Il viaggio di Battiato dal mare al volo sui tempi cupi

In Teatro

Le musiciste Giua e Anais Drago tessono con la voce di Silvia Boschero un omaggio a Franco Battiato che ne segue la scia raffinata e sapiente, personale e assoluta, per offrire una via per scoprire se stessi, e non soccombere ai tempi incerti.

“Ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra/Mi sentu stranizza d’amuri” rispetto alla versione andata in scena questa estate nella programmazione estiva del Teatro Menotti, anche un omaggio tra musica e pensiero a Franco Battiato, non può non dialogare con la realtà che gli sta mutando intorno. Cosi, appena si “tocca” il  “Il mare nel cassetto”, andato in scena al Teatro Oscar, partendo dalle radici, ovvero dal siciliano che riconnette Battiato alla sua terra di origine – l’unico scantonamento dal repertorio Battiatesco è, non a caso, Rosa Balistrieri. Difficile non resti nelle orecchie prima di tutto quel verso, cominciando dal Battiato in lingua siciliana, che dalla stranezza dell’amore che qui gli si dedica e in tutte le forme in cui l’ha saputo leggere e raccontare, vede la guerra. Ma forse si può comprendere meglio il cantautore catanese proprio a partire da questo, dal dato di realtà, se è vero che, come sostengono Silvia Boschero, Giua e Anais Drago sul palcoscenico, proprio Battiato non è soltanto un cantautore, ma un “marcatore temporale delle nostre esistenze”, che si fa carico della consapevolezza del mondo ma sceglie un modo caratteristico di prenderne una posizione, come quando durante la guerra del Golfo scelse di andare a suonare per la pace in Iraq con l’orchestra sinfonica di Baghdad, portando lui stesso le ance a maestri d’orchestra che avevano a disposizione solo il proprio mestiere e talento.

Seguire la traccia di Franco Battiato significa portare con sé soltanto una valigia che viene dal mare e che al mare – nella forma dei tratti che, a fondo scena – ha tracciato la stessa Giua in veste anche di pittrice – torna, per fare un viaggio verso un altrove che è elevazione e profondità sia in orizzontale per chiunque, tendente orizzonti altri, sia in verticale, per chi vuole, verso un contatto con l’Assoluto e con se stessi, sperimentare la vertigine e la consapevolezza di essere “sul filo sottile dell’esistenza” per imparare a saper sorgere dalle ceneri di sè. La musica di Battiato diventa allora uno strumento per far da guida verso il divino e scoprvi l’immagine del proprio volto, come nel Canto degli uccelli dell’autore persiano Farid ad-din Attar, che si direbbe antenato e modello  (a leggerlo con cura) della stessa Divina Commedia, se il nostro etnocentrismo ci impedisse di indagare davvero quanto due mondi lontani come l’Italia dei comuni e l’antica Persia possano essere entrati in contatto. Il classico della letteratura Sufi, in effetti, vale come metafora anche del lavoro del maestro di Milo, capace come forse solo gli antichi poeti di mettere in canzone, come si faceva proprio anticamente, le grandi urgenze dell’umano, e persino la mistica e la filosofia.

Sul palco milanese, a far le veci degli uccelli alla testa dello stormo ci sono la chitarra, il basso e la voce multiforme di Giua, una delle voci più personali e talentuose eredi della cosiddetta scuola dei cantautori genovesi, Anais Drago che, dal jazz alla musica colta fino ai palcoscenici dei teatri, fa suonare il suo violino in modi sorprendenti e liberi, che al servizio di Battiato si trasformano, coerentemente col Maestro, in un dialogo tra corde e sintetizzatori. E poi Silvia Boschero, celebre voce musicale della notte di Radio due che – con i mesi – ha trovato un più profondo e strutturato dialogo tra le componenti suonate dello spettacolo e il filo del suo racconto, che traccia la biografia del maestro per rispondere alla domanda di senso che gli si muoveva dentro fin da bambino: “io chi sono?”, e la fa conversare con lieve  intensità con i percorsi personali delle compagne di scena, a punteggiare un concerto che non fa mancare nessuno dei  grandi classici, dalla Cura a Cerco un centro di gravità permanente fino al Sanremo di Per Elisa, fino ai suoni complessi e al sapere profondo accomodato sotto il livello delle elencazioni ballabili. Inserendoli tutti però nella traiettoria delle intenzioni del loro autore, nel suo costante cercarsi, tradendo le aspettative del pubblico accomodato su quello che credeva di conoscere e forse anche di se stesso per aprirsi, dalla musica sperimentale al pop fino all’esplorazione dei suoni del mondo, a nuovi orizzonti possibili.  Il mare nel cassetto diventa allora – con un velo di ironia ma un simbolismo potente – il simbolo di tutte quelle “stagioni dell’amore” di cui proteggere un lampo autentico e non coprire il suono personale che le due artiste restituiscono con devozione e fascino, trovandovi dentro anche il proprio.
Un lavoro pieno di eleganza, di fascino e di echi, attraverso cui chiedere, in tempi fragili e sopiti, “Difendimi dalle forze contrarie La notte, nel sonno, quando non sono cosciente, Quando il mio percorso si fa incerto E non abbandonarmi mai”.

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