiasi farmacia, come fossero rabarbaro». Niente orrore e niente vizio, siamo inglesi. Quelli cercateli in Europa, ieri negli italiani e negli spagnoli machiavellici del teatro elisabettiano, oggi a Bruxelles. Ma, almeno, Catherine si avvia felice a un matrimonio assennato e non corre il rischio di morire avvelenata dall’arsenico e dalla cattiva letteratura come Emma Bovary. 
Jane Austen, L’abbazia di Northanger, traduzione di Linda Gaia, Rizzoli, 2004

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