Al Teatro Menotti fino al 24, Milvia Marigliano riporta in scena il testo di Flaiano in modo elegante ed evocativo: una prova d’attrice per chi prefigurava i mali del contemporaneo.
“Cercherò di scoprire quale stella sei
Perché mi perderei
Se dovessi capire che stanotte non ci sei”
La voce accogliente e tagliente di Iskra Menarini e le parole del capolavoro di Lucio Dalla raccontano molto meglio di come potrebbe fare una prevedibile Life on Mars, ad esempio, il senso e la chiave interpretativa del Marziano a Roma, che – fin nel suo comparire sul palcoscenico del Teatro Menotti, come una silhouette nera contro il cielo – non dice niente di sé ma tutto di noi. È sorprendente fin dalle sembianze che lo vedono emergere dal nero coi tratti di Milvia Marigliano stretta nei panni quasi maschili di un completo marrone con ampia cravatta (come il suo autore?), con cui incarna una voce che è parte attiva di quanto racconta, ma che si presta fin dall’incipit alla prosa elegante di Flaiano, ai suoi lampi di misurata raffinatezza con forti debiti letterari o, con la scioltezza vivida della grande interprete, al tono “sbranacato e casalingo delle grandi occasioni” che assumono, fuori dalle pagine, i cittadini della capitale quando vedono piovere una creatura aliena nel prato di Villa Borghese, con le loro coloriture romanesche e le frasi spicce e i corpi ripiegati su se stessi. Lo sono in quel quotidiano da cui hanno bisogno di fuggire, e allora ecco la smodata messe di lettere con cui si prova a sentirlo vicino, che vanno inevitabilmente dalle suppliche agli insulti inevitabilmente grotteschi, gli stessi che oggi vedremo fiorire nei commenti sui social.
Così si articola la speranza, per le persone comuni, in un’alterità che non può non avere la fisionomia del divo anni ’80 o del Cristo delle rappresentazioni, alto biondo e dall’italiano appena velato di insolito, dall’esotico ed evocativo nome Kunt. È altro da tutti ma somiglia a tutti i loro desideri la figura venuta a rompere una monotonia da cui viene però molto presto assorbita come se ne fosse stato un elemento naturale, accolta e poi assimilata da tutti i rappresentanti del potere e dell’alta società, in una passerella dal Presidente al Papa, che oggi riconosceremo senza fatica ad uso di contenuti social. Nell’Italia dell’immediato dopoguerra Flaiano trovava già lo spazio per il salace sberleffo al potere, ed è un’aristocrazia annoiata e presuntuosa che nella versione di Marigliano ha il tono e le parole di un gustoso omaggio a Franca Valeri e al suo iconico “cretinetti!”.
Per converso c’è anche il ritratto già disperato ma non privo di empatia di un mondo che sottometteva ogni alterità alla propria normalità avvicinandosela per poterla accettare o scegliendo l’ostensione a prezzo del pagamento del biglietto, ovviamente con i suoi sconti comitiva. Di cui ogni guadagno sarebbe andato – nemmeno a dirlo – a misteriose opere religiose che allora più apertamente di oggi spadroneggiavano. Intorno, le varie umanità dei Pascotto Lorenzo di ogni tempo, che sperano in qualcosa di diverso, travestendo dal pungente disincanto tutto romano la propria fatica quotidiana e la propria fame di creare idoli a cui affidarsi pur senza mai ammetterlo. Decenni prima della fama televisiva e un’era geologica prima di internet, Ennio Flaiano tratteggiava già il nostro bisogno di creare un mito e la velocità con cui poi, stancati del giocattolo, siamo sollevati di poterlo respingere, quando a sua volta esaurita la novità anche il Marziano stesso comincia a essere contagiato dalla nostra stanca solitudine. Dentro la favola, Flaiano ci accompagna con partecipazione a riconoscerci, e a essere spietati con le nostre meschinerie ma comprensivi con le nostre paure.
Forse per questo la regia in sottrazione di Emilio Russo chiede a una Milvia Marigliano che sperimenta tutta l’ampiezza della sua partitura vocale e interpretativa di misurarsi con un’interpretazione molto più misurata, lieve e calda di quanto si è abituati a vederla, chi soprattutto l’abbia scoperta di recente, magari al cinema. Ne ottiene una interpretazione ammaliante e a suo modo sorprendente. Dimostrazione, viene da sé, non soltanto della qualità di una interprete che qui regge un testo – dalla fortuna travagliata – da sola. Lo fa concretamente, nell’assenza di ogni scenografia, fatte salve le luci e i cieli dello sfondo, ma anche metaforicamente, riuscendo a restituire tutta la verità che la satira di Flaiano velava. Non resta che osservare, prima del buio, la stessa figura nera che a questo punto ha forse abitato tutti i sogni di riscatto e gli incubi di tradimento di tutti i romani che eravamo e siamo diventati, perdersi nello spazio profondo e nei suoi inebrianti colori, e chiederci insieme a Lucio Dalla quanto ci sentiremmo persi quando ci dovessimo rendere conto che i tre giorni in cui è stato in mezzo alla città eterna sono trascorsi e, senza regalare una sera dei miracoli, il Marziano è andato altrove. Non resterebbe che provare a consolarsi con quel che conosciamo: “Vuoi mettere come si sta a Roma e come si sta su Marte?”
Ph. Chiara Marigliano