Per “non distogliere lo sguardo dal dolore di Gaza”, come ha di recente esortato Nan Goldin all’apertura della sua mostra a Milano, il critico d’arte e curatore Pietro Gaglianò riflette sullo sforzo quotidiano per restaurare il sentimento di appartenenza di chi abita in un territorio occupato abusivamente da un regime coloniale, attraverso il racconto del lavoro dell’artista visivo palestinese Khaled Jarrar e dell’impatto sociale e politico che l’Arte e il linguaggio possono avere sulla realtà.
Diamo il nome alle cose che conosciamo, e sentiamo di conoscere le cose alle quali abbiamo dato un nome o, quanto meno, sentiamo di partecipare alla loro vita interna, alla loro storia, alla loro possibilità di esistere nel futuro e questo ci conferisce un posto nel mondo, la possibilità di pensarci a casa in un dato luogo. Abitare in un territorio occupato abusivamente da un regime coloniale impone uno sforzo quotidiano per restaurare questo sentimento di appartenenza, per osteggiare e decostruire tutti i tentativi di appropriazione culturale e semantica messi in opera dall’occupante. Lo sanno bene le nazioni che ancora dopo decenni di emancipazione dal giogo coloniale continuano a battersi per ripristinare la toponomastica originale delle loro terre – il caso più risonante è forse quello di Mumbai che dal 1995, sia pure tra molte controversie, similmente a quanto è accaduto in centinaia di altre località in India, ha rifiutato il retaggio coloniale del nome Bombay. Lo sanno bene i popoli che lottano per venire chiamati con i nomi che usano per sé stessi secondo la loro lingua, come i Sámi, tra gli altri, che in troppi chiamano ancora Lapponi usando un termine con connotazioni razzializzanti e degradanti.

E lo sa bene Khaled Jarrar, artista, regista e attivista palestinese nato a Jenin nel 1976. Il suo lavoro è fortemente ispirato dalla vicenda politica della Palestina e, più in generale, dai conflitti e dalle tragedie umanitarie della regione (tra le sue ultime fatiche c’è Notes on Displacement, un film del 2022 che, con l’impiego di video e audio realizzati dagli stessi protagonisti, ricostruisce il viaggio di una famiglia di rifugiati palestinesi dalla Siria verso la Germania, lungo la rotta balcanica).
Jarrar riconosce all’arte la possibilità e la responsabilità di contestare il colonialismo sionista che già prima della Nakba, nel protrarsi dell’occupazione illegale della West Bank e fino alla normalizzazione del genocidio di Gaza, conduce una campagna di mistificazione storica e appropriazione dell’immaginario, inventando tradizioni per darsi legittimità culturale e un radicamento territoriale nell’area. Le opere di Jarrar, che includono produzioni filmiche, sculture e installazioni, si rivolgono forse all’occupante ma sicuramente lanciano un’accusa al complice silenzio delle autorità e dei media europei e nordamericani. Concrete Palestine è il titolo di una serie di sculture realizzate con il cemento prelevato dal muro di separazione in Cisgiordania: tra queste anche una riproduzione in scala del muro stesso, eretto in una galleria di Londra nel 2013. Altrove, nel 2023, alcuni oggetti vengono traslati nella forma di maglie cucite a mano con monete dorate da 10 agorot (la valuta ufficiale israeliana circolante anche in Cisgiordania), simbolo del giogo finanziario e della presenza militarizzata.

Courtesy l’artista and Ayyam Gallery, foto Kelise Franclemont
I progetti di Jarrar aprono spazi inattesi per rinegoziare discorsivamente i concetti di confine e di cittadinanza e in questa prospettiva si pone il timbro per passaporti dello Stato di Palestina che dal 2011 l’artista imprime sui documenti di viaggio di volontari, cittadini di ogni nazionalità. Il simbolo scelto da Jarrar per il timbro (e poi per tirature di francobolli e per un premio cinematografico e, anche senza il consenso dell’artista, usato in molti altri contesti) è un passeraceo endemico: il Colibrì della Palestina (Cinnyris osea), noto anche come Nettarinia della Palestina o, in inglese, Palestinian sunbird. Le istituzioni israeliane contestualmente stanno cercando di rimuovere il riferimento alla Palestina riportando, anche in atti ufficiali, “Northern Orange-tufted Sunbird” come nome comune per il Cinnyris osea. Sulla scia del clamore prodotto dalle azioni di Jarrar, dal 2015 anche l’Autorità palestinese ha adottato questo uccello come proprio emblema, e dal 2018 si trova su molti prodotti di esportazione palestinese.

La contesa sul nome di un uccello è all’apparenza ininfluente sulla storia, e certamente marginale nel quadro drammatico dell’occupazione in Palestina, ma dimostra quanto sia fondativo il legame tra la lingua e le comunità, quanto sia esteso il potere di ancorare le persone al sentimento di appartenenza, in un modo ben più che simbolico.