Gaza, il futuro ha un cuore antico. Non cancellerete la storia del mondo

In Arte

È aperta fino al 27 settembre alla Fondazione Merz di Torino la mostra “Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”, prodotta in collaborazione con il Museo Egizio di Torino e MAH – Musée d’art e d’histoire di Ginevra, a cura di Beatrice Merz, Silvano Bertalot e Giulia Turconi. Una mostra che, attraverso il dialogo tra archeologia e arte contemporanea, restituisce la profondità storica e culturale di Gaza, inserendosi nel dibattito sulla distruzione di un patrimonio culturale fatto non solo di siti archeologici, monumenti storici o segni del passato perduti o gravemente danneggiati, ma anche dalle persone che li hanno vissuti, celebrati e identificati come parte della loro eredità culturale e che ora sono morte o fuggite dalla distruzione.

La necessità di preservare storie, legami, visioni è ciò che ha mosso il progetto di Fondazione Merz, Museo Egizio di Torino e MAH – Musée d’art et d’histoire di Ginevra, reso possibile dall’assenso dello Stato di Palestina con il sostegno del CIPEG – Comité international pour l’égyptologie (ICOM) e che ha dato vita a “Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”, ospitata a Torino negli spazi di Fondazione Merz e in mostra fino al 27 settembre. Questa importante mostra rappresenta una luce nel buio del panorama artistico italiano di medio e alto livello, imbrigliato nella morsa del compromesso morale, dei ricatti o dei tentativi di cannibalizzare gli artisti palestinesi con la spettacolarizzazione del disastro.
Gaza, il futuro ha un cuore antico, costituisce il tentativo di rendere, attraverso una visione d’insieme, in cui i reperti archeologici custoditi dal MAH dialogano con opere di artisti contemporanei, un’importante ricostruzione storica in cui emerge una Gaza custode di meraviglie millenarie e crocevia di scambi tra popoli e culture nel cuore del Mediterraneo. Dalle statuette di Afrodite, ai lacrimatoi, alle anfore per custodire prezioso vino, quella che ci arriva è la testimonianza di un passato di rigogliosa forza e bellezza estrema.

Gaza, il futuro ha un cuore antico, Fondazione Merz, Torino.
Statuetta raffigurante Iside-Afrodite, Museo Egizio Torino, Photo R. Ghiazza

L’urgenza contemporanea, nello sfacelo che lo Stato di Israele è stato in grado di compiere con la complicità di un Occidente che non è in grado di riconoscere nei palestinesi il proprio stesso volto, consiste nella costruzione di dispositivi per tenere viva la memoria, per far si che non vada tutto perduto. Gli archeologi che hanno salvato i reperti in mostra e che da tempo avevano capito la gravità della situazione non sono gli unici ad aver risposto a questa urgenza: dal 2018 il Museo Palestinese di Birzeit sta costruendo un archivio digitale che oggi raccoglie oltre 500mila fotografie, lettere, mappe, documenti e filmati, conservati in più copie distribuite nel mondo, così da garantire che la memoria storica della Palestina possa sopravvivere anche alla distruzione del patrimonio culturale custodito negli archivi e nei musei.
Questa stessa modalità di approccio sta alla base dell’opera di Khalil Rabah presente nella prima sala espositiva della Fondazione Merz, in cui, tra scatole di imballaggio che richiamano la dimensione dell’esodo costante, siamo invitati a raccogliere e custodire, proprio come un reperto, una cartolina proveniente da un sito palestineste che attualmente già non esiste più, se non in quelle foto, perché distrutto dall’IDF. Secondo i dati verificati dall’UNESCO, solo dal 7 ottobre 2023 fino al marzo 2026 sono stati provocati danni a 164 siti culturali. Nella Gaza cuore del Mediterraneo, ponte tra Europa, Africa e Asia raccontata in questa mostra figurano brocche di origine cipriota, reperti dalla Grecia e da Babilonia, una ciotola nabatea da Petra, una lampada a olio dall’Egitto.

Proprietà dell’Autorità Palestinese, in deposito temporaneo presso il MAH – Musée d’Art et d’Histoire de la Ville de Genève. Foto Alberto Ricci

Osservando questi reperti la stretta allo stomaco è inevitabile quando lo sguardo tocca la drammaticità delle opere contemporanee che, attraverso giovani alberi sradicati, corpi fatti a brandelli e calchi di arance lasciate a marcire, ci restituiscono tutto il dolore di una Gaza che vogliono far scomparire con la sua gente, a suon di bombe, colpi in testa, occupazioni illegali, abbattimento di edifici e sterilizzazione dei campi. Di fronte a queste opere si dispiega chiara una operazione di annientamento sistematico che passa per corpi e territori, e questo perché la cultura si fa corpo attraverso il territorio, la sua acqua, i suoi elementi, i suoi alberi e forse vale la pena ricordarlo.
E’ così che i calchi in ceramica di Mirna Bamieh ci parlano con estrema forza espressiva di una storia di negazione di identità e tradizioni: è la storia delle arance di Jaffa, le preziose arance simbolo della terra di Palestina e di un commercio florido che accomunava ebrei e arabi prima della contesa dei territori. Le arance di Jaffa (della varietà Shamouti) sono nate in Palestina a metà del XIX secolo. Diventate celebri per l’assenza di semi e la buccia spessa, ideali per l’esportazione, dopo il 1948 sono diventate un potente e controverso simbolo storico, prima dell’identità palestinese, poi, con una operazione di marketing, di quella israeliana che a seguito della Nakba ha adottato e promosso a livello globale quelle arance come simbolo agricolo dello Stato di Israele.

Gaza, il futuro ha un cuore antico, Fondazione Merz, Torino, exhibition view, photo R. Ghiazza

Ma quelle erano le arance che il padre di Mirna coltivava nella sua terra e che oggi nella sua opera ritroviamo cristallizzate e impreziosite con pigmenti luminosi mentre marciscono. Come se il tempo si fosse fermato un attimo prima del disastro, quell’attimo in cui si può ancora sentire l’odore dolciastro e aspro della marcescenza dei frutti camminando tra gli agrumeti. Quest’opera sembra dialogare con una poesia di Mahmoud Darwish che ci chiede “come può l’aranceto sempreverde essere trascinato in prigione, in esilio, verso un porto, e, nonostante tutti i suoi viaggi, nonostante il profumo di sale e di nostalgia, restare sempre verde?”. L’antidoto contro colonizzazione e furto d’identità che sembra suggerire Mirna è la memoria. Non a caso le sue arance sono state esposte su una parete che ospita una gigantografia di una foto d’archivio scattata mentre gli agricoltori raccolgono le arance prima della Nakba.

Samaa Abu Allaban, Reimagining Homeland, 2023

Gli aranci non sono l’unico albero degno di nota in questa storia di soprusi. Paola Caridi, ad esempio, ci racconta la storia della Palestina attraverso i gelsi di Gerusalemme, dei sicomori di Gaza, ma c’è in particolare un albero, da sempre citato nelle sacre scritture, presente nei tessuti assieme alle reti da pesca, nelle produzioni artigianali, nell’alimentazione a Gaza. Sono gli alberi dalle radici profonde, capaci di sopravvivere senz’acqua per molto tempo, i giganti del Mediterraneo del Sud: gli ulivi. Nella mostra appare potentissima e inequivocabile la visione di un’altra opera di Khalil Rabah in cui 11 giovani alberi di ulivo, sigillati all’interno di una teca trasparente con le radici esposte, mentre muoiono, mentre essiccano ogni giorno di più, mentre la linfa esaurisce, soffocano in un grido spezzato. L’opera fa parte del suo progetto a lungo termine The Palestinian Museum of Natural History and Humankind. Quest’installazione funge da potente metafora: gli alberi, sradicati dal loro habitat originario e costretti in una teca espositiva, diventano il simbolo della sradicazione, dell’occupazione e della minaccia all’identità culturale e agricola palestinese.

Mirna Bamieh. Sour Things Project. 2024. Ceramics. Photography by Patrícia Soares. Image courtesy of NIKA Project Space

La quasi totalità dei terreni agricoli della striscia di Gaza (oltre l’86%) è stata rasa al suolo, aggravando l’emergenza alimentare della popolazione; diffusissima è la perdita di fertilità del suolo dovuta a contaminazione da carburanti e distruzione agricola diffusa (FAO, 2024); il sistema agroalimentare locale è crollato e gran parte della produzione autonoma è azzerata. L’approvvigionamento alimentare a Gaza dipende ormai quasi interamente dagli aiuti internazionali, in un quadro di carestia conclamata; i prezzi alimentari sono saliti fino a 1400% e le famiglie obbligate a raccogliere erba, uccidere animali selvatici o consumare animali domestici come ultime risorse. Dati tecnico-scientifici stimano perdite del 90% dei bovini e del 60–70% dei piccoli animali (capre, pecore); l’industria della pesca è stata anch’essa devastata: oltre il 75% delle imbarcazioni distrutte, pescatori feriti o uccisi e l’ingresso in mare condizionato da blocchi militari. La perdita di copertura vegetale sta innescando fenomeni di desertificazione e frammentazione ecologica in tutta la striscia. Ma il reato di ecocidio non è stato ancora riconosciuto formalmente dallo Statuto della Corte Penale Internazionale. Eppure la devastazione ha reso la Striscia una terra altamente contaminata, dove suolo, falde acquifere e aria sono compromessi, rendendo l’area quasi del tutto inabitabile e vanificando le prospettive di una ricostruzione a breve termine.
L’opera che forse in maniera più aperta e toccante intreccia una storia fatta di bellezza e odore di rose alla violenza della colonizzazione e della contaminazione ambientale è “She Still Wears Kohl e Smells Like Roses”, un documentario di Dima Srouji che esplora la storia del vetro in Palestina attraverso lo sguardo delle donne che scavarono con le proprie mani nei siti palestinesi poi saccheggiati da archeologi britannici e statunitensi. Il film è una conversazione tra sua nonna e la sua terra nella città di Ramla (che significa “granello di sabbia”) da cui fu costretta a fuggire nel ‘48.

Khalil Rabah, About the Museum, 2004-2011 cassa di legno, vetro, 11 piante di ulivo, testo. Courtesy the artist

Il fiume della città di Ramla oggi è inquinato dagli scarichi di una fabbrica di armi israeliana. Oltre il 90% dell’acqua potabile a Gaza è considerata non sicura secondo l’OMS (WHO Gaza Reports 2024). Impianti di desalinizzazione, condotte principali e impianti di trattamento delle acque reflue risultano colpiti da bombardamenti (UNEP, 2024) e sono stati rilevati livelli anomali di tungsteno, uranio impoverito e altri contaminanti persistenti nelle aree colpite (Al-Saqqa et al., 2023). Da quando è stato annunciato il cessate il fuoco nell’ottobre 2025, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi in tutta Gaza, eppure la sofferenza non si limita a coloro che sono morti; più di 400 bambini sono rimasti feriti, molti dei quali con ferite gravi (dati UNICEF). Dai report UNICEF emerge che in una sola settimana “una ragazzina di 12 anni – mentre si trovava nella sua tenda – è stata colpita al petto con munizioni da un’arma montata su una gru; una bambina di tre anni è stata colpita al volto da un proiettile sparato da un drone quadricottero mentre si trovava all’interno della sua casa. I medici stanno curando emorragie cerebrali, lesioni devastanti alla testa, al torace e all’addome, traumi che cambiano la vita”.
Ma questo schifo non è solo palestinese: l’UNICEF dichiara che in Libano, dopo oltre 100 giorni di intensificazione delle ostilità – a partire dal 2 marzo – 247 bambini sono stati uccisi e quasi 1.000 feriti. Si tratta di una media di 12 bambini uccisi o mutilati ogni giorno. La volontà di fare a brandelli corpi e anime dei popoli che resistono è ciò che contraddistingue ogni forza imperialista, ogni mente colonialista; è il motore immobile che porta all’uso della fame, della sete e dello stupro come armi di guerra. I corpi degli uomini e delle donne palestinesi sono territorio di conquista tanto quanto i loro campi fertili, le loro arance, i loro ulivi e la loro acqua. L’inchiesta del New York Times condotta da Nicholas Kristof conferma le inchieste di Onu, B’Tselem e Save the Children che accusano il governo israeliano di usare violenza sessuale e tortura in modo sistematico contro uomini, donne e bambini. Per spezzarne legami, integrità, corpi.

Dima Srouji, Phantom Votives, installation view, photo R. Ghiazza

Questi corpi fatti a pezzi sono evocati dall’opera di Dima Srouji in cui calchi in cera d’api di brandelli di corpi numerati sono sospesi come Ex Voto nel buio dell’ultima stanza della Fondazione Merz; dove sembrano riecheggiare fortissime le parole di Vivien Sansour “Oggi ci riuniamo simbolicamente per seppellire i martiri della Palestina, perché meritano una sepoltura divina. Una parte del nostro spirito viene uccisa da queste forze imperialiste”. Vivien Sansour è la fondatrice del progetto Palestine Heirloom Seed Library (Biblioteca dei Semi dell’Eredità Palestinese), da anni ormai preserva semi antichi palestinesi, costantemente minacciati dall’agrobuisness. Vivien ha scelto di perseguire la strada della cura della terra, della tutela di un’identità a rischio attraverso la raccolta di sementi indigene che resistono a malattie e sono in grado di svilupparsi in armonia con l’ambiente in cui si trovano. Gli scritti della sua opera “Seeds out of concrete” scandiscono il ritmo dello spazio espositivo.
“Ho visto semi spuntare dal cemento, ho visto persone emergere dalle macerie, ho conservato i miei semi nella cenere e ho visto la vita insistere su se stessa non grazie a noi, ma nonostante noi”.
La forza della Palestina è nella vita stessa, nei semi dei campi, negli alberi millenari, nei ventri materni, nella resistenza antimperialista.
La lotta del popolo palestinese è la lotta per la vita di tutte le forze di riproduzione messe assieme.
Non cancellerete la storia del mondo.

VIVA, VIVA, VIVA
VIVA PALESTINA.

Gaza, il futuro ha un cuore antico. Fondazione Merz, Torino, fino al 27 settembre 2026

In copertina: Akram Zaatari, On photography dispossession and times of struggle, 2017. HD video, 37”. Courtesy the artist and Thomas Dane Gallery