Violetta Bellocchio: vent’anni dopo, davvero,”Il corpo non dimentica”

In Letteratura

Tre anni di buco: non una memoria, ma frammenti sparsi, pezzi che non combaciano, flash scombinati che illuminano una vita ustionata. Questo è quello che Violetta Bellocchio ha nella testa quando decide di riprendersi in mano attraverso la scrittura: ne nasce un mèmoire che è, insieme, inciampo e caduta, ematoma emotivo e chiave d’uscita. A vent’anni dalla sua pubblicazione, torna in libreria (stavolta per 66thand2nd) “Il corpo non dimentica”: storia di alcolismo, dipendenza, negoziazione con le parti più profonde e lesionate di sé, terapia e ricostruzione.

Fare del racconto di sé un vero materiale narrativo, riuscendo a non farsi fagocitare dal personaggio che porta il proprio nome ma – al contrario – trasformarlo in un grimaldello di sperimentazione letteraria, di controllatissima apparente anarchia del pensiero, rifiuto dei filtri – quantomeno, questo è lo studiatissimo patto narrativo col lettore – a garanzia di una viscerale sincerità.
Questo pare essere il materiale narrativo con cui Violetta Bellocchio lavora da diversi anni, in particolare nei romanzi usciti per Il Saggiatore – Electra, 2024 – e 66thand2nd – Studio Privato, 2025.
Proprio quest’ultimo adesso ripubblica il testo che ha dato origine a questo filone della produzione di Bellocchio, Il Corpo non dimentica, originariamente uscito per i tipi di Mondadori e che produsse alla sua autrice una overdose (la scelta del termine non è casuale, ci si augura nemmeno sciattamente ironica) di visibilità che informò e condizionò tutta la sua produzione successiva e anche la vita – nella misura in cui lei stessa sceglie di farla coincidere con i diversi io narranti – dell’autrice milanese.



Il testo rende visibile il solco in cui l’autrice si è mossa da lì in avanti, sia nello stile, sia nei temi, sia nella voce, tanto che potrebbe esserne, a chi lo leggesse digiuno della biografia di Belloccho, tanto la radice che l’esito.
Ma questo diario schietto e di necessitá urticante di una binge drinker che all’epoca della voce narrante toccava a malapena i trent’anni, dice in realtà più di noi che di lei, come sovente Bellocchio fa, e come fanno in effetti, i mémoire di chi possa a buon diritto definirsi scrittrice (o scrittore).
Racconta molto più del nostro sguardo sulle persone che – soprattutti oggi, soprattutto nelle città magmatiche e sfilacciate come la Milano di questo testo – abbiamo sempre più scientemente e rigorosamente scelto di spingere fuori dal nostro campo visivo: quelle di cui non siamo disposti a tollerare la visibilità delle conseguenze del peso della vita, quali che siano le cause che le hanno generate.

Bellocchio salda i propri debiti con la sceneggiatura e con il cinema, componente fondamentale dei suoi primi lavori, dentro e fuori le riviste, costruendo queste pagine come un viaggio dell’ero(ina) da manuale, inserito nella cornice di una acuta, e a suo modo esilarante psicoterapeuta, in ogni caso ben più saggia di quelli di Studio Privato, il cui personaggio ha nome Malerie – ecco ancora, rovesciato in ironia, far capolino il debito letterario – che fornisce alla paziente una serie di parole come inneschi per sbrigliare i pensieri, la memoria e i nodi psichici ed emotivi, in un percorso di autorecupero sovrapposto e successivo a quello degli Alcolisti Anonimi, cui la protagonista si dedica autoesiliandosi in una casa di famiglia nell’agosto del 2012.



In questo luogo di autoeletta sospensione da tutto fuorché da sé – e da ciò che ne concerne, Violetta rilegge se stessa, e scavando nella memoria espone e rimossi e ferite senza illudere che siano più gravi o giustificati di quelli altrui: ogni ragazza si è sentita, o ha creduto di essersi sentita, chiamare brutta, di aver fallito il proprio appuntamento con le promesse del destino, con i momenti di buio. Che nelle pagine di Bellocchio sono talvolta abissali, ma non sono mai pura ostensione, ma esercizi di comprensione ad un livello altro, quello garantito dalla letteratura.

La prosa di Bellocchio, il suo dialogo con il lettore che risuona dello stesso tono del flusso dei pensieri della sua autrice fuor di pagina, le somiglia come uno specchio senza smettere però di essere una consapevole elaborazione narrativa. E non cerca mai di diventare consolatoria, non indulge alla fame di compassione o morbosa partecipazione emotiva.
Sceglie il gesto clinico ed esatto del bisturi, che identifica, chiarisce e dispiega per come effettivamente è la realtà dei marginalizzati, degli invisibilizzati (senza mai smettere, però di essere osservati, biasimati, e volentieri manipolati)  perché scontano la colpa di non sapere o voler essere adeguati all’apparenza di capacità di abitare il mondo con l’efficienza e la scioltezza naturale che esso richiede anche (e forse soprattutto) quando si vestono eleganti e frequentano le feste della città bene, dietro le cui porte tutto l’orrore può accadere, e sovente accade, soprattutto per noia e supponenza.

Ancora una volta, tuttavia, a rendere brillante il lavoro di Bellocchio è l’assenza di compiacimento che l’autrice rivolge in primo luogo a se stessa, stilando fin dalle prime righe una diagnosi lucida sulla strettissima parentela tra le dipendenze e una forma epica di amore di sé, che non può che passare dal suicidio, fosse anche simbolico, come ogni amore tossico e letterariamente memorabile che si rispetti.

La chiave della letteratura, in effetti, si rivela utile a decodificare anche il vocabolario delle dipendenze, dietro cui si legge, spiega l’autrice milanese, il bisogno di trasformarsi nella storia perfetta che ogni scrittore vorrebbe saper scrivere, quale sia il prezzo che questa deve valere sulla pelle di chi lo sceglie.
Per arrivare ad accettare proprio la rinuncia a questa epica – “una binger deve sopravvivere, per morire ogni giorno di propria mano”, nel momento stesso in cui a frenare la giostra non serve il momento definitivo, tragico e lirico – che pure c’è, in Bellocchio, ma non viene mai deformato per per ubriacarlo di enfasi – “quando non finisce in cronaca nera diventa una parete di sussurri” – ma si traduce in un quotidiano frammento di consapevolezza della vicinanza di un confine dopo il quale non ci sarebbe stato più nulla da raccontare.
E allora, il fatto stesso di potervi dare parole, riconosce a vent’anni da quei giorni, è “un privilegio, non un diritto. Un’occasione [senza] seconde partenze”.

Dunque, tocca rifiutare l’allettante illusione di cancellarsi e ricominciare da capo (qui si avverte l’eco inevitabile di Electra) non eludere, nell’unica occasione data, il corpo a corpo con l’altra sé di cui la Violetta letteraria sa di essere abitata, che “non l’ha scelta” e che ne attende la resa, con cui l’obiettivo non può essere una impossibile vittoria ma, tutt’al più, “la convivenza”.

Non c’è autocompiacimento, né poesia nel riattraversare i propri buchi neri, come spesso vogliono fare e quasi mai ci riescono i più incoscienti (o coraggiosi?) tra coloro che si affidano a un bravo analista, forse invece il bisogno di riempire di parole il silenzio del giudizio, sia quello di un familiare o del vicino di posto sul tram. Un silenzio che può lasciare cicatrici più profonde di una delusione espressa con la violenza.
La dipendenza diventa allora la via migliore, più efficace e lirica allo stesso tempo, per allontanarsi dallo sguardo del mondo che tutto può vedere e valutare con la propria pretesa misura.
L’alcool diventa la strada maestra per scappare da quegli abissi e insieme buttarcisi dentro, proprio come eroi da chanson de geste che al proprio senno hanno deliberatamente rinunciato per accedere ad altro, a un abitare costantemente un altrove.

Quello di Bellocchio è un romanzo che stimola oggi forse più di quando è stato scritto, perché se allora era oggetto di dibattito oggi è possibile si diluisca nel rumore di un tempo sempre più angosciato e giudicante, “scemo e rumoroso”, scrive Bellocchio nella postfazione, vent’anni dopo, e dunque sempre più distratto. Ma che d’altra parte offre la risposta di cui si aveva bisogno (e che spesso manca) nell’annoso dibattito sulla proliferazione dei mémoire, ribadendo, senza avere la pretesa di farlo, che la vera via per dar loro valore e solidità è quella di sapergli restituire, da parte di chi le possiede, statura e consapevolezza letteraria. Altrimenti, il rischio è la pornografia.
A danno di chi – o delle parti di noi che – non si sanno difendere. E dunque finiscono col venire identificate con la malattia, quando erano, invece, nel loro esigere attenzione, “un tentativo di cura”.