Il jazz dell’Olimpiade che ha cambiato la storia

In Teatro

Il “solito” Federico Buffa dà forma a un racconto ammaliante e rimasto delle olimpiadi del 1936, visto dagli occhi di Leni Riefenstahl e dell’uomo che si è accorto subito di cosa stava cambiando.

Ogni storia ha bisogno di testimone. Di uno sguardo che sappia coglierne il tratto che la  rende epocale. E di uno sguardo, che sia in  grado di restituirlo. Per raccontare le Olimpiadi del 1936, le più epocali della storia – insidiate nella memoria collettiva forse solo dal podio dei cento metri di Messico ‘70 – Federico Buffa (con Emilio Russo, Paolo Frusca, Jvan Sica) li scinde. Il testimone, in tabarro nero, cappello efusciacca, è il responsabile del villaggio olimpico. Elegante, meditativo e profondo, scopre come i ricordi gli arredi di un locale la cui atmosfera potrebbe essere quella di uno di quelli che dall’altra parte dell’oceano chiamavano speakeasy, di quei locali in cui si beve, si  conversa, una raffinata interprete canta e un pianoforte suona. L’emblema della Berlino di una manciata di anni prima, della repubblica di Weimar che, mentre si prepara la grande scenografia delle olimpiadi, il buio del nazismo ha reso soltanto un ricordo.

Lui lo sa. E forse è per questo che è come se volesse restare aggrappato a quel tempo sospeso, a un mondo altro. ZLa Berlino in cui Marlene Dietrich canta Lola e fa epoca a sua volta. Lo sguardo attraverso cui lo spettacolo, in scena al Teatro Menotti il 24 e 25 ottobre, sceglie di raccontare le undicesime olimpiadi moderne, è quello della donna che avrebbe potuto prendere il posto proprio in quella storica sequenza, se l’altra non fosse stata l’inarrivabile Dietrich, capace di fare dell’Angelo Azzurro un cult anche quasi un secolo dopo. Una giovane donna che – tuttavia, si è rifatta producendone a sua volta di ineguagliabili, tanto che, anche oggi, George Lucas, li studia per riprodurli identici. Sono, in effetti, immagini ancora perfette, epiche e poetiche, eroiche e umanissime, se è vero che nessuno, prima, aveva mai ripreso il pubblico di un evento simile.

Lei è, naturalmente, Leni Riefenstahl, e il film è quell’Olympia che ha un ruolo radicale nel costruire l’immaginario delle olimpiadi berlinesi, tra maratoneti eternati come ombre in movimento e corpi di atleti transfigurati da una camera che li osserva dal basso o in volo. Insieme al lavoro della sola donna che può mettersi, persino tra i gerarchi, il potere assoluto e il  fumantino carattere di chi non accetta che tutto sia meno che perfetto a costruire l’epopea olimpica sono, sono soprattutto, le vite e le vicende degli atleti che Buffa snocciola, col suo notorio talento interpretativo e la sua postura studiatamente confidenziale, col ritmo sincopato proprio di quegli anni e di quella città, che presto chiameranno jazz.

Ed è in effetti una partitura che sembra venire dall’America del sud, quella che Buffa porta in scena con il piano di Alessandro Nidi e la fisarmonica Nadio Marenco di come fidi scudieri. E che diventa invece compagna di scena e di viaggio in uno scivolare – con una voce calda e adamantina, Cecilia Gragnani – da Berlino a Parigi negli Stati del sud da cui proviene uno degli indiscutibili eroi di quei giorni, JC Owens che la sua timidezza ha consegnato al mondo come Jesse, che sfugge al dovere di portare gerle di cotone per tutta l’esistenza perché nelle sue gambe ha il riscatto di un pezzo di mondo. Idolatrato nel tempo della fiamma olimpiaca e rifiutaro al ritorno, quando nessuno, a un  campione con quattro ori olimpici, è disposto a concedere una stanza per una notte a New York, perché è prime di tutto un uomo nero. Is these a great country, or not? Si domanda con la voce di Buffa, che ha l’eleganza di non eludere mai la dimensione e i significati politici che hanno reso quei giorni tanto importanti, e anzi ai assuml’onere della spiegazione dei contesti e della disambuiguazione di ogni passaggio con pochi limpidi tratti.

E tuttavia, alle domande aperte per l’oggi risponde con un silenzio più chiaro di qualsiasi parola, come quando evoca gli staffettisti statunitensi che, esclusi perchè ebrei da una medaglia certa ebbero a dire: “ci ha fatto fuori il fascista. Non il loro, il nostro”, che una manciata di anni più tardi presiederà il CIo. O quando risponde senza verbalizzare a chi, allora come oggi, provava a sostenere che politica e sport si debbano scindereNon ci sono soltanto le storie più note, nelle due ore che volano via ingentilite da una verve affabulatoria che si affianca a una efficacia da interprete che gli avrebbe consentito di osare di più senza timore di caduta guidato da Caterina Spadaro, rinunciando al leggio che palesemente funge solo da moschettone di sicurezza. Per riannodare, si diceva, in una trama polifonica e densissima, anche altre vite, che solitamente consideriamo minori solo perché sono fuori dalla lente del nostro sguardo.

Per disattenzione, come nel caso dell’aiuto regista di Olympia, o perché non siamo educati a spingere il nostro sguardo in un altrove geografico come la Corea di Kee-Chung Sohn, Che rincorreva di corsa gli amici in bicicletta fino a diventare Vincitore della maratona. Corea una manciata di anni prima conquistata dai giapponesi, che a chi la abitava, come a quegli atleti giunti sul podio della gara più simbolica al primo e al terzo posto, hanno tolto tutto. Dalla patria, alla bandiera, fino al nome. Storie a cui, con sgarbo e lirismo, si restituisce uno spazio e una voce che lascia il desiderio accompagnarle tutte, di averne ancora. Di restare con ognuno di loro, mentre il ritmo rallenta e da un set pieno di ritmo si scioglie in una danza cuore a cuore, prima che cali sul mondo il buio che l’architetto simbolo del nazismo, Spare, scelse di far calare con lo spegnersi della torcia. Da quel buio, anche, sorge l’orrore che si sta avvicinando. 

Federico Buffa e una compagnia di talento costruiscono – con il collaudato schema che bilancia narrazione e musica, già molte volte messo in pratica sia sulla scena che in tv – un lavoro che funziona e ammaliasuggerisce e apre orizzonti. Si affaccia sul baratro della guerra in cui molte di quelle vite sono state perse, come Lutz Long, saltatore, rivale e amico di Owns che oggi riposa in in the cimitero di guerra ai piedi dell’Etna, e che prima di essere richiamato al fronte aveva fatto promettere all’antico rivale statunitense (con cui si giurati, mantenendo la parola, eterna amicizie, qualsiasi cosa accadesse ai loro paesi) di raccontare quei giorni. Nessuna del finale di queste storie è all’altezza del fulgore che le loro vittorie hanno dato a quei giorni, e tuttavia sono una potente dimostrazione della postura del mondo verso i suoi miti, e soprattutto di quanto lo sport, le sue imprese, la rabbia e il coraggio, che lo sostiene, siano una lente preziosa per leggere gli esseri umani.

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