Battiato, viaggio intorno alla sua musica

In Musica

Esce nelle sale (dal 2 al 4 febbraio) “Il Lungo viaggio”, film che racconta la storia del grande musicista dall’infanzia agli anni milanesi. Le esperienze con l’elettronica, l’amore per le sonorità africane, i grandi successi, le collaborazioni con Giorgio Gaber, Giuni Russo e il compositore Giusto Pio. Tante canzoni, qualche salto temporale, non sempre giustificato. Interpretazione efficace di Dario Aita nel ruolo del cantante

Partiamo dalla fine, ovvero da una considerazione di fondo: forse era troppo presto per fare un biopic su Franco Battiato. E’ ancora troppo vicina la data della sua scomparsa – 2021 –  per avere la “giusta distanza” dalla sua immagine, è ancora troppo presto per riuscire a vedere con chiarezza quanto l’artista è stato importante  per la musica e la cultura italiana degli ultimi quarant’anni.

Ma le regole dello show business sono implacabili, e quindi esce nelle sale per tre giorni (dal 2 al 4 febbraio nelle sale Nexo, poi, con date ancora da definire, su Rai Uno e Rai Play) Franco Battiato. Il Lungo viaggio, film per la tv prodotto da Rai Fiction  con Casta Diva Pictures basato su una parte della storia del Maestro, dall’infanzia in Sicilia fino all’uscita de La cura nel 1996.

Ermes Frattini (Juri Camisasca) e Dario Aita (Franco Battiato)

Gli aspetti positivi del film sono molti: in primis l’interpretazione di Dario Aita, che si trasforma in un Battiato credibile, anche se interpretare un personaggio così ricco e sfaccettato non era per nulla facile. La regia di Renato De Maria “tiene”, a dispetto dei ‘buchi’ e salti temporali della sceneggiatura che non devono aver aiutato attore e regista.

Altro plauso a Dario Aita per l’interpretazione canora: tutti i brani di Battiato sono reinterpretati. La voce di Aita è riconoscibile, e personalmente non ho sofferto per la mancanza dei suoni originali, anche grazie al magico lavoro di accompagnamento di Vittorio Cosma e Giuvazza Maggiore, che hanno reinterpretato perfettamente le melodie delle canzoni.

Naturalmente nel film c’è tanta musica, e già solo poter ascoltare i brani di Battiato è motivo di soddisfazione. Dall’elettronica di Fetus alla fase della canzone pop coronata dal grande successo de La voce del padrone. Spesso i videoclip dell’epoca sono rifatti, per restituire la cura che Battiato metteva nei dettagli. Da ricordare anche Giuni Russo (Nicole Petrelli) e Giusto Pio (Giulio Forges Davanzati), che hanno ruoli rilevanti nell’economia del racconto, mentre Alice è solo citata e vista in tv nella vittoria sanremese del 1981.

Dario Aita (Franco Battiato) Foto @ Azzurra Primavera

Le ambientazioni della Milano anni ’70 sono accurate, soprattutto negli interni. La storia parte dalla Sicilia in cui cresce il piccolo Francesco Battiato, che diventa Franco nella metropoli lombarda dove sbarca per suonare ed “esprimersi”. E qui cominciano le prime forzature: tutti i personaggi milanesi della prima parte della storia parlano con un accento degno delle macchiette “alla Bramieri”, che apparivano già eccessive nella Milano anni settanta. Gianni Sassi – fotografo, creativo e discografico che aiuta Battiato a imporre la sua immagine – ha una cadenza da barzelletta, e anche Giorgio Gaber si esprime con un accento improbabile. Per non parlare poi dei discografici che Battiato incontra: manca solo la battuta sulla cadrega di Aldo Giovanni e Giacomo per completare l’opera…

Ma aldilà degli aspetti folcloristici legati agli accenti (ricordo che Rai Fiction ha prodotto un biopic dove De André parlava con l’accento romanesco), quello che a mio parere è discutibile è il mood complessivo della storia. Le vicende umane e artistiche di Battiato sono troppo spesso lette in chiave sentimentalistica, con un ruolo preponderante della madre come cardine centrale della sua vita – cosa parzialmente vera, ma non così dominante – e con alcuni salti temporali che non aiutano la comprensione delle vicende. 

Per esempio, il racconto omette completamente canzoni importanti come Povera Patria del 1991, passando dal 1988 al 1996 con La cura, che viene immaginata come canzone composta per la madre, scomparsa due anni prima. Per carità, Battiato incluse la madre tra le possibili ispirazioni del testo, ma il brano non fu scritto con un pensiero così preciso. 

Inoltre, la prima parte del film segue con attenzione gli anni “sperimentali” di Battiato a Milano, compreso l’episodio dell’esonero dalla leva militare. Ma perché saltare la partecipazione di Battiato al Festival del proletariato giovanile che si svolse al Parco Lambro nel 1974? 

E’ difficile rispondere a queste domande, anche perché la produttrice esecutiva del film è Francesca Chiappetta – amica di Battiato – e tutta l’operazione è stata approvata dalla fondazione Franco Battiato ETS. Probabilmente le scelte editoriali sono passate sotto la lente “distorta” dei prodotti per la televisione, dove ormai il racconto delle complessità non esiste e le storie devono emozionare e piacere al pubblico anziano, che ormai è il vero target televisivo. Se è andata così, è già tantissimo essere riusciti a mantenere nel racconto le avventure del giovane Battiato, con tanto di meditazione trascendentale e musica elettronica sperimentale.

Ma forse, come dicevamo all’inizio, si tratta più semplicemente di un progetto prematuro. Se siete amanti dell’opera di Battiato, potete anche evitare di andare al cinema e aspettare che il film venga trasmesso in tv. Se invece lo conoscete poco e siete incuriositi, andate a vederlo e poi informatevi, con affetto e meraviglia, su tutto quello che ha fatto: da sola, la vita di Battiato vale un tesoro.

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