Cercare l’uno dentro “il mare nel cassetto”: più di un omaggio a Franco Battiato

In Teatro

rotagonista, come sempre la musica, al teatro Menotti, anche fuori dalla sala Filippo Perego. L’omaggio di Giua e Anais Drago al cantautore di Ionia è un capolavoro di raffinatezza che elabora la sua eredità apprendendo da lui.

L’essenzialità del racconto teatrale è la vera protagonista dell’estate, quando alcune programmazioni teatrali si trasferiscono all’esterno e vengono accolte in luoghi che chiedono un diverso, spesso più agile impianto scenico. Che, nel caso della sesta edizione di Menotti in Sormani è sostanzialmente assente: eppure la scena del cortile d’onore della biblioteca è affollata: delle parole e delle intuizioni sonore di Franco Battiato, che seguono senza far percepire soluzioni di continuità quelle di Antonia Pozzi cui il giovane Antonio Mose dà voce in apertura. Sono altri frammenti di poesia quelli che prendono forma grazie alla voce di velluto e vetro della cantautrice genovese Giua, del violino spiazzante di Anais Drago, capace di trarne – o evocarne – molti di quei suoni sintetici od evocativi che hanno segnato la via sperimentale del Battiato degli anni Settanta. Il solido background anche squisitamente teatrale delle due interpreti si avverte nella costruzione di una partitura scenica a cui, a far da filo conduttore, si presta la voce di Silvia Boschero, che invece deve la sua impostazione e la sua storia soprattutto alla radio.

Ed è con questa linearità che srotola – come un gomitolo che, pur essendo in scena, resta a fungere da mero elemento decorativo – la vicenda di un bambino della provincia catanese, – un’appartenenza, quella alla sua terra natia, che lo accompagnerà sempre, come un’eco di nostalgia di autenticità e un destino di ritorno –  che a otto anni già domandava il senso della propria esistenza, evocando quella ricerca tra orizzontalità della condivisione e verticalità della spiritualità (nell’efficace immagine del testo) che ne segnerà la traccia umana e artistica. A metterci l’estro, l’arabesco dell’inaspettato, omaggiando il cantautore facendone proprio l’esempio, ci pensano le due musiciste, che scelgono l’asciuttezza di arrangiamenti fatti solo di basso, chitarra e violini ma che, da essi, sanno trarre tutta la multiformità del suono, che culla e pulsa, in cui le casse armoniche si fanno percussione e le corde del violino tornano alla funzione per cui una vecchia favola racconta siano nate prima che qualcuno scoprisse che un crine di cavallo regala loro la durata nel tempo. Suoni altri per dare altre vite a una memoria che profuma di zagare, un esempio che “getta un seme per ogni lampo di luce”: di quelli che sanno germogliare, come la “stranezza dell’amore”, anche mentre fuori c’è la guerra. E sanno rispondere al presente con un’elevazione che non è astrazione, proprio come quando il cantautore siciliano decise di portare la propria musica nell’Iraq in guerra, facendola risuonare a Baghdad insieme a musicisti a cui aveva portato le ance e gli strumenti per permettere loro di tornare a essere musicisti prima che vittime.

Ancora oggi che si può provare a contenerla tutta nella riflessione, quella di Francesco Battiato – diventato Franco anche in famiglia grazie a Giorgio Gaber per non sovrapporsi all’altro illustre omonimo che si andava imponendo in quegli anni, Guccini – “traiettoria imprevedibile, fatta di ascese velocissime e “codici di geometria esistenziale”, proprio come quella degli uccelli che le interpreti, in un guizzo interpretativo commuovente portano in scena dalla fonte sia in note e respiri che dalla fonte originale, perchè Battiato li canta lasciandosi magistralmente ispirare dal capolavoro della letteratura sufi “La lingua degli uccelli”, che da oriente accompagna (forse, anticipa, forse ispira, i pareri sono contrastanti) e specchia la Divina Commedia, per raccontare il viaggio del vivente verso un divino in cui trova l’immagine del proprio volto. In questo filo passato tra Oriente ed Occidente che, come quello di Maria Lai, unisce diversità solo apparenti, sta la più potente eredità consegnata al tempo dei muri da Franco Battiato e i suoi molti volti: il mistico sempre volto ad elevarsi, che fosse attraverso il sufismo o Gurdjieff, lo sperimentatore che dà vita alle prime vere declinazioni di prog in italia e sa giocare tanto con gli strumenti antichi quanto con una tecnologia che si mette a servizio, prima del tempo in cui diventerà cannibale, e infine l’artista che sceglie, lucidamente, di costruire il successo popolare, e lo fa portando le masse a ballare su “gesuiti, euclidei” e a cantare di “senso del possesso che fu pre alessandrino”;
Tradendo, di volta in volta, le aspettative, ma nel senso etimologico di portare dall’altra, morire a una forma e rinascere a un’altra.

Sfumature tenute insieme, secondo la sua lezione colta e popolare a un tempo, passando dalle perle della sua produzione per tenere insieme tutto il resto, comprese parentele ed evocazioni, da De Andrè a Rosa Balistreri, da una costruzione musicalmente eccelsa, in cui la parte narrativa avrebbe giovato forse di un impianto drammaturgico più solido e strutturato: avrebbe forse fatto eco anche in questo alla ricerca dell’assoluto del cantautore sicliano. E tuttavia, basta a racchiudere “Il mare nel cassetto” a apprezzarlo forse proprio avrebbe voluto lui, che tra “lo spirito” dell’emozione che suscita e la “scienza” della pura costruzione si mette dalla parte della natura, di quel che semplicemente accade. “E osserva”.

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