Le signore della musica/ Lella Curiel. Una vita alla Scala (con ago e filo)

In Musica

Da settant’anni le Curiel (prima di me mia madre Gigliola) vestono le signore del più importante teatro milanese – ricorda con orgoglio la stilista. Ma non solo: dal suo atelier sono passate anche la Thatcher, Hillary Clinton e la signora Mubarak

“La verità è che non si finisce mai di giocare con le bambole” dice Raffaella Curiel, per tutti Lella, con la voce roca e il suo sguardo obliquo, le forbici in una mano e la sigaretta nell’altra, mentre cerca il punto di rosa giusto nella miriade di scampoli di stoffe sparsi sulla scrivania del suo ufficio, in via Montenapoleone. Quest’anno niente Scala a Sant’Ambrogio, “era da sessant’anni che non mi perdevo una Prima, dal 1962, quando mi ci portò la mamma”, vale a dire Gigliola Curiel, una delle stiliste più importanti di quel periodo. Ma in qualche modo ci sarà anche quest’anno, dal momento che la Scala si è assicurata la sua presenza fra gli stilisti che vestiranno gli artisti il 7 dicembre per A riveder le stelle, la Prima in diretta streaming su Rai1

Si aspettava questa chiamata dalla Scala?
A dire il vero la serata è sostenuta da Carlo Capasa di Camera Moda, di cui io non sono socia. Ma capisce, sono settant’anni che Curiel veste le signore della Scala: il nostro coinvolgimento era abbastanza ovvio.

Ha conosciuto il nuovo sovrintendente, Dominique Meyer?
Lo adoro, è un genio quell’uomo lì. Una cultura immisurabile: parla tutte le lingue. E questa serata che si è inventato per il 7 dicembre è straordinaria: i più grandi tenori e soprani del mondo. Manca solo la Netrebko, poi li abbiamo tutti.

Come fu il suo primo Sant’Ambrogio?
Avevo diciott’anni. Non ricordo l’opera, ricordo solo una grande emozione. Allora mia madre vestiva tutta Milano.

Che rapporto aveva con la musica?
Lei deve pensare che mia madre veniva da una famiglia triestina mitteleuropea. Si faceva musica tutti i giorni, tutti sapevamo suonare: io e mia madre il pianoforte, così come la zia, due zii il violino. Era una cosa normale.

Quando venne a Milano sua madre?
Finita la guerra, dopo anni di sfollamento in giro per l’Italia. Ci trasferimmo prima in via Dogana, poi in Piazzetta Guastalla. Pensi che per un periodo visse al Marino alla Scala. Che personaggio.

Perché scelse Milano?
Perché voleva fare questo mestiere, e a Milano poteva frequentare tutti. Conosceva i più grandi musicisti: Menuhin, Michelangeli, Rubinstein.

Toscanini?
Era amica di Wally, naturalmente. Toscanini lo incontrava quando andava a Riverdale. Poi c’era la Tebaldi….

E la Callas?
No, la Callas era amica di Biki, e tra lei e mia madre c’era un grande rispetto.

Anche una rivalità?
Si volevano bene, andavano a colazione tutte le settimane. Posso dirle una cosa?

Certo.
Negli anni sessanta i grandi vecchi frequentavano senza problemi anche i ragazzini: noi siamo maturati culturalmente perché eravamo abituati a vedere queste persone. Ad esempio, da Wally c’erano sempre Indro Montanelli, Orio Vergani, Dino Buzzati e altri intellettuali e scrittori. Era tutto più accessibile, bastava andare al Bagutta e te li ritrovavi tutti. Noi stavamo lì e ascoltavamo.

Con timore reverenziale o erano ammesse confidenze?
Per carità nessuna confidenza, mai. Però c’era una consuetudine, che era anche lo stimolo a non fare la figura dei cretini. Quindi ci informavamo, leggevamo molto: i romanzi, la terza pagina del Corriere, per costruirci una cultura anche al di fuori del liceo.

A proposito, dove andava al liceo?
Al Manzoni, ma dopo la quinta ginnasio andai a studiare in Inghilterra. Mia madre già allora diceva che senza lingue non si va da nessuna parte. Da triestina parlava perfettamente tedesco, poi un bel giorno decise che in casa bisognava parlare francese, e mi mandò a studiarlo dalle suore in via Montenapoleone, dove ora c’è quel negozio di bicchieri: si entrava nel cortile e si finiva nella chiesa di via Manzoni.

Le piacque l’Inghilterra?
Ho adorato. La scuola era molto più facile, senza il greco e il latino che studiavo qui. Quando tornai volevo fare medicina, ma mia madre si ammalò e iniziai a lavorare con lei.

Come raggiunse il successo sua madre?
È che ribaltò quello che era l’uso del vestito fin dagli anni quaranta. Ai tempi c’era il vestito da mattina, quello da pomeriggio, quello da cocktail, quello da cena. Lei si inventò un unico vestito, il “curiellino”, che cambiava solo per piccoli dettagli.

Che tipo di dettagli?
Piccoli nodini, tessuti diversi, tagli particolari. Ma tutto doveva essere sempre molto contenuto. Ebbe un enorme successo perché riuscì a vendere i suoi modelli a Parigi, dove i grandi sarti da tutto il mondo andavano a vedere le sfilate e compravano i patron papier. Poi firmò un’esclusiva con Bergdorf Goodman, arrivando fino in America.

Chi comprava il curiellino?
Tutti. Allora non esisteva il prêt-à-porter: il curiellino fu una rivoluzione. Era l’Italia della rinascita, per cui sia l’aristocratico sia il cumenda volevano mostrare di poter spendere. E ci si vestiva molto: tailleur la mattina, curiellino al pomeriggio, poi il pranzetto, il cocktail e naturalmente le grandi cene. Non si andava così spesso al ristorante come oggi, si preferiva ricevere nelle case. Quindi la gente si vestiva. Gli eventi più grandi erano i diciott’anni delle figlie e ovviamente la Prima della Scala.

Dominique Meyer e Lella Curiel al tempo del Covid

E lì cosa si indossava?
Gli abiti lunghi di un certo peso, quelli più importanti

Chi erano le signore più eleganti?
Enrica Invernizzi, Evelina Schapira, la Borromeo, che si vestivano solo dalla mia mamma. Era un altro mondo: avevamo tutti l’orgoglio di essere lì, al contrario di questi radical chic che si vedono oggi, volutamente non soigné, che non si lavano nemmeno più. Allora dovevamo essere sempre in ordine: la moda Curiel non è mai stata stridente. Certo in quegli anni c’erano anche Schuberth e Veneziani che erano, come dire, più clamorosi.

E Mila Schön?
Era della scuola rigorosa, come mia madre e Biki, tutte e tre molto milanesi.

Com’era lo stile milanese?
Riservato, meno show off di quello che si vedeva al sud. Ancora oggi la milanese si veste per il giorno, la romana per la sera. Ma c’è una ragione: a Roma ci sono le ambasciate e i ministeri.

Si può insegnare l’eleganza?
Dipende tutto dalla cultura. Lo stile può partire anche da un piatto di polenta in tavola, o dall’allestimento di un mazzo di fiori. Mia mamma diceva sempre che questo mestiere si ruba con gli occhi. Per questo sono convinta che le scuole di moda non servano a molto: l’eleganza bisogna innanzitutto respirarla.

Invece che cambiamento ha dato lei a Curiel?
All’inizio degli anni ottanta ero rimasta sola, avevo perso mia madre e anche mio marito (Gualtiero Castellini ndr), avevo quattro soldi e continuavo a chiedermi ‘ma cosa ci faccio qua?’. Decisi di usare la mia cultura e mi inventai degli omaggi. Il primo era dedicato a Balla e al suo periodo iridescente: una pazza se ci ripenso, e invece li ho venduti tutti. Così continuai: Depero, i futuristi, poi saltai ai preraffaeliti, Dante Gabriel Rossetti, Alma-Tadema, poi gli spagnoli, Goya, Velázquez, e ancora Klimt, Schiele. Ne ho fatti un’infinità.

Era la prima volta che si vedevano omaggi del genere?
Aveva fatto qualcosa Balenciaga, mi pare Goya, poi Saint Laurent nel mio stesso periodo, Mondrian e Picasso. Ho sempre amato molto l’arte, ero legata a Franco Maria Ricci, che mi diede il mio primo lavoro, dato che mia madre mi pagava pochissimo. Poi a un certo punto mi sono stufata dei grandi maestri della pittura e ho cominciato con altri tipi di omaggi: a Proust, a Čajkovskij, pensi che feci uscire in passerella tre abiti con la trasformazione del cigno.

Ha mai fatto teatro?
Purtroppo no, sarebbe il sogno della mia vita. Ma ormai sono scavalcata dai miei amici stilisti, più bravi di me o, chi lo sa, forse solo più famosi.

Lei ha sempre vissuto a Milano?
A parte l’Inghilterra, ho fatto un anno a Parigi da Pierre Balmain. Ma in realtà per quarant’anni sono stata una cittadina del mondo. Ho viaggiato ovunque, per vestire le donne più importanti: la Thatcher, la signora Mubarak, la Clinton. Adesso non viaggio più, a parte che con il Covid non si può andare neanche a Pavia.

È cambiata molto Milano in questi anni?
È cambiata come è cambiato tutto, c’è sempre un’evoluzione nelle cose.

E ci si riconosce ancora?
Sono gli altri che mi riconoscono. Sa, questa è una città mamma: severa, ma se sei in un certo modo ti può anche voler bene. E ci sono ancora delle grandi persone in questa città: Fedele Confalonieri, Lina Sotis, Pippo Crivelli, quanta cultura. Poi gli amici che non ci sono più. Valentina Cortese, con la sua grande generosità. Si figuri che un giorno le telefonai per chiederle un consiglio su una scuola di recitazione per mia figlia Gigliola: decise che le avrebbe fatto lezione lei stessa ogni sabato. E il povero Beppe Modenese, che se ne è appena andato. Aveva un savoir-faire: più che colto era molto social. Io invece non sono mai stata social.

Come mai?
Non è nella mia indole. Quando fai questo lavoro con altre donne devi sempre fare un passo indietro: sono loro che devono brillare, non tu. E quando hai passato tutto il giorno a lavorare la sera hai voglia di un po’ di pace. Quando c’era ancora la mamma, a cena invitavamo solo pochi amici, per poter chiacchierare tra di noi e stare insieme.

Com’era lavorare con sua madre?
Era severa, pensi che mi buttò fuori due o tre volte. Ma aveva un tale charme. Arrivava in ufficio la mattina e da come ci guardava capivamo tutti di che umore fosse, con quegli enormi occhi blu. Che donna che era: è stata malata di cancro per dieci anni e non l’ho mai sentita dire una volta ‘sto male’. La mattina andava a fare la radioterapia alle sette, e alle nove era già in ufficio.

Doveva ammirarla molto.
La penso ancora tutti i giorni.

Qual è la serata musicale della sua vita?
Io sono innamorata della Lucia di Lammermoor. Un’altra opera che amo, anche se è un’opera minore, è Pagliacci: l’ho vista a Salisburgo con Kaufmann, mi venivano giù le lacrime.

Si commuove facilmente?
In realtà mi commuove più la musica sinfonica. L’opera si porta tutto via con la regia, le luci, i costumi, le scene. La sinfonica invece ti fa rimanere con te stesso. Se penso alla Petite messe di Rossini, al Messiah di Händel: ogni volta percepisci una nota speciale, c’è sempre un passaggio che non avevi notato.

Come descriverebbe la Prima della Scala a chi non c’è mai stato?
È un premio della vita di cui essere orgogliosi. Io tutti gli anni a Pasqua vado a Salisburgo, ma mi accorgo che non c’è la stessa atmosfera”.

Cosa c’è di diverso?
La Scala ti parla. Qualche tempo fa sono entrata un attimo nella sala vuota. Lo senti subito: la civiltà, la storia, la cultura ti travolgono da ogni parte come una carezza infinita. Esistono dei luoghi magici, no?

In copertina: Maya Swarosky e Lella Curiel (foto di Lelli e Masotti)