Galindo e L’America Latina di Cavaliere e Scanavino. Viaggio in una notte che non vuole finire

In Arte

La Fondazione Emilio Scanavino e il Centro Artistico Alik Cavaliere, in collaborazione con Prometeogallery, presentano fino al 14 giugno la rimessa in scena di Omaggio all’America Latina (1971), il grande lavoro concepito da Cavaliere e Scanavino per la XI Biennale di San Paolo, con la performance “Homage to Latin America – VEILING” di Regina José Galindo in occasione della Milano Art Week 2026.

Prima di parlare dell’occasione che riattualizza Omaggio alla America Latina, occorre spendere qualche parola per ripercorrere la storia di questa grande e complessa opera a quattro mani concepita e realizzata da Alik Cavaliere ed Emilio Scanavino nel 1971 per essere inviata alla 11ª Biennale di Sao Paulo, e che, a causa della forza espressiva e comunicativa della sua istanza accusatoria, fu oggetto di censura e non venne esposta nel contesto per cui era stata pensata. La vicenda della censura di quest’opera è complessa anche per via del “gioco delle parti” recitato dai responsabili italiani e dai curatori brasiliani di quella che è passata alla storia come la “Biennale della Dittatura”.

Alik Cavaliere, Emilio Scanavino, Omaggio all’America Latina, 1971

Dai taccuini di Alik Cavaliere si evince che la gestazione del pezzo non fu cosa semplice e alla fine l’esito risulta un convincente esempio di collaborazione tra due artisti così diversi, nel contempo rappresentativo in modo efficacissimo della prassi di ciascuno. Essi sono intervenuti con segni loro peculiari che funzionano da sintetici ed efficaci emblemi di un profondo dolore civile: i grumi di colore rosso che si espandono (Scanavino) e i rami secchi che si contorcono (Cavaliere).
La concezione dell’insieme prevede una composizione a retablo. Le formelle che paiono a tutti gli effetti loculi cimiteriali, si presentano di colore nero nella parte alta, totalmente funerei, mentre quelli a sfondo bianco ospitano il sangue di una ferita e il nome di alcuni eroi della resistenza e della rivoluzione in Sud-America. Tra questi figurano il mitico comandante Che Guevara, Simón Bolívar, generale e patriota venezuelano, Libertador che ha svolto un ruolo decisivo nell’indipendenza di Bolivia, Colombia, Perù e Venezuela, il rivoluzionario cubano Frank País, che lottò contro il regime di Fulgencio Batista, Delfín Moreno, anch’egli combattente cubano sotto il comando di Camilo Cienfuegos, Carmelo Laborit, militante per un’idea di socialismo in Bolivia, Hidalgo, padre dell’indipendenza messicana. Sappiamo finalmente da pochi mesi, a seguito del ritrovamento di un documento prezioso conservato nell’archivio del Centro Studi Alik Cavaliere, che l’elenco dei nominativi è stato suggerito dal Comitato di Informazione “Delfin Moreno” di Massa: in una lettera del 14 luglio 1971 Arturo Schwarz ringrazia i membri di quell’organismo, salutati come “cari compagni”. È significativo che un ruolo chiave nella ricerca dei due artisti sia stato svolto da un profugo politico, attivista trotskista, studioso importante in diversi ambiti del sapere, editore e gallerista, esegeta e amico di Marcel Duchamp, cui si deve la diffusione della cultura surrealista in Italia.

Alik Cavaliere, Emilio Scanavino, Omaggio all’America Latina, 1971

Non è solo per zelo filologico che ci riferiamo al testo della già citata missiva, in quanto risulta decisamente utile dal punto di vista dell’interpretazione di Omaggio all’America Latina di cui fornisce una lettura simbolica in chiave ideologica degli elementi presenti nell’opera: “le forme a rami che vedete sul pannello rappresentano delle radici in bronzo che entrano nella terra (le masse) e che crescono anche, nella parte superiore del pannello, in direzione del cielo, preso come meta geografica (verso l’alto quindi, l’avvenire, la società socialista del futuro chiusa) e non naturalmente come luogo metafisico”. Soltanto un elemento appare a prima vista incongruo al contesto: una sbarra d’acciaio appoggiata su certi rami di Alik interrompe il ripetersi degli altri componenti dell’opera, ma Schwarz non ne parla. Quella sbarra ai nostri occhi aggiunge un che di meccanico al dolore, costituisce un accenno alla fabbrica della morte, sempre in funzione.
Omaggio all’America Latina, opera emblematica anche dal punto di vista linguistico in quanto egregio esempio di “nonumento” secondo il neologismo coniato da Gordon Matta-Clark, continua ad avere un valore politico e civile prepotente, le macchie rosse hanno il peso di grumi di sangue e i rami creano angoli duri e contundenti, nessuno degli elementi è compiaciuto e neppure può essere rilassante all’occhio dell’osservatore; anzi mi viene da dire che nel corso del tempo questo lavoro ha acquisito sempre più il senso del manifesto contro la violenza e l’oppressione tout court, quasi come un Guernica a quattro mani, imprescindibile perché parla sempre al presente.

Giorgio Gaber, 30 marzo 1974, Politecnico di Milano

Dopo essere stato scenario di un concerto di Giorgio Gaber al Politecnico di Milano il 30 marzo 1974 nell’ambito di un presidio antifascista, il 14 aprile 2026 presso la Fondazione Emilio Scanavino Omaggio all’America Latina è stato oggetto di un’interpretazione da parte di una delle artiste sudamericane più autorevoli sul fronte della denuncia politica e sociale di nefandezze e soprusi, la guatemalteca Regina José Galindo. Per la sua performance dal titolo Homage to Latin America / Veiling (Omaggio all’America Latina/ Velo), l’artista ha posizionato davanti all’opera del 1971 uno scarno altare sacrificale, formato da un basamento bianco su cui gocciola il sangue umano che, composto da una significativa miscela del proprio stesso sangue mescolato con quello di tre migranti sudamericani, intride il velo steso sul suo viso e sul suo corpo nudo sdraiato. È immediato il richiamo all’iconografia del sarcofago mortuario, reso però qui ancora più drammatico dalla sua versione viva e palpitante. La performance propone una sorta di contraltare del Cristo velato del Sammartini a Napoli, in cui la bianchezza algida del marmo qui è sostituita da “materiali organici”; avvicinandosi si può sentire distintamente l’acre e dolciastro odore del sangue. Intenso omaggio a un’opera che non ha mai perduto la sua forza, ma che adesso torna a essere sottoposta all’attenzione del pubblico, un’opera che dovrebbe essere acquisita da un museo per il suo complesso portato di significati storici, simbolici, etici e politici.

Regina José Galindo, Homage to Latin America / Veiling, 14 aprile 2026.
Performance commissionata e prodotta dalla Fondazione Emilio Scanavino e dal Centro Alik Cavaliere
in collaborazione con Prometeogallery Milano. Ph. Eric Davanzo

Un video girato durante l’azione resterà come testimonianza di questa performance come documentazione dell’avvenimento. La performance, si sa, è la forma artistica più voltatile ma la sua presa diretta non ha confronti. Nonostante l’estrema cura e precisione del progetto visivo, in questo caso il ruolo principale è stato sostenuto proprio dal coinvolgimento del senso dell’olfatto che ha accresciuto in modo determinante l’esperienza dello spettatore, sollecitandone radicalmente la partecipazione emotiva e rafforzando il carattere immersivo in quello che era già di per sé un set molto molto potente.

Regina José Galindo, Alik Cavaliere, Emilio Scanavino, Omaggio all’America Latina, Fondazione Scanavino, Milano, fino al 14 giugno 2026

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