Come intuì Allen Kaprow teorizzando gli Happening, eventi collettivi e partecipati come forma di espressione artistica alla base di Fluxus, quei momenti di “festa senza programma prestabilito, in cui tutto può succedere” – come da significato traslato del termine – sono momenti di vita che scorrono nel momento presente cristallizzando la loro naturale aura di opera d’arte. È la vita che imita l’arte nell’atto spontaneo, nello slancio, nella partecipazione. In quest’ottica, allora, quello che è successo lo scorso 22 settembre in Stazione Centrale a Milano è un happening, una forma d’arte collettiva che sgorga giovanili irruenze da tempo sopite, cristallizzandone lo slancio in forza e bellezza. Edoardo Peli, giovane studente di Belle Arti, ci regala il suo racconto dal vivo di quei momenti.
Lunedì 22/9.
Camminando nel grande ingresso della stazione Centrale a meno di un paio d’ore dagli scontri, si aveva la sensazione, oltre che l’immagine, che nulla o quasi fosse successo: una delle pesanti porte metalliche del cancello, forse lasciata come plastico monito dalle forze dell’ordine, era ancora per terra, mentre qualche fabbro completava la sostituzione dei vetri incrinati di una delle tante porte di vetro d’accesso all’enorme edificio. Se non fosse stato per le decine di cilindri di plastica lasciati dai lacrimogeni sparati dalla Polizia sulla folla, l’androne della stazione e la piazza sarebbero stati di nuovo perfetti, puliti, inattaccabili. Eppure, non è stata la solita protesta e di questo dovremmo avere premura. È una pratica complessa, oggi che la nostra percezione si trova gettata in un presente inarrestabile e caotico, dove riuscire a soffermarsi su quel che accade sembra impossibile. La “frattura” con la realtà è così palese e manifesta che vien da chiedersi se l’uomo non sia da sempre stato così, se ontologicamente l’uomo non sia inadatto alla cura del ricordo. A scontri oramai finalmente fermi, mentre da via Pisani rumoreggia in sottofondo una folla che per strada invoca il proprio diritto a continuare la protesta, in stazione tre o quattro addetti passano veloci per ripulire il poco di disordine rimasto. La violenza che proveniva dalla folla (un bagliore rispetto alla totalità della manifestazione pacifica) e dalla polizia si è ormai dissolta.
È il tentativo di ingresso nella stazione da parte dei manifestanti che scatena la violenta, cieca e smisurata risposta da parte delle forze dell’ordine con il primo lancio di lacrimogeni, quando i cancelli esterni della stazione erano già stati forzati dalla folla: una moltitudine di persone di ogni età ed estrazione ma soprattutto composta da ragazzi.

Quale traccia, se ve n’è una, può rimanere di questa manifestazione? Quale differenza rispetto alle molte altre per Gaza? La più palese è anche la più degna di nota è che sia l’inizio che il proseguo della protesta siano avvenuti in grande autonomia, perlopiù da parte di giovani e giovanissimi: basti vedere come gli arrestati, perseguiti oggi con arresti domiciliari e impossibilitati illogicamente a seguire le lezioni, siano diciassettenni e i segnalati quasi tutti ancor più giovani. Gli scontri che come detto sono rimasti fortunatamente pochi e isolati, tanto che non vi sono feriti gravi da scontro diretto né tra le fila delle forze dell’ordine ne fra i protestanti, vennero poi nella parte finale parzialmente comandati da chi altro non aspettava che quel momento (lancio di oggetti e barricate improvvisate in risposta alle centinaia di lacrimogeni lanciati dalla polizia, che nel caos in cui si trovavano finirono per colpirsi da soli). La genesi di questa violenza inizialmente “moderata”, perché se volessimo commentarla in modo diverso dovremmo chiudere tutti gli stadi e le altre attività pubbliche dove un livello di tensione è consentito, è avvenuta principalmente da studenti e ragazzi in maniera che definirei naturale, priva di spinte da parte di sigle e acronimi. Anzi, naturali, con un doppio significato legato al concetto di azione: quello fisico e quello morale. Per fisico è da intendersi che istintivamente, per loro forte volontà, ragazzi compresi fra i quattordici e i vent’anni hanno iniziato ad “agitarsi”, tutti assieme. Provocando un movimento di avanzamento spontaneo del corteo che nessuno dei manifestanti si aspettava. Azione morale invece nel senso forse più esplicito e simbolico che risiede in questi fatti, rappresentato dalla forza che ha mosso e che continua a spronare le giovani generazioni, molto più di quelle precedenti. Passandomi accanto una giovanissima coppia, lei avrà avuto sui quindici anni e lui poco di più, ho sentito queste parole. Seguito da un bel bacio al giovanissimo eroe (qualcuno scrisse a proposito un concetto dimenticato, che si è giovani fino a quando non si ha paura di niente, financo della morte). Questi avvenimenti sono d’altronde un chiaro segnale della loro estrema sofferenza interiore e insofferenza verso il mondo, verso il concreto, verso una realtà che non comprendono (perchè formalmente incomprensibile), che odiano, ma a cui hanno la forza di rispondere secondo il loro linguaggio, che è composto per lo più, come bene sappiamo, da violenza (fisica, psichica).

Wittgenstein scriveva che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Come, allora, prendersela con questi giovani protestanti il cui unico peccato è esprimersi veramente? Morale anche nell’accezione che vede perlomeno una risposta, qualsiasi, a quello che è un genocidio oramai confermato pubblicamente anche dai più restii. Risposta che non sembra poter esistere e provenire, proprio per impossibilità vitale, da una comunità occidentale unita. Il nostro governo, mettendo surrealmente sullo stesso piano i fatti della manifestazione e del massacro in atto, è riuscito a condannare Milano, ma non le atrocità indicibili, vergognose e inumane di Gaza.
La violenza non è mai una risposta accettabile. Un esempio da mai scordare è quello italiano, dove il clima di estrema tensione politica sfociato nella lotta armata, ha portato alla fine degli anni 70’ il paese sull’ orlo di un baratro senza fondo, da cui non uscirà più veramente. La traccia allora lasciata da questa giornata è di una speranza in movimento, che con tutte le forze dobbiamo cercare di non trasformare in ingenua violenza politica, significandone la morte sul nascere. Una speranza in evoluzione, da curare per far sì che diventi presenza fissa, che riesca ad inquietare ed attivare il pubblico discorso, soprattutto quello inerme e praticamente inesistente, quello europeo e parlamentare.