Fino al 14 settembre Galleria Borghese a Roma ospita una mostra dell’artista keniota americana Wangechi Mutu, dal titolo Poemi della terra nera, a cura di Cloé Perrone. Il progetto è concepito come un intervento site-specific che si sviluppa nelle sale interne del museo, sulla facciata e nei Giardini Segreti, sfidando la tradizione classica, attraversando sospensioni, forme frammentate e nuove mitologie immaginate, cercando di creare un dialogo multistrato tra il linguaggio contemporaneo dell’artista e l’autorità antica. Con risultati discutibili, di cui qui discutiamo.
La Galleria Borghese di Roma – dove le mostre temporanee sono l’occasione per interrogare l’incredibile collezione permanente con occhi nuovi – accoglie dopo Louise Bourgeois e Giuseppe Penone l’intervento di Wangechi Mutu, artista kenyota che propone una riflessione sui corpi, il potere, la violenza e l’immaginario femminile. Il titolo della mostra, Poemi della terra nera, è evocativo di un’oralità perduta radicata in una memoria ancestrale e in una ferita ancora aperta, e annuncia opere che si presentano come presenze liminali. Corpi mutanti, aliene creature vegetali, forme avvolgenti e ambigue si insinuano tra Bernini e Tiziano, Rubens e Raffaello, Lotto e Bellini rivendicando, con una certa dose di spavalderia, uno spazio di visibilità e di potere, con il chiaro intento di mettere in crisi il canone, forzare la narrazione dominante, denunciare le matrici patriarcali e coloniali della storia dell’arte occidentale.

L’operazione, però, si arresta troppo presto, e questo di fatto non avviene. In uno degli interventi più emblematici della mostra, ad esempio, quello che coinvolge Il ratto di Proserpina di quel campione del patriarcato che certamente era Gian Lorenzo Bernini, Mutu ha installato un cielo sospeso di grandi perle nere, come un rosario dolente sopra la scena mitologica. L’allusione è trasparente: il violento rapimento della giovane dea da parte di Plutone viene reinterpretato come simbolo della sopraffazione maschile, con le perle a evocare lacrime, sangue, oppressione. Ma è proprio questa trasparenza a diventare un problema. Nel voler forzare la lettura dell’opera antica in chiave contemporanea, l’intervento di Mutu finisce per ridurla a supporto, a sfondo, a pretesto. Il mito viene decontestualizzato, svuotato della sua ambiguità originaria e soprattutto della sua complessità, piegato a una narrazione univoca in cui la vittima è sempre riconoscibile e la responsabilità sempre imputabile. L’Arte però, specie quella disposta a scendere agli inferi per disturbare le ombre del passato, non può accontentarsi solo di una semplificazione dei ruoli per ribaltarli strumentalmente, ma deve coglierne e condividerne la complessità per turbare anche il tempo presente.

Lo stesso si può dire delle altre incursioni dell’artista: affascinanti figure femminili che ibridano carne e natura, neri serpenti femminei in attesa tra le spire, sculture in bronzo che ostentano la loro alterità in un contesto occidentale, assemblaggi di materiale di scarto tra mosaici, dipinti e marmi immortali. Tutto è carico di intenzioni ma nulla è veramente in dialogo con ciò che lo circonda, così il dialogo, che presuppone un ascolto, diventa un espediente che si scontra con una evidente incomunicabilità concettuale. Mutu parla, si, con Bernini, ma non coglie le risposte, distratta da convinzioni ideologiche aprioristiche che fanno del Maestro assoluto della scultura barocca un fondale e non un interlocutore.
In questo senso, Poemi della terra nera è un esempio paradigmatico di quella retorica del progresso che scambia la denuncia generica per pensiero critico, la visibilità e la presenza per cambiamento. Senza mai arrivare al dunque, al cuore del problema, al nome e cognome che chiederebbe risposte alle tue affermazioni. Perché rendere visibile un problema non significa affrontarlo veramente, né tanto meno risolverlo, e l’estetizzazione dell’indignazione rischia, diventando prodotto per quello stesso mercato, di rafforzare proprio quelle strutture che sostiene di voler smontare.

Wangechi Mutu è artista colta, stratificata, decisa nel gesto e ambiziosa nel linguaggio ma, almeno in questa mostra, rimane ai margini di un dispositivo museale poderoso e la sua voce, anziché aprire contraddizioni, le risolve troppo in fretta in simboli riconoscibili, in allegorie affettive che non disturbano in realtà nessuno. Tutto è leggibile, tutto è spiegabile, tutto è già previsto, con dosi appena omeopatiche di spiazzamento e di complessità. Tanto che, alla fine del percorso tra sale e giardini, il suo tentativo di decolonizzare lo sguardo finisce per colonizzare le opere con le parole d’ordine del presente. L’Arte, se vuole incidere davvero, ha bisogno di tempo, di complessità, di domande senza risposta. A Galleria Borghese, per ora, restano solo le intenzioni.
Wangechi Mutu, Poemi della terra nera, Galleria Borghese, Roma, fino al 14 settembre 2025
In copertina: Galleria Borghese, Wangechi Mutu, Poemi della terra nera, Installation view, © Galleria Borghese, foto Agostino Osio